BlacKkKlansman

Il Klansman è un Uomo del Klan, il Ku Klux Klan…
Non si sa con certezza cosa accidente voglia dire Ku Klux
molti storici americani, basandosi su varie testimonianze orali intercettate molti anni dopo i fatti, pensano che sia una sorta di crasi tra la parola greca designante il cerchioκύκλος, e il sostantivo clan… una ipotesi che non spiega perché abbiano deciso di trasformare κύκλος, traslitterabile in Kyklos, nel misterioso Ku Klux
Tenendo ben presente la capacità encefalica dei fondatori ottocenteschi della congrega (si ha notizie del clan già negli anni tra il 1865 e il 1867), si stenta a capire le loro ragioni come la scelta dei nomi, e quindi il dibattito sul perché preferire Ku KluxKyklos non ha portato a conclusioni definitive; nel 2003, lo storico francese Michel Mourre, nel suo Dictionnaire de l’Histoire (pubblicato a Parigi da Bordas e tradotto in italiano dalla Rizzoli come Dizionario mondiale di Storia), cercò di risolvere la cosa ipotizzando che fosse una sorta di onomatopea del rumore del caricamento del fucile… mah, chissà!

Se scorriamo all’indietro nella storia del cinema, troviamo il clan in diversi film… tra gli altri, si vede: in quella che è forse l’unica scena godibile di Django Unchained di Tarantino (2012); in due film “denuncia” abbastanza famosi degli anni ’90 (Ghosts of Mississippi di Rob Reiner e A Time to Kill di Joel Schumacher, entrambi del 1996); nel classico Mississippi Burning di Alan Parker (1988); in Another Part of the Forest di Michael Gordon (1948); in The Black Legion di Archie Mayo (1937); e ovviamente in Birth of a Nation di David Wark Griffith, il film che, nel 1915, inventando i personaggi e la sequenza, istituzionalizzò il linguaggio cinematografico…

Tutti film che in qualche modo sentono la “paura” del clan come se fosse una terribile sciagura organizzatissima e temibile, pronta a colpire in qualsiasi modo, sempre all’erta, vigile, radicatissima e capillare, precisa e perfino “alta” nella sua essenza di Male supremo… [un simbolo anche di marciume interiore dell’essere umano, in altri film simboleggiato dal nazismo; vedi anche quanto detto in Shin Godzilla e in Elogio di EVA]

Spike Lee, invece, ci fa vedere, con una classe di racconto mirabolante, quanto le premesse, gli assunti e la stessa esistenza del clan siano basati sulla più completa e catatonica stupidità… Un “male” fondato non da un diabolico istinto ferino-malefico insito nell’uomo, ma da una micidiale quanto immacolata “scemenza”, demenza, cretineria completa dell’encefalo di poche e sempliciotte persone…

Un’idea già presente in molti di film di John Landis (che “stupidizza” quasi tutti i suoi cattivi, dai “nazisti dell’Illinois” ai “re della Soul Glo”), e che Lee riprende con un intento finanche didascalico di stigmatizzazione del comportamento glorificante la minchioneria e l’ignoranza perpetrato da Trump come da chiunque altro [un comportamento che anche il nostro Salvini tiene ogni minuto]: il glorificare lo scemo e il deficiente come emblemi di rettitudine comporta uno svilimento completo del contratto sociale che per forza di cose sfocia nell’odio e nelle aberrazioni come il clan

Lee porta avanti questo semplice discorso, e, attenzione, didascalico è parecchio, ma forte è comunque il suo coraggio: il coraggio di parlare chiaro, di dire pane al pane, di satireggiare con precisione e senza troppe allusioni, ma nello stesso tempo di avere la genialità di mantenere tutto a livello di racconto e senza sfociare mai nel troppo realismo: in questo modo Lee fa comprendere meglio le denunce e le parodie grazie a una storia (minuscola) e non si perde nella esattezza e nella “cronaca vuota” della Storia (maiuscola)… Grazie alla diegesi il clan è ancora più assurdo; grazie all’umorismo della fiction il messaggio di pacificazione tra i due “odi” (il Black Power e il White Power) raggruma così bene nella mente dello spettatore; grazie alle funzioni caratterizzanti dei personaggi (la storia d’amore, l’ebraismo riconosciuto, il cattivo poliziotto “strumentale”) si riesce a categorizzare tutto quanto con inequivocabile gioia…

Nel finale la parte “civica” prende il sopravvento, ma a quel punto lo prende come un semplice corollario di “come volevasi dimostrare” (se la stupidità regna, con Trump al governo, non solo il clan diventa nemico, ma anche la convivenza stessa è nemica in quanto “impossibile”), e non risulta quindi indigesta (come invece è per altre operazioni visivamente analoghe, vedi per esempio Rush di Ron Howard)…

