Elogio di EVA

I 10 personaggi mi hanno fatto riflettere sul fatto che, al contrario di Kodocha, Orange Road e Buffy (Kodocha 21, La trentenne Orange Road, Kodocha e Orange Road, again, Vent’anni di Buffy), in questo blog non c’è quasi nulla su Neon Genesis Evangelion, a parte gli accenni, non proprio elusivi in effetti, in Shin Godzilla

Quest’anno, registi come Lynne Ramsay, Matteo Garrone, Yorgos Lanthimos e Ruben Östlund hanno fatto film che riflettono su quanto la spinta psicanalitica individuale, fatta di conflitti tra gli Es, gli Io e i Super-Io di ognuno, si ripercuota sulla vita di tutti i giorni: film che riflettono su come le tante menti individualistiche, ognuna con un suo portato di “follia”, trovino un problematico sistema di convivenze reciproche, per nulla pacifico, all’interno dei contratti sociali cittadino-statuali esistenti tra gli umani…

Molti di questi esperimenti filmici sembrano soffrire nell’individuazione di uno scarto tra lo psichico e il reale… ognuno di questi film, chi più chi meno, patisce sulla modalità di trattare il momento in cui la sfera psichica di ognuno diventa “stato”, diventa realtà, diventa vita di tutti i giorni…

La Ramsay è quella che subisce meno il problema, perché per lei mente e stato, realtà e psiche sono effettivamente la stessa cosa… e vedremo perché, secondo me, il suo approccio è quello da preferire…

Garrone riesce benino a trovare una sorta di connubio tra mente e stato, tra vero e immaginato, riflettendo sulle falle del contratto sociale, in teoria organismo preposto ad amalgamare le diverse psichi, e da esse inventato apposta, ma in pratica del tutto difettoso, e partecipante, alla fin fine, all’aberrazione e all’indugio nel solipsismo psichico… siccome la polizia, la polizia “vera”, è disinteressata ai problemi individuali, e finisce per essere essa stessa un problema, l’uomo, l’uomo “vero”, confinato in un tempo e in uno spazio di cattività affollato da giochi e passatempi inutili e logori (il calcetto, il parco-giochi fatiscente, le slot machines, i compro-oro luccicoso, la droga, il giocare con gli animali domestici), segregato in contesti “non sociali”, l’uomo interpreta l’ingresso di un “orco” nel suo microcosmo vivente NON come l’ingresso di un criminale, di una entità corrosiva del BENE COMUNE e del BENE DI TUTTI, del bene sociale “vero”, bensì lo CONFONDE con un problema personale, individuale, singolo, nominativo… l’orco, da “problema di tutti”, diventa, nel protagonista di Garrone, “problema solo mio”… nell’orco il protagonista personalizza sue proprie esigenze di natura psicologica: nell’orco il protagonista trasferisce le sue proprie lotte dei suoi propri Es, Io e Super-Io, e ne fa un simbolo di crescita e rivalsa: ne fa una sorta di mostro-Es da cui liberarsi per vivere bene… facendo questo, il protagonista, abbandona la realtà (e in questo è aiutato dal contesto di segregazione ed emarginazione sociale in cui vive: vive nei giochini e in una sorta di periferico quartierino quasi utero materno in cui sembrano esserci solo ninnoli infantili), si mette a vivere una storia di rivalsa psichica fiabesca, e uccide quell’orco che lui intende, follemente, come componente cattiva di se stesso, come Es… lo uccide e crede quindi di essere cresciuto (come cresce l’eroe di qualunque favola dopo aver ucciso l’orco, che cresce e ritorna trionfatore e “per sempre felice e contento” forte della sua nuova armonizzazione psichica tra Es e Super-Io) tanto che si presenta carico di voglia di approvazione e “trionfo” a quelli che vede essere i suoi amici…
Ma i suoi amici, come tutta la componente fiabesca, non esistono, la *realtà* si ripresenta davanti a lui: quell’orco non era un suo Es personale da uccidere metaforicamente, era invece un criminale collettivo da stigmatizzare in ossequio al contratto sociale, ed è stato il malfunzionamento di quel contratto sociale a “corto-circuirlo” e trasformarlo in funzione psichica di una mente segregata dall’emarginazione sociale…
Garrone critica bene il contratto sociale odierno, incapace di armonizzare le spinte psichico irrazionali dei suoi attestanti, e anzi, è perfino colpevole di alimentarne gli arrovellamenti patologici con oblio, abbandono e desolazione…

