Girl

La tragedia di avere un corpo non tuo è tutta dipanata in questa trance de vie fin troppo realistica, e quindi quasi banale, su una transizione male/female (e, con molti amici, ci lamentiamo della mancanza quantitativa di film su transizioni female/male) che si vuole fare proprio mentre si studia per fare lo stra-super-saggio stra-difficile della scuola di danza stra-proibitiva…

Per chi ha il corpo giusto è un po’ difficile capire il perché dell’insistenza sul pessimo tempismo («non si poteva fare l’operazione e gli ormoni dopo lo stra-saggio?», e cose così), e sulla scarsa pazienza della protagonista, che già 2 ore dopo aver preso i primi ormoni è lì che spera di vedersi già i seni, e dopo pochi giorni di pessimo comportamento salutare si lascia andare a gesti sconsiderati nel climax finale («ma se vuole diventare donna, perché non mangia meglio? perché non si riposa invece di andare a fare la ballerina e stressarsi? perché non aspetta un po’ invece di scotcharsi i genitali per nasconderseli?»)… Inoltre, si potrebbe anche discutere sull’ingenuità dell’andare in uno spogliatoio femminile e sperare che nessuno faccia domande o osservazioni poco carine («ma che sperava? di andare negli spogliatoi e di non spogliarsi?»)

Ma c’è anche chi il corpo giusto non ce l’ha, e questo film aiuta a comprendere la loro tragedia sociale, oltre che personale, vissuta ogni giorno…

Una ragazza non avrebbe certo dovuto scegliere se operarsi, magari d’appendicite, o fare il saggio: forse sì, ma non con tanta verve, né con tanta urgenza, né con tanta foga…
Una ragazza timida non avrebbe certo dovuto sopportare l’invadenza di qualcuna delle sue compagne insistenti sul mostrare loro la vagina…
Una ragazza non avrebbe certo avuto un “campanaccio” di troppo tra le gambe e non avrebbe gli ormoni impazziti più del dovuto (e quindi sarebbe sia meno emotiva sia meno umorale, iperbolica ed esagerata)…
Una ragazza avrebbe magari fatto danza da prima, e quindi sarebbe arrivata allo stra-saggio con più esperienza sulle punte e meno stress…
A una ragazza stressata, forse anche nei prodromi di un’operazione chirurgica (di nuovo l’appendicite), nessuno le avrebbe rotto le palle sul fatto che mangiava meno del solito, o che si comportava meno razionalmente del solito…

E la protagonista soffre proprio di non essere una ragazza
E quindi soffre di dover sopportare una vita da non ragazza anche se si sente e vorrebbe subito vivere una vita da ragazza
E soffre anche se ha tutto, e ha tutto perfetto: una padre disponibilissimo, fraterno, leale, consolante, attento, un fratellino carino e felice, un’insegnante empatica e premurosa, uno stuolo di parenti che la adorano…
Tutto perfetto… ma con quest’angoscia perenne di non poter mai vivere la propria vita, aggravata dall’adolescenza anagrafica catalizzata e pompata dall’adolescenza ormonale indotta, che sempre “sporca” quella perfezione…

La storia non è condotta benissimo, anche se ha molti pregi: le esagitazioni della protagonista sono tante e il realismo (fatto di tante azioni e dialoghi di tranche de vie, quindi banali, cronachistici, che sciorinano cose che tutti diremmo nelle medesime condizioni) non aiuta nel far comprendere: si limita a mostrare, dando per scontato un pubblico capace di capire da solo (cosa pregevole, ma non “automatica”: alcuni potrebbero annoiarsi assai)

Il discorso è ottimo: un’apoteosi dei movimenti di steadicam raccordati e ricompattati con un montaggio splendido e tutti dedicati alla protagonista, dalla quale non ci si scosta mai né nelle scene di danza (che sottolineano lo stress e la fatica del dance workout) né in quelle extra-danza, con un uso fantasmagorico delle semi-soggettive, e con uno sguardo a metà demiurigco-narrativo, “esterno” alla protagonista, e a metà del tutto anti-demiurgico, “interno” alla protagonista… una cosa splendida, ma anche molto risaputa e consueta nei film non industriali europei, per cui non è che ci sia da strapparsi i capelli dalla goduria, ma certo non c’è neanche da annoiarsi con i soliti campo/controcampo…

Per cui, sì, si guarda e si guarda anche bene, ma è condotto in una maniera non user friendly… replicando la citazione di Roberto Longhi già detta in Manchester by the Sea, concludo dicendo che la vita è tanto bella, ma replicarla esatta al cinema, seppur con delle ottime idee visive, può produrre asetticità invece che partecipazione…

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