10 personaggi

Ispirato da EvilAle, eccomi a scegliere 10 personaggi…

È impossibile perché:
Io non mi affeziono ai personaggi…
Io detesto i personaggi…
Io amo solo le storie…

Costretto con la forza stilo come segue, alla rinfusa e a caso, specificando subito che non si tratta affatto di identificazioni ma solo di ispirazioni…
Gli ex-aequo saranno molti non per eludere il limite di 10 ma perché il personaggio è inteso spesso da tanti come “forma” a sé stante, come “veridica” figura a tutto tondo vivente di vita propria… Ovviamente non sono d’accordo: non bisogna scomodare la Mitografia del personaggio di Salvatore Battaglia (1968) né la Morfologia della fiaba di Vladimir Propp (1928) per accorgersi che i personaggi potranno anche cambiare faccia, pelle e nome, ma sono solo FUNZIONI all’interno di storie, e gli ex-aequo aiutano a sottolineare come alcuni personaggi, venerati e ammirati come “singoli” e “unici”, sono in realtà gli stessi: lo stesso personaggio, la stessa funzione espressa in storie diverse (o anche poco diverse, ma che noi percepiamo diverse per pura necessità tassonomica o elaborativa di livello di coscienza cerebrale) — purtroppo le FUNZIONI che mi affascinano sono pochissime: funzioni che metaforizzano la crescita, l’antinomia vitale schopenhaueriana tra vivere e non vivere, la ricerca di completezza… per cui sono tanti personaggi, ma in definitiva uno solo con tante sfaccettature (oppure con un «lato solo e mille spigoli» come dice Meryl Streep/Carrie Fisher in Postcards from the Edge)…

  1. Spike Spiegel: Cowboy Bebop, Shin’ichiro Watanabe (1998)
    Disilluso, scettico e sarcastico, potrebbe essere stato inventato da Joseph Conrad, e il suo cuore cupo di passato rinnegato, di rimpianto e di tristezza, che lui cerca di “emendare” con un’esistenza di routine normale ma avventurosa, lo perseguita… Siccome ritiene importanti solo le cose passate, allora ha per il presente e per il futuro un interesse nullo, che origina la sua ironia su ogni cosa, il suo non prendere sul serio niente, e anche, insieme, il suo profondo senso del relativismo: non vale nulla e quindi tutto vale per ognuno, e ognuno lotta in una battaglia tutta sua per lui importante…
    e questo lo sa anche perché lui lotta, e proprio col suo passato perseguitante…
    e quando quel passato si ripresenta, con Julia che muore evocando «la vita è un sogno» suggerendo la necessità di una “oltre vita” o una “non vita” al di là dell'”essere”, e con la strage ai limiti del catartico aristotelico (edifici che esplodono, duelli fratricidi insanguinati, doppi che si affrontano, bene e male che si compenetrano: il soggetto di molti altri anime coevi, da Evangelion a Trigun, espressione del taoismo forse infuso nello shintoismo e così ben metaforizzante l’Es e il Super-Io freudiani), l’ultima sua parola rimane lo scherzo, l’ironia, il ribadire la “non importanza” anche della catarsi “personale e cosmica”… il «bang!» di sorriso, prima del suo stramazzare a terra e prima dell’elegia corale della canzone «Blue» e dell’esergo debussiano-maeterlinckiano («You’re gonna carry that weight», come a dire che ora tocca a noi pubblico vivere la vita di Spike, e forse a suggerire che la stiamo già vivendo), è il massimo dell’espressione schopenhaueriana della “vita” che si libera finalmente dal suo essere tempo e spazio… il massimo della realizzazione della “oltre vita” evocata da Julia…
    Come non commuoversi?
    Come non ispirarsi?
