A Star is Born

Alcune premesse…

Io non amo Bradley Cooper… mi ha divertito in The Hangover (2009), ma tutti quelli che ha fatto con David O. Russell li ho detestati… American Sniper (2014), sì, carino, ma lui ci fa la parte del beota pesce-lesso… quindi, vabbé…

Non amo Lady Gaga… Alejandro m’ha sempre fatto ridere con i suoi nomi maschili sparati a caso… Poker FacePaparazzi mi sono piaciuti di più… Bad Romance, la sua canzone quasi “eponima”, vabbé, in certi punti s’ascoltava… ma nulla di più… i suoi video (alcuni anche di gente “cinematografica” come Francis Lawrence e Catherine Hardwicke; certe volte ci ha messo le mani lei stessa) li ho sempre trovati elaborati, costosi e spesso pacchiani, quasi da revival anni ’80, fatti sì bene, ma ipertrofici…

Non amo la storia di A Star is Born… ho vaghissimi ricordi della versione del 1937 di Billy Wellmann (con Janet Gaynor e Frederic March); mi sono sempre molto spesso addormentato durante la visione del classico di George Cukor del ’54 (con Judy Garland e James Mason); e credo di non aver mai visto quello di Frank Pierson del ’76 (con Barbra Streisand e Kris Kristofferson)…

Inoltre, certe operazioni di auto-celebrazione dell’industria cinematografica, mi indispongono… tra l’altro condite con l’altro topos della Hollywood dei blockbusters: la cantante che si ricicla attrice, spesso solo e soltanto in modi e ambiti mirati alla vincita di un Oscar: diventano attrici, quindi, più per ragioni mediatiche che altro…
È una storia vecchia: alcune cantanti ce l’hanno anche fatta a raggiungere l’Academy per la recitazione maggiore (Barbra Streisand, Cher), altre per quella “minore” (ha vinto non protagonista, per esempio, Jennifer Hudson, prima di scomparire nel niente da cui era arrivata), ma gente come la povera Madonna, che tanto ci ha provato a raggiungere quel premio in ogni maniera, si è fermata al Golden Globe (per Evita nel 1996), e all’Oscar non ha mai ottenuto nemmanco una nomination… operazioni mediatiche, quindi, che spesso neanche fanno centro e ci lasciano con l’hype invasivo e aggressivo (che con i social è anche più virulento, basti vedere le tramortenze che abbiamo dovuto subire per La La LandIt: qualsiasi persona era diventata una entusiasta impiegata della promotion della Lionsgate e della Warner senza neanche farsi pagare) per poi arrivare a niente (già li vedo, a Dicembre e Gennaio, i fan di Lady Gaga a tifare per la nomination e l’esagerato spamming lobbystico nella speranza di farla vincere a Febbraio)…

Sicché è un film che, sulla carta, io ho detestato da subito… e parto per forza di cose prevenuto…

Per fortuna, ci ho però trovato dei punti forti:
Cooper, nel suo esordio alla regia, non si affida a un Linus Sandgren qualsiasi (il complice degli imbratta-pellicole David O. Russell e Damien Chazelle; e ora vedremo il probabile disastro che ha combinato nel Nutcracker), ma al grandissimo Matthew Libatique, un genio assoluto dell’immagine cinematografica…
La scelta ripaga, perché la fotografia è strabella, con le luci goduriose e i colori da top of the world…

Alla sceneggiatura c’ha messo lo zampino perfino il vecchio Eric Roth, che, con la sapienza del dramaturg (capace di tagliare e cucire le idee provenienti dagli altri 3 Star is Born precedenti senza far vedere troppo il taglio e il cucito), mescola romanticismo e strappalacrime nella misura giusta da poterli sopportare, e, inoltre, apparecchia con sicurezza le sottotrame psicologiche…

Lady Gaga e Copper sono attori simpatici, e ricalcano iconograficamente Streisand e Kristofferson senza particolari strafalcioni, riuscendo anche con una certa efficacia ad aggiornarne l’immagine per il pubblico odierno… le nomination per entrambi è molto probabile che arrivino…

Sam Elliott fa una straordinaria parte da non protagonista…

Ci sono ovviamente anche punti negativi:
come montatore, Copper si tiene Jay Cassidy, quello di David O. Russell… e vabbé… Cassidy, pover’uomo, neanche con Russell fa mai un brutto lavoro, ma impone al film quel ritmo da “filmone serio”, da “filmone da Oscar” che risulta assai pesante…

Questo A Star is Born è lungo e avrebbe avuto bisogno di molti tagli, specie delle scene troppo simili tra loro…

È telefonato, prevedibile e ovvio, proprio obbediente al vecchio adagio «dai al pubblico quello che vuole»: amore, morte, affermazione professionale, distruzione, sentimenti di crocerossinismo: tutte cose che si sanno, si conoscono e si riconoscono: sai che quella scena finirà così, e che seguirà l’altra scena cosà, che porterà alla scena cosò, e ci sarà il fianle colà… tutto ovvio, tutto risaputo, tutto rivisto… e imporre a tutto questo l’andamento liturgico del filmone e la reiterazione del kolossal (quante volte litigano?, quante Lady Gaga si sdraia nella vasca?, quante giocano col cane?)…
…è un po’ troppo…

Inoltre, risulta ancora più pesante perché, nonostante Libatique imbastisca bene framelighting, Cooper non ci mette neanche un’anticchia di sguardo e di sapienza registica: è un film dai punti macchina ovvi, perfino alla Festival di Sanremo: è pieno di avvicinamenti e susseguenti allontanamenti dalle guance dei cantanti, che si trasformano di nuovo in avvicinamenti e in spostamenti sulla nuca, poi di nuovo sulla guancia, e poi di nuovo indietro, poi, forse, giro della macchina da presa fino alle spalle del cantante: tutto con una steadicam, sì usata bene, ma sempre usata allo stesso modo…
Cooper ha solo insistito sul dare enfasi ai momenti sentimentali (il primo sguardo, la prima carezza sul profilo, il primo canto insieme sul palco), e Libatique ha obbedito con professionalità anche molto stanca, perciò anche in quei casi si hanno sì enfasi ma enfasi ovvie, telefonate e risapute come il resto del film…

Le canzoni non si ascoltano

L’unico punto-macchina che Cooper riesce a indovinare è lo shot finale rubato da Giulietta degli Spiriti di Fellini…

In tutto questo, però, tra l’operazione autocelebrativa hollywoodiana e la pesantezza ritrita dell’andamento complessivo, si scorge comunque una certa dose di “sincerità”, di non “strafottenza” e di non compiaciutezza, che rende il film non troppo sgradevole…
Ti fai due palle, ma lo guardi…
Non ti emozioni alle carezze sul naso né ai litigi ribolliti, ma neanche ti irriti e non ti viene voglia di scappare a gambe levate…

Rispetto poi ad altre operazioni simili, come La La Land, è un capolavorone…

Perciò, che dire:
bisogna andare e vederlo ben svegli e con il caffé già preso
ci si annoia lo stesso, ma si vedono dei gran bei colori, delle gran belle luci, dei siparietti di attori non brutti, e ci si sbomballa con roba ripassata di amore, morte, droga, gelosia e Candy Candy, in una storia che, tecnicamente (non io), s’è già vista 3 volte, ma che, in qualche modo, non soffriamo più del dovuto nel rivederla, come invece abbiamo fatto in La La Land
Una sofferenza, sì, ma al di sotto della soglia sopportabile del dolore…

 

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