First Man – Il primo uomo

È un film esageratamente lungo, depresso e depressoide, che vede la conquista della luna come singola vicenda privata di elaborazione del lutto…
Un’idea molto spielberghiana (anche Spielberg c’ha messo i soldi con la sua sempre rediviva ma ormai defunta DreamWorks: è una ditta zombie): rimpicciolire gli eventi del mondo (l’Olocausto, la Guerra Fredda) in eventi privatissimi, di un singolo uomo, come se la Storia, quasi alla Tolstoj, fosse un mare fatto di gocce minuscole che sono le vicende delle persone… Tolstoj, però, la Storia vera la narrava eccome, Spielberg invece no…
Ma questa mia idea quadra poco perché pare che, a parte i soldi, Spielberg sia intervenuto molto poco a livello creativo (le prime bozze del progetto erano di Clint Eastwood)… comunque sta di fatto che Chazelle la Storia non la narra, narra solo la storia di un privato cittadino che si fa solo e soltanto i suoi cavoli di elaborazione del lutto mentre, casualmente, lavora come pilota astronauta…

La cosa non è un male, attenzione, ma se si voleva fare così veniva di certo meglio senza gran parte del girato… se invece di 2h 35′ durava 1h 46′, allora sarebbe stato molto più efficace…

Benché la durata smisurata non sia l’unico difetto del film…
Riguardo a Herzog, Gilliam e Malick (ne parliamo in Song to song e in Don Chisciotte) spesso ho detto che hanno uno stile speciale che riesce a essere superficialmente casuale ma se prendi singoli stills sono stills studiatissimi e bellissimi: sono fatti di un magico casuale costruito
Già in La La Land (vedi anche La La Land 2) si vedeva invece che Chazelle ha uno stile contrario… Chazelle, al montaggio, trova il film, ma è evidente che lo ha girato in maniera del tutto casuale!
Il montaggio, quindi, del fido Tom Cross, a livello tecnico è bello, ma si vede ricucire insieme frame sparsi come toppe frammentarie che sembrano più di trovarobato visivo che di pianificazione scrittorio-registica… I bimbi che giocano in piscina, gli stacchi sui bottoni e comandi della navetta, le visioni dell’oblò, si ripetono sempre da angolazioni diverse e sempre con una macchina sballottolata che non trova mai né fermezza né coerenza… una macchina che sembra sbattersi a destra e a manca alla ricerca di tutto e con l’ansia di rendere la dinamicità e l'”immersività” delle situazioni, sempre con l’intendo di dirci «vedete, io sono la macchina e sono io stessa personaggio che sballottolo, tentenno e sono un’anima in pena come i personaggi, e quindi ho paura e rantolo come i personaggi», ma ottenendo soltanto un molto più prosaico «sono Chazelle e non ho fatto gli storyboard, quindi vado a caso, inquadro tutto e il contrario di tutto sperando di salvare il salvabile al montaggio con Cross per poi chiamare in causa la giustificazione farlocca dell’immersività…»
Questo diventa evidente perché, oltre che piscine, bimbetti e oblò, la maggior parte delle volte gli stacchi sono sul puro buio: cioè: è una macchina che si muove a mille inquadrando una entità, il nero, che non fa vedere che si sta muovendo a mille! Finisce che gran parte di quello che vedi, gran parte dei secondi “liberi” nei fotogrammi tagliati e cuciti nel montaggio del girato casuale dopo le piscine varie, sono occupati da un bello schermo nero con i sospiri dei personaggi fuori campo!
Alla fotografia, il solito Linus Sandgren assiste Chazelle in questa follia con i suoi soliti colori pesanti e saturi, e quindi la piscina diventa “onirica” e quasi minacciosa e il nero è proprio nero-pece in cui non vedi nulla… dopo un po’ ho capito che l’intento era quello di imitare Nolan e Hoytema in Interstellar (alla scenografia c’è perfino Nathan Crowley), facendo vedere oggetti sfumati che affiorano dal nero a cui dare forme categorizzabili quali un pianeta, una stazione spaziale, un oggetto a gravità zero… Già Nolan e Hoytema si perdevano in questa cacchiata (inventata genialmente da Danny Boyle e Alwin Küchler in Sunshine: loro sono rimasti gli unici ad averla usata bene), figuratevi come ci affogano Chazelle e Sandgren che, al contrario di Nolan e Hoytema, sono proprio sicuri, proprio credono al fatto che i loro frame, se presi in still, facciano come i frame di Herzog, Gilliam e Malick, e sono convinti che se uno fa still sul loro nero col biancore al centro si trovi davanti un quadro di Rothko o di Barnett Newman… ma invece si trova davanti solo buio e schermo nero, inframezzato da bimbi in piscina, da bimbe bambolose morte, con fastidiosi sospironi in colonna sonora…
Ma Chazelle e Sandgren hanno la strafottenza di Iñárritu: sono troppo sicuri di loro e sono certissimi di fare bene, senza alcuna umiltà, perciò vanno avanti e ci propinano 2h 35′ di sballottolamenti scuri, di riprese carpite senza ragione cucite insieme con altre riprese carpite senza ragione, di dialoghi grezzi e a buon mercato, di vicende private che “deteriorano” il contesto, di rozzezza caratteriale, di attori stereotipizzati (Gosling non sa recitare; Claire Foy è così ricalcata sulla Kathleen Quinlan di Apollo 13, da cui differisce solo per minore lagnosità, che finisce per annullare molte delle sue ottime intenzioni recitative; gli altri personaggi sono figurine di attori legnosi, da Clarke a Chandler a Schreiber a Stoll, forse si salva il povero Lukas Haas, che si vede otto secondi, ma comunque si vede recitare da sempre; in tutto questo il veterano Ciarán Hinds sembra appartenere a un’altra categoria)…
Più che un film, First Man è un Frankenstein di immagini, è un mostro di casualità raffazzonato insieme più che assemblato…