    <https://www.youtube.com/watch?v=03qBqP2I4p8&gt;
    <https://www.youtube.com/watch?v=XJjnbhSTuqQ&gt;
  2. Sarah: Labyrinth, Jim Henson (1986)
    All’inizio capricciosa e burbera, infantile, poi serena e coscienziosamente adulta… e fin qui sarebbe come tutte le eroine di crescita… la grandezza di Sarah è l’accorgersi che gli orpelli dell’infanzia, la bimbominkiezza for life (le bamboline, i carillon, i trucchi), l’infanzia di “superficie” è tutta una cacchiata («it’s all junk!»), l’infanzia vera è la crescita conseguita senza rinnegare il ricordo: il ricordo è l’infanzia, l’esperienza è l’infanzia! non è rimanere bambini in eterno, è portare con sé lo spirito dell’infanzia nella crescita… alla fine, pur adulta, Sarah non rinnega lo spirito (gli spiriti) della fanciullezza, rinnega solo gli oggetti inutili (Lancillotto, perfino il librino rosso, tanto utile, e per questo riposto nel cassetto, non regalato, ma comunque “messo da parte”) e continua a baloccarsi con i sogni di cui ha bisogno sempre («remember fair maiden, should you need us…») NON per restare ferma nella piccolezza ma per vivere continuamente nella crescita! — nella dionisiaca danza finale è ovviamente il barbagianni, è Jareth, che è rimasto fuori, guarda caso un Jareth che avrebbe voluto Sarah rinchiusa nella bolla di vetro del ballo mascherato, a ballare con lui per sempre in un’eterna bambinezza, bella quanto mortifera (il ballo mascherato è pieno di gente poco carina e non cessa mai di inquietare quanto di incantare: è il simbolo della bimbominkiezza for life: tutta orpelli e oggetti bellissimi ma effettivamente morte, come quella di Peter Pan, o prigione)… Jareth fuori di finestra, la bimbominkiezza for life, con la sua calzamaglia scema e le sue richieste strambe («Do as I say and I will be your slave»: è proprio una bislaccata: è la mente stessa paurosa di crescere che si autoinfligge scemenze antinomiche assurde pur di rimanere sempre uguale, sempre “morta”) non può disturbare né la gioia che si esprime nella camera di Sarah, adulta vera, potente dell’infanzia vera che è la crescita, né la luna che risplende imperterrita nel cielo… He has no power over them!
    <https://www.youtube.com/watch?v=JPRh537QyVo&gt;
    <https://www.youtube.com/watch?v=kccora7LKfU&gt;
    >>>>TIE<<<<
    Ran Kotobuki: SuperGals!, Mihona Fujii (1998), Tsuneo Kobayashi (2001)
    Sarah è anche Ran Kotobuki: gigantesca di morale inattaccabile e insieme attaccabrighe, caciarona, e priva di sintesi (una sintesi che forse ha il suo doppio, Miyu Yamazaki) — sempre giocosa ma integerrima, incarna perfettamente le stesse cose dette per Sarah: la fanciullenzza consistente nella crescita…
    >>>>TIE<<<<
    Clizia Gurrado: Sposerò Simon Le Bon, Clizia Gurrado (1985), Carlo Cotti (1986)
    Anche in romanzi e film totalmente cretini si trovano le stesse funzioni: Clizia cresce rompendosi il piede e non riuscendo quindi a vedere quell’idolo dell’infanzia (i Duran Duran) che tanto ama… la permanenza in ospedale a Genova le fa capire che tutto il mondo idiota del futuro di nozze con Le Bon è assurdo, e che il Le Bon vero è lì davanti a lei, quell’Alex che gli ha sempre fatto il filo e che finalmente lei accetterà CRESCENDO ma sempre chiamandolo ogni tanto Simon per costruire il loro futuro con gli “spiriti” del passato che sono comunque il DNA… Clizia non vive continuamente nella speranza di sposare Simon (sarebbe bimbominkiezza for life), vive con Alex ricostruendo in maniera “adulta” la sua infanzia, ogni giorno… come non essere d’accordo, anche se il film fa cagare?