Lanthimos e Östlnund sono stati i registi che sul discrimine tra psichico e “vero” hanno avuto i problemi più grossi (a loro potremmo aggiungere anche Aronofsky)…
Le loro epifanie di irrazionalità del contratto sociale sono mal ancorate a un lavorio psichico individuale… come se questi registi, come Freud, avessero la velleità di psicanalizzare popoli anziché individui, senza però mai chiarire quanto di “vero” scaturisca dai conflitti di Es, Io e Super-Io dei popoli “analizzati”…
sembrano quasi concludere che non esistano quasi Es, Io e Super-Io, che esista solo il “vero”… come se esistesse solo la realtà e mai la psiche…

Questa è una vecchia frattura dell’intelletto mitografico e pscicoanalitico (vedi A mille ce n’è…)…
Joseph Campbell, nel 1949, rimproverava soprattutto a Carl Gustav Jung, di relegare i miti e le leggende a pura mente che si autorappresentava… tutti i miti, secondo Jung, a ben vedere si somigliavano perché la mente umana è comunque sempre fatta di Es, Io e Super-Io, e quindi tende a rappresentare quegli Es, Io e Super-Io in funzioni caratteriali, in personaggi, che l’uomo può additare come “esempi” del funzionamento della sua stessa mente… In questo, Freud, il maestro di Jung, era stato un genio: Edipo ed Elettra, personaggi del ciclo mitologico tebano dell’antica Grecia, alla base di tanta cultura occidentale, non erano che personificazioni dell’istinto/bisogno infantile di appropriarsi di un genitore, di “sopraffarlo” così da crescere e formarsi… A corroborare le idee di Jung era anche certa antropologia: Vladimir Propp, dagli anni ’20 ai ’40, aveva già dimostrato come i personaggi dei miti (e precisamente dei racconti popolari, i Volksmärchen) non fossero veri e propri personaggi, ma obbedissero a funzioni ben precise e schematizzabili, tassonomizzabili in un numero neanche troppo esteso…
Dopo Jung, negli anni ’60 e ’70, junghiani (Marie-Louise von Franz) e freudiani (Bruno Bettelheim), videro funzioni freudiane e simboli di patologie in qualsiasi fiaba…
Campbell (che è vissuto fino al 1987), e in qualche modo anche Claude Lévi-Strauss, invece, hanno sempre contestato le ragioni totalmente psichiche dei miti, i quali si presentano sì sempre simili, ma non per ragioni di elucubrazione mentale, ma per ragioni di ciclicità della storia e di rapporto, sempre comparabile tra epoche e geografie diverse, tra l’uomo e il suo territorio, la sua terra, la sua “realtà”…
I miti, per Campbell, erano quindi qualcosa che aveva a che fare, in qualche modo, con quello che c’era *davvero* davanti all’elaboratore del mito… era la realtà che formava la psiche che si inventava il racconto, e non la psiche stessa a formare il racconto…

Gli psicologi e gli psicanalitici, e anche i neurologi, forse per ossequio ai loro grandi padri (Jung e Freud), ma soprattutto per evidenze sperimentali, hanno dimostrato che la REALTÀ, purtroppo, non esiste… la realtà è un’invenzione che il cervello di ognuno si *inventa* sulla base ermeneutica di dati e impulsi fornitigli dal suo stesso sistema sensoriale, fatto apposta a metterlo in comunicazione con l’esterno…

Le cose, purtroppo, non esistono…

Se io vedo un muro, quel muro non c’è: c’è solo l’elaborazione che il mio cervello fa di stimoli visivi, olfattivi e tattili e anche gustativi (se uno ha il coraggio di leccare il muro che ha davanti), di quello che ho davanti… che un’altra persona concluda che c’è un muro in base ad analoghi processi non rende quel muro “vero”: stabilisce solo che qualcosa c’è e che tu e l’altra persona date a quella cosa lo statuto di “muro” grazie alla vostra comune enciclopedia, cultura, e simile sistema di tassonomia sensoriale…

Certamente qualcosa c’è… ma in qualche modo ci è precluso il verificarlo a livello “oggettivo” proprio a causa della nostra stessa fisiologia, che non ha un contatto diretto con le cose, ha solo un rapporto mediato del cervello (mediato da occhio, orecchio, naso, tatto e gusto) con un “reale” mai apprezzato in modo diretto…