All’interno della storia (minuscola) è da rimarcare anche l’eccezionale portato autoriflessivo della lotta per la libertà, che ha molti pregi nutrienti:

  1. non nega l’esistenza della possibilità di successo del «by the book», e quindi non nega la speranza;
  2. è bravo, però, a non utopizzarla questa speranza (la “realtà” della denuncia del corollario finale irrompe comunque, e non si concretizza il lieto fine sentimentale);
  3. propone la critica della cultura bianco-suprematista con argomentazioni più che con invettive, ed è quindi impossibile non *ragionare* durante la giustapposizione degli odi (si diceva black power vs white power): *ragionare* e quindi non *parteggiare*
  4. discute dell’opportunità e della plausibilità della lotta allegorizzandola bene in un confronto di coppia e in una convivenza amicale-lavorativa…
  5. critica le teorie bianco-suprematiste denunciandone soprattutto la loro diffusione e infiltrazione a livello di “idea” e di “consuetudine”: nei film (famosi, come appunto Birth of the NationGone with the Wind), nei modi di dire, nel modo di fare si nascondono centinaia di discriminazioni, contro i neri così come contro le donne, gli ebrei e altri considerati altri… una cosa che Lee fa vedere benissimo…

Tutto questo è all’interno di una sceneggiatura magnifica, davvero impeccabile, che Lee rappresenta visivamente assai bene: il montaggio (di Barry Alexander Brown) è praticamente da Oscar, e la fotografia (di Chayse Irvin) è ottima… Un prezioso apporto lo dànno anche gli attori: 1) molto bravo Adam Driver: scuro e schivo; 2) John David Washington è un po’ stereotipizzato ma è ben messo nei tempi comici; 3) i caratteristi sono bravissimi, e risolvono tutti i tic dei loro personaggi con una classe di ferro di “scuola di recitazione” e d’esperienza sopraffina: molti sono attori televisivi (Burke, Eggold) abituati a non strafare, e se la cavano benissimissimo…

In conclusione:
un film che si guarda, che diverte, che acchiappa (almeno in inglese), con una parte centrale e finale un po’ più stanche, ma non influenzanti negativamente un risultato complessivo più che buono, che fa riflettere, con intelligenza e con una calibratura diegetica superba, su temi complessi a cui dovremmo pensare più spesso per uscire dalla melma trumpo-salviniana in cui siamo purtroppo immersi fino agli occhi…

Leggetevi l’eccellente analisi di Sam Simon!

6 risposte a "BlacKkKlansman"

Add yours

  1. Ma quanto è stata figa l’ultima telefonata tra David Duke e il vero Don Stallworth? Nel cinema in cui l’ho visto Blakkklansman si è preso l’applauso a fine proiezione, e secondo me buona parte del merito è proprio di quella spassosissima scena! :)

  2. Non posso che essere d’accordo su tutto, Nick! Ne ho appena scritto (sono venuto a leggerti subito dopo per non farmi influenzare), ieri sono uscito dal cinema entusiasta, grandissimo film! A me però non ha pesato nessuna sua parte, due ore e passa mi sono volate come fossero cinque minuti…

    La mia (inutile) recensione è qui, se hai voglia!

    https://vengonofuoridallefottutepareti.wordpress.com/2018/11/04/blackkklansman-spike-lee-e-parecchio-arrabbiato/

  3. concordo su tutto… e il montaggio meriterebbe l’oscar solo per la sequenza in alternato…
    curiosa la teoria dell’onomatopea, ma alla fine potrebbe essere la più verosimile…
    quanto a django unchained: sequenza magistrale quella del kkk, ma a mio avviso non l’unica memorabile… a me era piaciuta moltissimo tutta la prima parte con un Waltz monumentale… poi in effetti la seconda parte sbraca un po’…

    1. io sono stato, a suo tempo, uno straziante disprezzatore di Django Unchained (non capivo come un copia e incolla tramortito da film della seconda serata di Rete4, rimontati con un modernismo spiattellato quanto vuoto, e con una durata interminabile, che annacquava fino a far diventare macchietta il presunto messaggio antirazzista potesse essere considerato un capolavorissimo), per poi fare in qualche modo pace con Tarantino con The Hateful Eight, ma non una pace sempiterna, una pace più da “separati di comune accordo”: ogni suo film è, secondo me, adorato troppo da troppi fan idolatranti senza alcuna ragione (la stessa cosa mi sento di dire per il povero Snyder, per Nolan e per Harry Potter)

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