Sulla mia pelle

Procederò impressionisticamente:

Il montaggio (di Chiara Vullo) è molto buono…

La musica (dei Mokadelic) è consona, puntuale ed efficace…

Le inquadrature monopuntuali, molto spesso frontali e strette, dànno l’idea di un occhio inconsapevole e non partecipante sull’azione, che in qualche modo “ne sa meno” dei personaggi, un occhio che coincide col nostro: noi, con la macchina da presa, siamo lì che guardiamo, intuiamo, ma non possiamo farci nulla, non possiamo entrare nella vicenda, ma solo osservarla, quasi in maniera “distaccata”, “giornalistica”, quasi alla Silvio Pellico…

Questa impostazione lascia progressivamente il posto a un certo “onirismo”, in cui la macchina si fa, anche se ancora assai “fermamente”, più mobile: il prigioniero albanese che parla al protagonista nella cella del tribunale (con accenti oracolari simili a quelli di Platon Karataev in Guerra e pace) è introdotto da un movimento carrelloso suggerente che il prigioniero manco esista; e a morte avvenuta troviamo anche una sballottolante  macchina a mano concitata…

Uno stile asettico ma sibillino che illustra una storia difficile:
la denuncia della violenza dei carabinieri (che rimane non vista) e dell’incuria dei medici della struttura sanitario-carceraria, è quasi meno pressante di un discorso perfino “metafisico”, alla Comma 22, sul muro di gomma burocratico e sulla concatenazione di cause e comportamenti che lo rendono inaccessibile, invalicabile e dolorosamente mortifero…
più che i carabinieri e i medici cattivi, spesso si illustrano di più i bizantinismi dell’applicazione pedissequa e letterale alle pandette, si illustra un mondo dove il sistema vale più del sistemato, e si illustra quanto sia difficile opporsi a questo mondo assurdo, quasi kafkiano e stalinista…
più che un film di “denuncia” di cattiverie oggettive e inconfutabili, è un film di denuncia contro una mentalità: la mentalità burocrate, minuscola e piccola del piccolo funzionario esecutore, che però è la mentalità di tutti, perfino di noi stessi cittadini (i genitori di Cucchi sono quasi arresi e tragicamente e disperatamente docili verso il sistema: sembrano davvero dei K a processo, e si sentono in qualche modo metafisicamente colpevoli) e contro la quale l’unico modo per reagire e cercare di farsi sentire è addirittura il lasciarsi morire, specie se in qualche modo si è “colpevoli” davvero, in un sistema che non rieduca ma punisce e che si basa più su bacchettonerie che sul “diritto”…

Una riflessione quindi triste, veicolata con questo stile non facile, fatto di oggettività obliqua e di spezzettamento dello spazio con al centro l’attore, il personaggio, sempre più sfatto e lurido, come rappresentazione perfetta di questo marciume di società carcerario-civile…

Non tutto funziona:
Cremonini non tace le problematicità del protagonista, e ce lo rende quasi sgradevole, e ok, ma fa dei carabinieri quasi dei semplici Milo Minderbinder del romanzo Comma 22 di Heller e non del film di Nichols, e quindi li fa sì stronzoni ma, complice la loro metafisicità kafkiana, neanche più di tanto…
l’asetticità di tutta l’operazione tramortisce il ritmo…
gli manca un certo “guizzo” di “genere” capace di renderlo più cattivo: tutto preso a essere oggettivo, fermo e freddo, e tutto impegnato nel prendere meno posizioni possibile, ha forse trascurato il fatto che in contesti più “diegetici” certe vicende risaltano meglio… Cremonini ha per certi versi trascurato il fatto che il ben pensante medio italiota, abituato ai telefilm americani, non comprenderà il perché Cucchi non denunci formalmente la violenza subita preferendo rifiutare le cure per protesta: questo aspetto, se fosse stato veicolato in una diegesi, in un racconto, invece che in un onirico resoconto metafisico, avrebbe impattato di più…
il discorsino metafisico delle inquadrature oggettive “oblique”, dello spazio spezzettato, del disfacimento corporeo del protagonista al centro va bene, ma, allora, per coinvolgere davvero, anche questa componente andava forse più cavalcata, e allora più onirismi ed espressionismi avrebbero giovato…

ma oh… qui si entra nel gusto…
per me è stato carino, ma non esaltante…

Una risposta a "Sulla mia pelle"

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  1. Interessante! Bricca mi ha scritto che lo voleva vedere, e quindi mi sono reso conto dell’esistenza di questo film, che già mi sembra un miracolo nell’Italia di oggi. Se arriva qui da me lo vado a vedere!

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