Il cinema si è da subito occupato di questo problema, un problema tanto cruento nel campo della ricerca scientifica: Niels Bohr fece capire molto presto e in maniera sconfortante che l’atomo esiste solo nell’istante in cui io lo vedo, ma la mia sola presenza nel vederlo, causa del suo “manifestarsi”, costituisce un vulnus dell’esperimento: io l’atomo lo vedo solo in funzione di me che lo guardo, non in funzione assoluta: l’atomo non ci sarebbe se non ci fossi io a vederlo! E Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger estesero questo dramma a tutta la scienza e a tutta la “realtà”, anche negli stessi anni in cui operava Freud…

Quando Lumière cominciò ad andare a riprendere il Bois de Boulogne pubblicizzò il suo apparecchio (leggero, duttile, capace di riprendere e proiettare, veloce nel catturare la luce con una pellicola stabile, efficiente, spiccia, molto lontana dalla troppo sensibile emulsione di Thomas Alva Edison, che quasi non sopportava la luce, che richiedeva diversi apparecchi per riprendere e “riprodurre”, ed era incapace di proiettare, tanto da richiedere al singolare avventore di chinarsi e guardare da uno spioncino il risultato) come rivoluzionario sistema di documentazione del mondo, e così fu accolto dai grandi esploratori, protagonisti dei cascami del colonialismo ottocentesco, che portarono la macchinetta in giro a riprendere pigmei, elefanti, e zone del mondo che mai nessuno aveva visto dal “vivo” (e se pigmei ed elefanti li potevi portare alle esposizioni universali, portarci una cascata, il deserto, o le piramidi era impossibile; e se era facile vedere questi paesaggi nel fermo-immagine di una foto, vederli muoversi era tutta un’altra cosa)…
Ben presto, però, si notò come la *realtà* ripresa da Lumière al Bois de Boulogne, così come la realtà coloniale dei pigmei e delle cascate, non era realtà per nulla!
La stessa presenza di un Lumière riprendente alterava il Bois de Boulogne: Lumière si trovava a riprendere gente che lo salutava, che si fermava a parlargli, che gli faceva le scenette davanti… quando mai la gente, al Bois de Boulogne, si mette a salutare!? o a ballare!? — Non solo: Lumière, per pura voglia di “eufonica” armonia pittorica delle sue immagini, arrivava spesso ad “artefarle”, ordinando a vere e proprie “comparse” pagate di posizionarsi in posti al lato vuoto dell’inquadratura (un ponte, un angolo di strada) ecc. ecc.; e così facevano gli esploratori, che portavano in Europa filmini con pigmei che facevano scemenze varie a favore di camera che mai avrebbero fatto *davvero*…
Quello che era pubblicizzato come *vero* era pura costruzione, puro effetto di Principio di Indeterminazione, pura alterazione del reale, pura elaborazione “categorizzante di reale” offerta al cervello da un mezzo sensibile…
il cinema in qualche modo giungeva a simboleggiare lo stesso funzionamento del cervello (e infatti Henri Bergson usò metafore cinematografiche per parlare di frame cognitivi del cervello, e del modo in cui cervello si trova a percepire il tempo che scorre: ne abbiamo parlato in Paterson)…

Garrone sente tutto questo, e ci gioca bene…
Lanthimos e Östlund sembrano conoscere questo, ma sembrano anche dire «poche storie, il mondo fa schifo e forse non fa schifo per via di percezioni/proiezioni della mente di ognuno, ma fa schifo perché fa schifo di suo, fa schifo *davvero*, anche in quella *realtà* a noi preclusa»…
Ramsay arriva a dire, giustamente, che il mondo fa schifo perché noi tutti, nel nostro funzionamento mentale, facciamo schifo ad armonizzare Es, Io e Super-Io…
Garrone cerca di concludere che forse la colpa non è neanche del tutto nostra, perché il contratto sociale è fallace… ma Ramsay ribadisce che il contratto sociale è fallace solo perché siamo fallaci noi altri nelle nostre psichi individuali…

Ma in alto, sopra tutto questo, c’erano altre invenzioni cinematografiche a parlare di tutto questo… in primis Twin Peaks di David Lynch (in cui il *male*, le patologie dell’uomo, dall’uomo stesso vengono “sublimate” in miti e leggende, “personificate” in spiriti benigni e maligni, in giganti, nani, killer e uomini mutilati, con la “tecnica” osservata da Jung e Freud)… e poi Neon Genesis Evangelion