    >>>>TIE<<<<
    Yu Morisawa: L’incantevole Creamy, Osamu Kobayashi (1983)
    Quando Toshio finalmente capisce che la sua amata Creamy è la piccola Yu non ci sono trionfalismi del caso, ma ci sono simboli di purificazione (la pioggia) e sentimento di stare vivendo qualcosa di assurdo (gli ombrelli ancora fluttuanti nel cielo, e l’unico ombrello che viene portato via dal vento, sul prato verde, accompagnato da una semplicissima melodia pianistica, quasi mozartiana, anche somigliante all’adagio del KV 488: il concerto per pianoforte 23)… l’assurdo però dell’esistenza: alla fine Toshio si accorge finalmente di stare “vivendo”…
    e Yu ottiene finalmente quello che ha sempre voluto: esserci!
    Yu è originale perché ha sempre mal sopportato il suo essere Creamy, ha sempre detestato dover fare la cantante, essere trafelata, e destreggiarsi tra le metafisiche assurdità dell’esistenza: voleva solo fare la bimba…
    ma il mondo si sconvolge e sconvolge, perché è fatto di mille atomi e di mille dimensioni, potresti cadere in una pozzanghera e involontariamente finire sulla Stella Piumata a combattere senza volerlo draghi pucciosi: ed è così che è: non si vuole crescere e si vorrebbe che tutto fosse calmo e tranquillo, ma invece si cresce: si sviluppano testicoli e gonadi, si ha il ciclo mestruale e il mondo è assurdo, nessuno ti capisce, e quelli che vuoi non ti vogliono!
    Yu subisce quasi tutto questo, ma alla fine è felice di averlo fatto, è felice di CONQUISTARE quell’assurdità, è felice di VIVERE in quell’assurdità che prima sembrava odiare… come la Coraline Jones di Neil Gaiman e Henry Selick, la conquista di Yu è la conquista della normalità, della crescita, dopo assurde “perdizioni” nella bimbominkiezza for life, nella stupidera (le tante puntate “meta-cinematografiche”, quelle che sviluppano tanti generi per puro gioco; oppure le tante puntate di riempitivo scemo), nella mortifera “abbandonanza” della follia (le tante puntate “metafisiche”, dove non ci si capisce niente, e dove spesso si stigmatizza l’assurdo dell’esistenza umana, priva di rispetto ecologico: emblematica quella in cui i brutti sogni dei compulsivi costruttori edili fanno una nube triste che intacca la coesistenza tra le diverse dimensioni del tempo e dello spazio)…
    Sotto la pioggia e sotto gli ombrelli volanti e fluttuanti, Toshio si accorge che Creamy è Yu, suona Mozart (o limitrofi e rielaborati) in un mondo ugualmente assurdo come prima, e la chiama «Yu!», poi, dubbioso fa «…o Creamy?»
    …a quel punto Yu, cresciuta davvero, e finalmente accettante del tutto il mondo conquistato della crescita, rimbrotta Toshio esclamando «Yu è solo Yu!»
    esprime se stessa, dice «io sono sempre io», anche nell’assurdo, anche nella crescita, anzi: io sono io proprio perché sono cresciuta! e l’ultima battuta, «Toshio! Giochiamo!» ribadisce il nuovo gioco, il gioco vero, quello non folle dei bimbominkia, ma quello della vita…
    Splendido! anche se, indubbiamente, le stesse tematiche, Kobayashi le ha narrate meglio in Orange Road
    >>>>TIE<<<<
    Bradamante di Chiaramonte [e di Montalbano]: Orlando furioso, Ludovico Ariosto (1516-1532)
    Le stesse cose si possono certamente dire per Bradamante… capricciosa e distruttiva paladina combattiva (un po’ somigliante alla del tutto incazzosa Marfisa), cresce e da allora il combattimento è solo per vivere seriamente, non più con la bimbominkiezza for life… Impossibile non amare i trapassi tra bimbominkiezza e crescita: il vendicarsi di Pinabello alle spalle, perfino originando la vendetta che colpirà l’amato Ruggiero (proprio per vendicare questa morte di Pinabello, operata in maniera furente da Bradamante, i maganzesi parenti del morto uccideranno Ruggiero, il marito dell’assassina); e il correre a riprendersi Ruggiero, secondo lei tra le braccia di un’altra («Contra quest’empio ardisci animo forte/Vendica mille mia con la sua morte!», XXXVI:34, testo ovviamente di Cesare Segre): tutti e due momenti, anche distruttivi, della voglia di esserci e di crescere… — Sull’Orlando furioso vedi anche il post apposito
