Don’t Worry

E la stagione comincia con uno straordinario Gus Van Sant, che riesce nella crasi tripla tra il film di handicap, quello del “fine vita” e quello dell’alcolizzato che si redime, in un lavoro ben superiore a tutti i film hollywoodiani sull’argomento (se ne parlava in Il colore nascosto delle cose e un po’ anche in quella lagna di Manchester by the Sea)…

I film “anti-alcolistici” sono tanti, sono proprio un genere preciso, e Van Sant li sorpassa quasi tutti, puntando di più sulla “storia” che sul “personaggio”, facendo una cosa che somiglia di più a Regarding Henry (A proposito di Henry) di Mike Nichols (1991) e a Whose Life Is It Anyway (Di chi è la mia vita), di John Badham (1981) che ai recenti Flight (fiacco film di Robert Zemeckis del 2012), When a Man Loves a Woman (Amarsi, carino ma consolatorio filmetto di Luis Mandoki del 1994), e 28 Days (film da immaginario collettivo di Betty Thomas del 2000)…
E difatti la commozione che Van Sant ispira è dalla parte dei classici The Entertainer (Gli sfasati, di Tony Richardson, 1960), Days of Wine and Roses (I giorni del vino e delle rose, di Blake Edwards, 1962), Clean and Sober (Fuori dal tunnel, di Glenn Gordon Caron, 1988), Ironweed (di Hector Babenco, 1987), The Boost (Cocaina, di Harold Becker, 1988), Bird (di Clint Eastwood, 1988), Leaving Las Vegas (Via da Las Vegas, di Mike Figgis, 1995), e Candy (Paradiso + Inferno, di Neil Armfield, 2006) di cui rappresenta comunque un aggiornamento, visto che riesce a parlare di “redenzione” e di “raggiungimento” della «felicità» come un qualcosa non solo di possibile ma anche di necessario…

Van Sant, come nel bellissimo Restless (L’amore che resta, 2011) e nel molto meno bello ultimo suo lavoro (The Sea of TreesLa foresta dei sogni, 2015, vedi numero 41 di Jiminy Cricket), ci aveva insegnato, con le immagini, ad andare oltre la nostra presenza chimico-carbonica nell’universo, in Don’t Worry ci insegna a conoscerci, a trovare le cause vere dei nostri problemi, e ci rassicura che quei problemi, per naturale “evoluzione”, sono destinati a venire riassorbiti dal “tutto”, dallo stesso carbonio e dalla stessa chimica che li ha generati… Van Sant si fa il poeta di una «entropia benevola» di normale vitalità “positiva” e ribalta quasi annullando il concetto di destino per favorire il concetto dell'”aggiustarsi” guardandosi bene, raccontandosi le storie giuste, verificando la nostra “chimica” nel modo giusto (eccezionale l’esegesi dell’ultima vignetta del protagonista, che riprende tutte le tappe dell’evoluzione umana e ironicamente quasi le “ringrazia”: tutti gli atomi sono partecipi del *risolvimento* di ogni problema quasi quanto ne sono *cause*)…

La prosa di Van Sant somiglia in qualche modo a quella di Night Shyamalan (vedi cenni in Attacco al treno), ma i suoi argomenti cinematografici sono assai migliori: tutti i suoi film “impegnati” parlano in qualche modo di molte tematiche care a Hollywood (i gay in Milk, i tumorali in Restless, i drogatelli in Drugstore Cowboy, la famme fatale matta in To Die For, e adesso i paraplegici e gli alcolisti), ma risultano sempre meglio dei film di Hollywood perché lo sguardo di Van Sant scopre invece di proporre, sbircia invece di imporre, coinvolge invece di avviluppare acriticamente: ogni tanto sballottola come con la macchina a mano per catturare questo o quel gesto, come se la macchina fosse lì ad agire con i personaggi; altre volte salta da una storia all’altra, con analessi e prolessi, per “svegliarti” (un procedimento simile ma assai migliore di quello usato da Nolan in Dunkirk, più somigliante a Jackie), per farti capire che un narratore c’è ma non ti “tiene per le palle”, non ti “inganna”, ma ti “mette davanti” la storia quasi come se lui stesso la stesse “sfogliando” in quel momento, come se lui stesso la stesse organizzando in quel momento, davanti a te, come se il film si facesse mentre lo vedi, con te e insieme a te spettatore: quell’analessi che si risolve è più un memo mentale per te come per il regista che una svolta diegetica; quella prolessi che si ripresenta è più una nota che si conferma che una “scoperta” che ti acchiappa: quei memo e quelle note, Van Sant le ha messe in “pellicola” (ormai digitale) insieme a te, ha visto e valutato con te, e si è fatto un’idea insieme a te… e se tu ami essere spettatore consapevole, non puoi non stare lì a godere con Van Sant e ringraziarlo di esistere…

La tematica del “γνῶθι σεαυτόν” e dell’entropia benevola somiglia a quella del romanziere settecentesco Henry Fielding, convinto strenuamente della “bontà” di tutto il “tempo”…

Il modo di inondare lo spettatore tra frame da riannodare è proprio dei grandissimi capolavori di Van Sant: Elephant (2003), Paranoid Park (2007), Last Days (2005), Gerry (2002)

La tematica dell’uomo come parte della chimica del carbonio ricorda la poetica di Béla Bartók e Leóš Janáček: la loro musica esprime spesso l’idea dell’esistenza “al di là” dell’uomo (con l’uomo come parte e non come centro della natura, e come parte, per di più, totalmente marginale; cfr. come Milan Kundera spiega questi compositori in I testamenti traditi [Les testaments trahis, Paris, Gallimard, 1993] «il pianto di un’anima [può] essere consolato soltanto dalla non-sensibilità della natura. Proprio così […] Perché la non-sensibilità è consolante; il mondo della non-sensibilità, è il mondo al di fuori della vita umana; è l’eternità [… la loro musica libera] dalla soggettività umana, aggressiva e ingombrante. [La loro musica parla] della bellezza dolcemente disumana del mondo prima o dopo il passaggio degli uomini» [dalla traduzione di Maia Daverio, Milano, Adelphi, 2000, p. 73]): loro avrebbero adorato Don’t Worry

Van Sant ha spesso lavorato con i cinematographers Harris Savides e Christopher Doyle: Don’t Worry è girato da Christopher Blauvelt, che è stato un loro allievo…

il romanzo di John Callahan era stato opzionato da Robin Williams, si dice apposta per Van Sant…

Van Sant aveva già lavorato con Joaquin Phoenix in To Die For (1995), e aveva contribuito molto a lanciare il mito di River Phoenix (fratello di Joaquin) in My Own Private Idaho (Belli e dannati, 1991)…

Phoenix e Rooney Mara hanno lavorato insieme (erano una coppia molto meno felice) in Her di Spike Jonze (2013)

Con Don’t Worry, Van Sant si conferma essere uno dei più grandi registi viventi: perché sforna capolavori come questo e perché è capace di trattare con Hollywood per il manistream nazional-popolare ma intelligente (vedi Will Hunting e Finding Forrester): il top!

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