Neon Genesis Evangelion, EVA, NGE o come si vuole, è una delle manifestazioni più compiute della teoria psicanalitica del cinema e del mondo…
Il mondo vi è rappresentato come espressionistica manifestazione dei gineprai psicanalitici degli uomini, atterriti da timori e paure che non sanno amministrare a livello psichico, e che hanno quindi “trasferito” a livello sociale, trincerandosi in burocrazie e istituzioni autoritarie…
Tutto il complicato mondo di Evangelion non è altro che un’estensione del cervello e della psiche, e la cosa è chiaramente detta negli organismi preposti al “governo”: Gehirn (cervello), Nerv (nervo) e Seele (anima)… nervo, cervello e anima tutti ferini e travolti da patologie e volontà di potenza distruttive, che generano atrocità abissali (morti ammazzati, eccidi e olocausti: il regista, Hideaki Anno, sembra imputare al Giappone un “peccato originale” di connivenza con il regime nazista, che più di ogni altro ha “espresso” le problematiche psichiche in un organismo statuale)…
I ragazzini protagonisti sono tutti animati da impulsi controversi, abbattuti da traumi indicibili, e non sono mai in grado di “categorizzare” quello che gli succede, tanto da personificare i loro problemi in mostri atroci, altri da loro, simboleggianti un “fato” che in realtà è solo riflesso dei conflitti dentro di loro… ogni “angelo” è simbolo di un problema dei ragazzi (perdersi e non essere accettati, la voglia di amore e di attenzione, il voler essere eroi e crescere, volere che tutto vada bene e opporsi ai problemi negandoli)…
e così fanno gli adulti, che si vede essere ragazzi mai cresciuti, colpiti dagli stessi problemi di abbandono/attenzione e amore non corrisposto…

La metafora di Evangelion è portata a un colossale eccesso: tutta la parata di angeli cattiverrimi (che manifestano i complessi dei bimbi, e che palesano la loro voglia di primeggiare, di accoppiarsi, di combattere tra loro, oltre a simboleggiare la loro straniata sofferenza a vivere nelle patologie: certi angeli vanno sbranati, e i robottoni vanno fuori controllo spesso e volentieri anche urlando, in maniera simile a come urlava Killer Bob, il *male* personificato di Twin Peaks: robottoni che molte volte si vedere essere solo e soltanto esseri umani) si “riduce” piano piano a sembianze sempre più umane, e l’ultimo angelo è proprio un ragazzino, identico ai protagonisti, che, reo di aver fatto breccia nel loro contorto universo affettivo (Shinji è sconcertato che Kaworu gli voglia bene, in un modo molto più “assoluto”, e quindi molto meno elusivo di come gli vogliono bene gli altri) viene ucciso, generando la metafora conclusiva: i gineprai psichici dei protagonisti, alla lunga, portano alla depressione autodistruggente (oltre a Kaworu, finisce per “morire” anche Rei, e Asuka è più di qua che di là nell’annullamento depressivo l’ultima volta che la vediamo), e si finisce per fare burn out