  3. Buffy Anne Summers: Buffy, the Vampire Slayer, Joss Whedon (1992-1997)
    Energica come Ran ma molto più antipatica, Buffy incarna l’essere superbi e superiori dell’adolescenza, il sentirsi dei fenomeni, e poi il soffrire di sensi di colpa perché ci si sente dei fenomeni (una definizione del personaggio che arriva anche abbastanza tardi nella serie, in Conversations with Dead People, 7.07, di Jane Espenson, Drew Goddard, Joss Whedon e Marti Noxon/Nick Marck — definizione scritta da Whedon non accreditato)…
    e incarna anche la non completezza dell’adolescenza, ancora a metà tra vita e infanzia come dei biscotti che stanno cuocendo ma ancora non sono cotti (altra metafora che arriva tardi, addirittura in Chosen, 7.22, di Whedon, l’ultimissima puntata)…
    come dicevo in Vent’anni di Buffy, non si può non sorridere con Buffy della sua crescita: energica, sicura, un po’ superba e antipatica, ma simbolica di tutta l’adolescenza! [vedi anche il giochino 30 giorni di Buffy]
    >>>>TIE<<<<
    Faith: Buffy, the Vampire Slayer, Joss Whedon (1992-1997)
    La stessa funzione di Buffy la attua anche Faith, ovviamente dal punto di vista loser e violento, dal punto di vista di quello che non è superbo e sicuro di sé, di quello che non ha i sensi di colpa per se stesso… i sensi di colpa ce li ha ma li butta sugli altri… un po’ come un personaggio di Pirandello (Vitangelo Moscarda, soprattutto)…
    Gelosa e dionisiaca, Faith è il negativo di Buffy, senza gli amici di una vita coi quali sentirsi superiori, senza la mamma amorevole: una Buffy forse anche più veritiera e fattuale di Buffy, più istintiva e beona, ubriaca e persa…
    Non ci si può non innamorare di lei come di ogni altro adolescente che ti tratta male non per malvagità ma per puro desiderio di attenzione e abbracci; che si picchia con gli altri o che ti sbatte la porta in faccia, ma che di fondo vuole coccole e affetto (e il suo rapporto col Mayor Richard Wilkins è assolutamente da padre e figlia: con lui cerca di vivere quell’infanzia bambagiosa che vede negli altri…)
    Due sono le sue puntate chiave: Revelation, 3.07, di Doug Petrie/James A. Contner e Who Are You, 4.16, di Whedon (la seconda parte della tetralogia di Faith, che continua in Angel, in cui è importante anche la terza parte: Five By Five, Angel 1.18, di Jim Kouf/James A. Contner) — le due puntate sembrano essere una l'”inizio” e l’altra la “fine” buffyana di Faith: la prima segna una ennesima delusione di un “mentore” (Gwendolyn Post), l’altra la prima presa di coscienza, il primo rendersi conto che fare pagare a tutti gli altri i drammi della adolescenza che hai tu non è così giusto… entrambe finiscono con Faith che riflette, mentre fugge via, in primo piano: riflette su se stessa e su come poter vivere durante la sua vita di fuga, la sua vita di caciarona…
    Prese di coscienza necessarie…
    >>>>TIE<<<<
    Kathryn Merteuil: Cruel Intentions, Roger Kumble (1999) [in teoria: Les liaisons dangereuses, Choderlos de Laclos (1782)]
