Macerata Opera Festival: «Traviata degli Specchi»

Con Traviata non ho un rapporto di amore incondizionato (vedi «Traviata»: Brecht o Stanislavskij? (Scala 2013), articolo che, escusatio non petita, dico essere stato scritto per rimanere “privato”)… e neanche con il regista Henning Brockhaus (vedi Protoattinio: idem come sopra)…

La Traviata degli Specchi è uno dei più leggendari e magnifici allestimenti presentati allo Sferisterio di Macerata… risalente almeno al 1992, e noleggiato in tutto il mondo in continuazione (con Brockhaus a dirigerlo di persona anche nei numerosi revival), si basa sulla grande intuizione dell’eccezionale scenografo Josef Svoboda (1920-2002): sulla parete di fondo del palco c’è un enorme specchio, con la base ancorata alla parete ma con il lato superiore inclinato un po’ verso il pubblico così da riflettere i dipinti posti sul pavimento del palco, e rifletterli, quindi, su tutta la parete “in grande”: i cambi scena sono solo i cambi del dipinto sul pavimento e lo spostamento di pochi suppellettili di arredamento… Un’idea scenotecnica formidabile, duttile, veloce, e capace di dare corpo ai vetusti fondali dipinti, di cui è una sorta di geniale “aggiornamento” e “ingrandimento ideologico”… alla fine dell’opera, quando Violetta muore, lo specchio si è eretto del tutto, il lato superiore si è alzato e la superficie riflettente era quindi parallela alla parete di fondo e quindi non riflette più il pavimento del palco ma riflette tutto il teatro, il cui pubblico viene illuminato: la “scena” della morte della protagonista diventa il *teatro* stesso e il *pubblico* stesso, come a suggerire una sorta di “finzione” (Traviata finta e teatrale), o una sorta di “denuncia” (l’interpretazione effettivamente voluta da Brockhaus): il pubblico, la “gente”, che adesso guarda e si guarda sul palco insieme a Violetta, rappresenta forse quei borghesi ipocriti, appariscenti, e quella folla del «popoloso deserto che appellano Parigi» che con i loro riti, le loro convenzioni, le loro bacchettonerie di facciata, hanno in qualche modo ucciso Violetta…

L’effetto continua a essere ottimo, e, nonostante mie idiosincrasie personali sull’opera (dovute soprattutto all’assurdità del dialogo centrale tra Violetta e Germont, tanto magnifico a livello musicale quanto risicato a livello di testo), e la mia non così esaltata opinione per il regista (a parte lo specchio, idea di Svoboda, e il superbo espediente finale, la regia di Brockhaus, nonostante i tanti significanti dichiarati nelle interviste, riferiti alle allegorie dei dipinti sul pavimento che uno spettatore non coglie affatto, è del segno vetusto delle regie immobili: nel finale II sono tutti schierati in parata tutti fermi come nelle regie tradizionalissime di millenni fa e l’effetto è un po’ ridicolo; carine, invece, alcune “motivazioni” dei movimenti: nel secondo quadro dell’atto secondo Brockhaus rende Duphol non così zerbino nei confronti di Violetta come fanno tutti gli altri registi), Traviata continua a far piangere…

La direttrice d’orchestra, Keri-Lynn Wilson, rodata professionista, ha diretto il tutto quasi come una Zubin Mehta dei primi anni: implacabile nel gesto e serrata nel ritmo… Ha fatto una ottima lettura semplicemente attenendosi alle indicazioni verdiane e la cosa è meno semplice di quanto si pensi, poiché di “indicazioni musicali” Verdi non ne dà così tante: il semplice arpeggio in 3/4, spesso, è l’unica cosa che scrive, perché, probabilmente, era sicuro dei suoi cantanti, o perché era certo di «correggere» di persona alle prove (vedi cenni su questa orribile questione in Park Place): sta quindi al concertatore dare corpo e sale a quel semplice 3/4: Wilson ci è riuscita molto bene, dando a tutto un passo sicuro, disinvolto e di certa efficacia, anche se i suoi tagli interpretativi erano meramente scolastici, risaputi e da immaginario collettivo, che hanno reso la sua direzione più un compitino accademico che un pezzo artistico (cosa evidente soprattutto nel crogiolo emotivo del finale II)… ma anche “eseguire” in maniera perfetta e accurata non è facile e il risultato è arrivato comunque con bontà e precisione… una musica “di scuola”, nel bene e nel male…

Il suo gesto chiarissimo non ha potuto comunque nulla con la scarsa prontezza del coro (che tende sempre a rallentare) e con certi problemi dei cantanti…

Salome Jicia (Violetta) ha passato il primo atto in modo tecnicamente disastroso (l’acuto di «Sempre libera» è stato un urlo disperatamente sconclusionato, che lei è stata comunque abbastanza brava a “trasformarlo”, con mestiere, in “recitato”, emendando almeno di un 40% la sua sgradevolezza), ma ha migliorato negli atti successivi… Brockhaus non le ha fornito gesti così eloquenti (ogni quattro secondi si adagia per terra, in posa da triclinio romano, a sottolineare sempre in maniera didascalica la stanchezza e la languidezza), ma con Wilson ha trovato una ottima quadra musicale: Wilson, accademica e cronometrica nel 3/4, ha dato la possibilità a Jicia di *interpretare* Violetta in modo ottimo: certe sfumature le ha colte benissimo così come molte intenzioni e tristezze del personaggio che la musica esprime con eloquenza…
A livello “tecnico” non è però mai andata più in alto dell'”infernale”: aveva volumi troppo tenui nelle note basse, quelle acute le uscivano male, e le rimaneva il registro medio, ed è lì che ha dato il massimo “interpretando”: una Ornella Vanoni del canto lirico…
Come il coro, anche lei, ormai forse stanca, non è riuscita a tenere il ritmo nella seconda strofa dell’«Addio del passato»

Alberto Gazale (Germont), uno dei tre baritoni che si sono avvicendati nel ruolo a Macerata (gli altri sono stati Vladimir Stojanov e Luca Salsi), aveva un sicuro physique du rôle, ma è riuscito ad andare a tempo forse in 10 delle 400 battute che canta… proprio seguiva un ritmo tutto suo per niente in linea con gli altri… suscitava reazioni tipo questa:

Iván Ayón Rivas, giovanissimo, è stato bravo, ed è promettente… ha fatto tutto bene, anche se ha usufruito della versione «super-ridotta» della vulgata non filologica della partitura… nella sua aria più tosta (quella che i tenori scafati “editano” in studio, vedi il disastro ancora di Kleiber e Domingo: <https://youtu.be/5QE-VYIwPLE?t=1m54s&gt;) lui e Wilson hanno optato per la puntatura facilitata, priva di ritornelli e con una comoda pausona riposante prima dell’acuto (per altro mai scritto da Verdi)…

Su Traviata vedi anche la versione di Francesco Micheli e il numero 16 di Operas II

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