La musichetta, fatta di Theremin e Moog, di Justin Hurwitz ha una costruzione melodica così banale (in qualche modo volgarizza il tema degli Short Hair di Jerry Goldsmith in Mulan) da risultare perfino peggiore delle sigle Fininvest di Augusto Martelli… [per sentire il Theremin vero non c’è che da tornare all’Howard Shore di Ed Wood di Burton] 

Nel 1983, il vecchio Philip Kaufman girò una sbomballata di 3h fatta di machismo, di fotografia pastosa (di Caleb Deschanel) e di musichette melodiche sceme (Bill Conti rimaneggiava malamente la melodia del primo movimento del concerto per violino di Čajkovskij): si intitolava The Right Stuff, che noi traducemmo Uomini veri… narrava degli esperimenti di volo solitari immediatamente precedenti alla missione Gemini che apre First Man: inizia nel 1947 e finisce nel 1963, e First Man comincia nel 1961…
È evidente che Chazelle ha voluto, oltre che ammorbarci con una esagerata storia di lutto, fare una sorta di sequel del film di Kaufman, con attori peggiori (Kaufman aveva Sam Shepard, Dennis Quaid, Fred Ward, Ed Harris, Barbara Hershey, Veronica Cartwright), senza la sua “epica” (in Kaufman c’era anche retorica, ma si vedeva la voglia di essere “epica”!) e di sicuro senza il suo rigore formale (Deschanel girò sì pesante ma di certo sapeva cosa inquadrare e quando)

per cui, che dire?
vedendo First Man ci si fa due palle tante…
…e si rischia il vomito sballottoso…
rivediamoci Right Stuff, che, con tutto il gigantismo maschilista e patriottardo, almeno era girato a modo e ci faceva sentire l’urgenza di una Guerra Fredda cocente e non ancora il mero ricordo quasi taciuto che ci propina Chazelle…

Marco Guadagno, al doppiaggio, non deve aver faticato tanto: non parlano quasi mai… Massimiliano Manfredi è la solita mummia sulla mummia Gosling, Elena Perino non sembra far male su Foy; gli altri, doppiattori superesperti (Prando, Anselmo, Borghetti, De Ambrosis), si sente che vanno in automatico sulle macchiette attoriche che si ritrovano…

2 risposte a "First Man – Il primo uomo"

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  1. Io le due palle tante non me le sono fatte. Ma la tua analisi è talmente ben argomentata e tecnica che non c’è modo di confutarla😅.
    Recupererò il film che citi, perché mi sembra possa essere interessante…

  2. Sai a me che ha ricordato anche: la «Grande scommessa» di Adam McKay… o certi film di David O. Russell… questo stile tonitruante, baroccoso, che sembra più un «adesso gioco con la macchina da presa» invece di «adesso giro un film»… uno stile che comincio a vedere, purtroppo, in tutti i film con velleità Academy… forse è il nuovo stile “di moda” in USA, opposto all’invece fin troppo freddo stile “Sundance” di Jason Reitman, Lenny Abrahamson, Jonathan Dayton & Valerie Faris… — insomma: siamo forse in una stagione dove il cinema americano, con tre “stili” (il blockbuster cinecomics, il film d'”autore Academy” e quello d””autore Sundance”) incomunicabili e ognuno senza granché di esaltante di per sé, rischia di assomigliare al cinema italiano (anch’esso ammorbato tra barocchismo costoso di Sorrentino, autoralità complessa di Garrone e le scemenze paratelevisive di Brizzi, Genovese ecc.) — per capirsi: un cinema di industria colossale come quello americano finisce per avere risultati non distanti da un cinema, quello italiano, che industriale non è… come prenderla? fallimento dell’industria? troppo sfoggio di know how senza badare al know why? …oppure non prenderla affatto, dato che tutto quanto potrebbe essere solo impressione mia e nient’altro!

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