Anima Mundi, Pisa: Gardiner e il «Requiem» di Verdi

Rassegna di musica sacra pisana, che invita eccezionali cori e orchestre da tutto il mondo, Anima Mundi è stata diretta da John Eliot Gardiner per tanti anni (il suo successore, l’anno prossimo, sarà Daniel Harding)… Le musiche eseguite non sono quasi mai musiche “liturgiche” ma attingono anche dal vasto repertorio “sacro”, cioè: basta parlino in qualche modo di “dio” e sono ammesse a essere eseguite nella Cattedrale di Pisa…

E la Cattedrale è la croce e delizia della rassegna: luogo suggestivo (anche per me livornese) e “amplificatore” di suoni ed emozioni quando si tratta di musica esclusivamente corale, diventa un inferno di indistinto roboante e riverberato quando a suonare c’è anche l’orchestra…

Dei giochi contrappuntistici della Messa da Requiem di Verdi, effettuati dall’Orchestre Révolutionnaire et Romantique (una delle orchestre londinesi fondate da Gardiner stesso), si è apprezzato ben poco: tutto è sfuggito nell’eco sacerdotale del duomo, e si è disperso del tutto in onde sonore sparse prima di giungere alle orecchie del pubblico…

Si è quindi capito poco dell’entità interpretativa di Gardiner, che però si intuisce essere stata eccellente: Gardiner è sempre attento a rendere la musica «per come è stata concepita nel momento della composizione», e quindi con strumenti di esecuzione coevi alla stesura, con metronomie coerenti con quelle del periodo, con agogiche rispettose dei gusti del tempo (vedi i punti 7 e 40 di Symphonies): una filosofia che si apprezza non solo nel barocco, dove Gardiner ha agito con maggior lena, e in cui i suoi risultati comunque non superano le proposte di altri specialisti (vedi soprattutto Harnoncourt, ma anche Koopman, Hogwood, Norrington, Savall, William Christie, e oggi Carlo Ipata, Ottavio Dantone, il discutibile Federico Maria Sardelli e il grandissimo René Jacobs), ma anche in altri ambiti, che Gardiner ha lambito invece con eccezionali e ficcanti risultati, magari riservati all’una tantum di registrazioni discografiche e concerti poco ripetutima decisamente ottimi (Britten, Lehár, Stravinskij, Holst, Debussy, Janáček, e ultimamente l’Ottocento di Fauré, Chabrier, Berlioz)… Poiché il “farla per come è scritta in origine” comporta una valutazione analitica eccelsa, e determina soluzioni interpretative sempre coerentissime con tutto il vissuto del compositore: finisce che Gardiner, con questa filosofia, riesce a capire perfettamente i pezzi che dirige, riesce a penetrarne l’essenza, e quindi li esegue restituendoceli in qualche modo “così come sono”, in maniera coinvolgente e autentica…

Non è da ieri che ha cominciato ad affrontare Verdi (al 1992 risale la sua registrazione del Requiem, proprio con la Révolutionnaire et Romantique; ha inciso anche Falstaff nel 1998 per la Philips, con la medesima orchestra, e ha accettato di dirigere il Rigoletto di David McVicar e Leah Hausmann al Covent Garden di Londra nel 2012, performance di cui c’è il video di Sue Judd), e una certa consuetudine di sicurezza si è vista nel gesto e nelle idee “drammaturgiche” di questo Requiem pisano: un Requiem che risulta per quello che è: un consuntivo dell’esperienza teatrale di Verdi, dai suoni corposi e narrativi, voluminosi e partecipati…
Gardiner non fa come Chung, non “modernizza” affatto la portata musicale di Verdi, ma la rievoca per come suonava nell’Ottocento, e cioè non “nuovissima” ma di certo “intensissima”, non “straordinaria” ma di sicuro “ordinariamente lussuosa”, proprio, ripeto, come coacervo delle esperienze romantiche, e un coacervo di serie A, preziosissimo e massimamente cinestetico, quanto, e forse di più, del teatro wagneriano…

Naturalmente il suono ottocentesco degli strumenti musicali di prassi esecutiva della Révolutionnaire et Romantique, ci dà l’idea anche di quel quid mai “identico” e mai “replicabile” della performance di un tempo: gli strumenti non hanno la maneggevolezza né lo squillo degli strumenti moderni e quindi eseguono le prorompenze sonore di Verdi in una maniera molto peculiare, a metà tra lo stentato e il perentorio, ma in ogni caso è una maniera che raffigura la caratteristica effimera della musica, dà l’idea che quel Requiem che tu stai sentendo in quel momento nel duomo di Pisa, rimarrà solo lì, e non sarà più replicabile identico in nessun modo… sei consapevole di assistere a un momento irripetibile, prezioso e unico… e la cosa non è affatto male!
Alla fine del lungo Dies Irae, gli strumenti hanno dovuto fare pausa e riaccordarsi: cosa che oggi non si fa più, ma cosa necessaria per gli strumenti antichi, ed ennesima suggestione di stare assistendo a una cosa “del tempo di Verdi”, quando tali riaccordature erano invece all’ordine del giorno, restituito oggi nel grado più autentico possibile…

Uniche e irripetibili, purtroppo, sono state anche le componenti “negative” della serata: la pessima acustica, tale per cui, si diceva, la perfezione contrappuntistica andava a farsi benedire, così come certe preziosità dei fiati; e la scomodità di visione/seduta del duomo di Pisa, fatto per sedere in contrizione e pentimento invece che col piacere di ascoltare musica…
ma queste ultime considerazioni non dovete ascoltarle da me, che, in quanto livornese sono pregiudizievole…

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