Piazza Vittorio

Nel 2017, prima che le derive psicotico-paranoidi-allandocojocojo-xenofobo-razziste di Salvini prendessero il potere istituzionale, Abel Ferrara decide di mostrare in un documentario la popolazione di Piazza Vittorio a Roma, sfortunato giardino abbandonato e popolato da gatti e da “pisciatori sulle rovine romane” negli anni ’50-’60, occupato da un grande mercato negli anni ’70-’80-’90, divenuto punto di ritrovo di molti migranti nei 2000s, tanto da essere una sorta di microcosmo di tutto il mondo, con decine di nazioni rappresentate, che convivono con una certa complessità insieme ai “furono abitanti” romani de Roma rimasti dagli anni precedenti e che spesso hanno rimostranze che si concretizzano nella vicina sede di CasaPound…

Ferrara aveva già fatto una cosa simile con Scampia in Napoli, Napoli, Napoli (2010), che aveva le idee più chiare e si vedeva essere stato “studiato” con molto più impegno (c’erano anche degli inserti di fiction, con Luca Lionello, a inframezzare le interviste del documentario)… Piazza Vittorio è carino, e ascolta molti punti di vista (dai vecchietti anti-migranti, a quelli paciosi pro-migranti, dai cinesi felici di essere italiani, ai peruviani contenti di essersi stanziati in Europa, da Matteo Garrone, a Willem Dafoe, entrambi con una casa nei pressi del giardino, dei “pressi” che includono anche Colle Oppio e Via Merulana), financo quello di CasaPound (a cui dà amplissimo spazio per profondere le sue sciocchezze), ma con una metodologia molto raffazzonata, fatta di richieste estemporanee, asistematiche, di domande improvvise ad avventori casuali, che offrono poi risposte ugualmente casuali, asistematiche, estemporanee e quindi quasi inconsistenti, nulle, risapute, perfino trite e ritrite…
Dalla maggior parte degli intervistati risulta quindi uno stuolo perfino di luoghi comuni (dal «grazie Italia per accoglierci», al «non c’è lavoro, io mi arrangio», al «bisogna essere umani», al «è una pattumiera, uno schifo, le istituzioni non ci sono», al «si stava meglio prima», al «ora siamo invasi», al «non si può neanche fare due passi dall’ufficio al club senza essere molestati da qualche lurido vagabondo»), che si potrebbe dire, addirittura, parente dell’«apri bocca e dagli fiato davanti alle telecamere» caro a Rete4…

Certo, Ferrara è comunque un genio: sceglie di riprendere non solo il documentario ma anche il farsi del documentario, con troupe in campo, inclusione nel montaggio definitivo dei frame sbagliati, visibilità del processo di scelta delle inquadrature o punti macchina, e stacchi improvvisi quasi “distruttivi”, che fanno del “tutto” un mix tra il metodo sessantottino di Massimo Sarchielli (vedi Anna, montato con Alberto Grifi nel 1975) e quello pre-istituzionale di Georges Méliès (impagabili le persone che camminano dietro all’intervistato e che improvvisamente “spariscono”, o si “trasformano” in qualcos’altro dopo un repentino stacco di compattamento dell’intervista: sembra che l’intervista sia più un’inchiesta sui fantasmi a enti soprannaturali che una conversazione con gente normale); ma a livello di pianificazione e di scrittura a questo giro ha marcato visita…

Per cui, che dire: piacevole, ti strappa qualche risata, ti dà bene l’idea del meltin’ pot, ma quasi più per evasione che per documento o per ricchezza conoscitiva…

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