Nelle ultime due puntate, Hideaki Anno smaschera del tutto la metafora, spiegando come i gineprai psichici vadano curati, e come per curarli ci voglia l’accettazione del contratto sociale, pur fallace, poiché l’assenza di contratto sociale produce aporie simili agli “angeli”: mentre Shinji riflette, e blatera di voler essere “libero”, le sue voci interiori (guarda caso le voci degli altri personaggi, corroborando la tesi che tutto quanto visto fino ad allora è solo elucubrazione di un singolo personaggio) gli dimostrano che la libertà vera, quella “assoluta” sarebbe un grande inferno “nullo” e che già la concretizzazione della differenza tra sopra e sotto, mentre annienta la libertà assoluta, dà a Shinji la capacità di esercitare la sua volontà (la volontà di camminare) e quindi di “esistere” davvero: l’esistenza comporta NON libertà assoluta, ma libertà modulata dalla volontà del singolo, da armonizzare con le libertà degli altri… <https://www.youtube.com/watch?v=vXbCWJNfq_0&gt;
Una volta capito questo, finalmente, Shinji riesce a vedere quale può essere la sua vita effettiva: potrebbe essere un ragazzino che vive male una situazione del tutto normale, adolescenziale, simile a una sitcom americana, o proprio a uno shojo anime… e quello shojo lo vediamo anche (ed è difficile non collegarlo a Le situazioni di Lui & Lei, l’anime successivo di Hideaki Anno e di cui dovrò parlare prima o poi), e in esso vediamo tutto un rimpasto della trama di Evangelion, dal padre assente dietro al giornale, alla madre invisibile, alla fascinazione per le mutandine di Rei alla gelosia della focosa Asuka, alle incapacità della professoressa Misato… e grazie allo shojo si palesa quanto Shinji possa vivere come vuole, e che quella di EVA, come lo shojo, sono solo espressioni della sua psiche, che Shinji può manifestare come vuole dopo la consapevolezza di poterlo fare, di poter vivere come si sente all’interno della necessità del contratto sociale…
e infatti, una volta compreso tutto, si vede come tutto EVA era immaginato da Shinji in una camera, quasi uno studio televisivo coi riflettori, matrice della “finzione” che noi abbiamo visto (si intravede perfino la sceneggiatura del primo episodio, o dello shojo), e finzione/studio che si frantuma una volta capito che la finzione=realtà può essere tutto quello che si vuole in una “vita” vissuta in accordo alla nostra psiche ormai guarita… (Shinji si merita anche le congratulazioni dei titoli per essere finalmente riuscito ad accettare il problematico affetto del padre e la morte della madre: delle congratulazioni offerte a tutti coloro – a tutti i ragazzi problematici – che riusciranno a fare altrettanto)

La necessità di accettazione del contratto sociale, oltre che nelle ultime due puntate, è palesata anche dalle metafore interne…
Tutto quello che vogliono fare Nerv, Gehirn e Seele, tutto quello che vuole fare lo Shinji-malato, è aggirare il contratto sociale per baloccarsi con visioni di delirio di onnipotenza: annullare ogni singolo individuo e fare una sorta di unico corpo collettivo, finalmente “fratello” perché del tutto “unico”…
Shinya Tsukamoto, in Tetsuo, dà un’analoga metafora della società malata conseguente a questo problema psichico-patologico, evidentemente molto sentito in Giappone…
L’individuo patologico si sente insufficiente come individuo e vorrebbe essere del tutto parte della società, assimilato alla società stessa (il «perfezionamento dell’uomo», spunto nicciano para-nazista della Seele/anima patologica di Shinji), e insieme teme questa assimilazione demonizzandola (il mostro ferreo-carnale che tutto mangia e tutto assorbe di Tetsuo)…
Se fossimo tutti “uno”, senza volontà di potenza individuali, senza voglie di mangiarsi e prevaricarsi (quello che tocca fare agli angeli), si starebbe tutti meglio… ma la voglia di rimanere “unici”, ben simboleggiata in EVA dall’A.T.Field (il «campo di assoluto terrore» che ci rende unici e tanto paurosi del contatto: per questo quando Kaworu vuole bene a Shinji, riuscendo immediatamente a penetrare il suo A.T.Field, la sua timidezza, Shinji vacilla), e tanto voluta dal patologico Shinji, sarebbe la voglia di quella “libertà assoluta”, senza sopra e sotto, che Shinji poi riesce a capire essere un “nulla”… grazie alla paura che Shinji ha di “essere tutt’uno con tutti”, alla paura che Shinji ha di “annullarsi” (paura che si dimostra in molte scene di EVA, ai limiti dell’horror), Shinji riesce a “guarire”… una volta guarito, è facile vedere nella voglia di inglobamento totale in se stesso di Shinji, un sintomo bello grosso di una diagnosticabile depressione distruttiva: il depresso che vuole stare tranquillo ma che, insieme, desidera ardentemente che qualcuno stia con lui, a fare le stesse cose idiote che fa lui, qualcuno che lo “liberi” o che stia depresso accanto a lui… depressione simboleggiata anche da molti altri personaggi: «muori insieme a me», il postulato della depressione distruttiva, è ciò che dice più volte la mamma di Asuka…
Inoltre, questo combattere della depressione, tra voglia di uscirne e voglia di perdersi, è simboleggiato dalle decisioni di Shinji, sempre a metà tra “faccio e non faccio”, vivo e non vivo, sempre pronto a dare la colpa agli altri delle cose che fa lui, sempre pronto a dire «mi hanno costretto» (il vecchio «non so io a farlo, è il mio cervello» che i bambini prorompono quando gli si chiede come mai facciano i capricci), e sempre incapace di relazionarsi con gli altri, non solo nella tematica del «dilemma del porcospino», più volte citato dall’anime, ma anche nella sua rappresentazione delle reazioni degli altri, che a Shinji non sembrano mai contenti di lui (quando agisce, gli rimproverano che ha agito, quando non agisce, gli rimproverano che non ha agito: un loop di follia depressiva)

Queste mie interpretazioni, congruenti alla lunga premessa pscico-cinematografia di assenza di realtà, non trovano granché successo nella blogosfera riferita a EVA… e i film, con cui Hideaki Anno ha gratificato e continua a gratificare il fandom, si appellano a ninnoli e scemenze varie, tentando di comprendere quella che è solo una metafora psichica in termini “realistici”, baloccandosi, quasi in maniera masturbatoria, a cercare coerenze impossibili tra gli angeli, gli impact, le anime nei robottoni, e altre scempiaggini evidentemente simboli e non argomenti…
sulle atrocità dei film mi dilungo molto in Shin Godzilla, quindi non c’è ragione di infierire…

Ovviamente, ancora non è stata tentata un’analisi visiva di EVA: quante volte ricorre l’immagine del bagliore sull’acqua, da molti esegeti argomentativi interpretata come l'”anima”? questa qui:

Schermata 2018-07-24 alle 18.41.24

è davvero l’immagine dell’anima?

e la mano che si chiude di Shinji, questa:

mano shinji

, che rappresenta?

Risposte che non attraggono la blogosfera, tutta immersa in angeli, impatti e cospirazioni…

Essendo ogni personaggio metafora di un problema, ed estensione della mente malata, concludo dicendo che le mie psicosi sono molto congruenti con quelle di Asuka, di Misato e di Kaji… le loro metafore di morte per depressione/appariscenza, e di amore per consunzione paterno-amoroso-avventuriera (Kaji come metafora di una memoria e di una speculazione intelligente che smaschera ben presto il gioco e che quindi esce di scena, lasciandoci nel tormento del nostro essere ancora avvolti dai problemi edipici), sono quelle che tutte le volte mi fanno piangere di più!

Nel tormento di capire quanto la realtà non esista, Evangelion ci augurava di guarire, tramite il contratto sociale, dalle imposizioni espressionistico-depressive di una realtà singola… realtà singola atrocemente riflesso nella nostra patologia… la realtà nazista…

oggi al governo c’è gente che non accetta la mancanza di realtà e il susseguente relativismo: c’è gente che impone la sua realtà malata di volontà di potenza e prevaricazione a tutti quanti…
Le scemenze sui migranti, così come il sistematico rifiuto infantile di tutti i dati atti a carpire quel “qualcosa” di “assoluto” al di là della mediazione particolaristica dei nostri sensi (quel “qualcosa” che negli esempi precedenti noi possiamo categorizzare come “muro” ma che potrebbe, in senso “assoluto”, essere chissà che), rendono questo governo uno dei peggiori nel valutare il da farsi, e uno dei peggiori nel concretizzare il contratto sociale (che difatti va a ramengo sotto i colpi dello sparo alla gente che ti entra in casa e delle esultanze per i morti a migliaia in mare)…
Un governo che esalta solo l’io-patologico, solo le categorie sensoriali di poche persone affette dalle stesse patologie, e rifiuta tutto il resto…
Un governo che non cerca di capire cosa c’è al di là dei sensi; non cerca di capire se quello che ha davanti è un “muro” o no… intima che quello è un muro e massacra chi dice il contrario… un governo che sempre afferma: «questa è invasione di migranti, e non mi interessano dati e statistiche che mi aiutino a vederci chiaro al di là della mia aberrante percezione: per me vale solo la mia percezione aberrante, e su quella agirò costruendo un contratto sociale solo per quelli che la pensano come me»

Un governo evidentemente uguale allo Shinji non ancora “guarito” di Evangelion, non ancora libero di vivere la sua vita come vuole, ma ancora personificante i suoi problemi personali in problemi collettivi “gonfiati” a personaggi “mitici” (gli angeli di EVA sono come la troika europea o come il magnate cattivo Soros inventato da Salvini), uno Shinji/governo ancora prigioniero nella finzione dello studio televisivo…

Guardiamo Evangelion, anche per comprendere la situazione, e guarire da questo tempo sbagliato…

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