    Identica a Faith, e specchio di Buffy, e interpretata dalla stessa Sarah Michelle Gellar, rispetto all’originale di Laclos ha quella forza di riscatto adolescenziale in più, e non il solo riscatto sociale (evidente nella versione di Glenn Close del film di Frears), che la rende “vera”… La Gellar la fa scura, sbarazzina, meno macchiavellica e più istintiva del prototipo, e Kumble le costruisce uno smascheramento più “solare”, meno mortifero, più aperto alla crescita e meno condannato dalla morte (la scoperta del Journal di Sebastian, e lo sputtanamento davanti a tutti, è più un rito di passaggio necessario, più la “prima vergogna che ci fa cambiare/crescere” invece che la condanna della società settecentesca ipocrita verso la donna)…
  4. Natál’ja Il’ínična Rostóva (Natáša): Vojná i mir, Lev Tolstój (1865-1869)
    Libera e felice, ma non metafisica come la pisana delle Confessioni di un italiano (di Ippolito Nievo, 1867): la pisana rappresenta la libertà e quindi, in qualche modo, non “esiste”, neanche nel romanzo… Natáša è invece molto concreta, è “presente” nei suoi simboli, e non sono simboli statici, ma molto dinamici: Natáša cambia idea, Natáša ferisce, Natáša tratta male, un po’ come Faith, certamente, ma non per lo stesso bisogno di affetto, forse più come Buffy, per ancora non concluso carattere (anche Natáša è ancora solo biscotto in forno non ancora cotto)… Ed è anche una prova potente del fatto che i personaggi siano mere funzioni: senza la scrittura di Tolstój, che riesce impossibilmente a essere sia visiva sia riflessiva, Natáša non ci sarebbe, sarebbe ben poco interessante: il suo story arc, se raccontato meramente, è banalissimo… È Tolstój che ci infonde il senso del tempo, della vita, quell’idealità concreta dello scorrere del carattere durante la vita, da un gusto all’altro: quella metafora del correre apparentemente forsennatamente solo per rimanere dove si è: la metafora della paradossale coerenza incoerente dei giovani, del mondo (il Mir del titolo in cirillico ottocentesco)… e bellissimo è vederla “cresciuta”, alla fine, matrona e quasi “contraddetta”, del tutto diversa, da come era prima (da vecchia è granitica, coerentemente coerente, quasi proprio un macigno, da tanto “aerea” che era da giovane), ma in qualche modo sempre la stessa…
    Impossibile non innamorarsi…
    >>>>TIE<<<<
    Serena van der Woodsen: Gossip Girl, Cecily von Ziegesar (2002)
    Certamente è la Serena dei romanzi, che, come Natáša, simboleggia l’anarchia, la «Land of Do-As-You-Please», che si contrappone all’Ancien Régime, a Blair… Nel telefilm questa metafora carina sbraca e viene dimenticata a favore di cacchiate, anche se Blake Lively incarna bene l’irrealtà della sua bellezza…
    Oltre all’anarchia, Serena è anche un’idea di impossibilità di visione, impossibilità di “vedere”, un’impossibilità di immaginazione: è così bella da essere indicibile (la Ziegesar non riesce a descriverla)… e rappresenta anche l’estasi dell’esserci…
    Anche Natáša è contenta del vivere e dell’esserci, e la Ziegesar è evidente che si sia ispirata a Tolstój in molti aspetti (Vanessa Abrams legge Ánna Karénina, non mi ricordo se nel primo o nel secondo libro), e costruisce per lei sentimenti acuti e polarizzati, tanta gioia come tanta tristezza, ammantandola però sempre della luce della gioia: gioia che appare “malvagia”, egoista e che non si affeziona a nessuno, ma invece simboleggia l’estasi della felicità, l’estasi del semplice essere al mondo, connessi col mondo e non con qualcuno…
    Una felicità a cui non è proprio facile resistere…
  5. Bastian Balthasar Bux: Die unendliche Geschichte, Michael Ende (1979)
    Impossibile non citarlo per la sua natura di metafora di processo evolutivo dell’intelligenza… Bastian è sballottato in una serie di avventure, ed è alla ricerca di se stesso, e si perde nel marasma degli stimoli, dei desideri (l’insidiosa Weg der Wunsche, che poi è la strada che porta all’anarchia della «Land-of-Do-As-You-Please», guarda caso “iniziata” dall’analogo monito «Tu Was Du Willst»), arrivando a perdere perfino il nome… Mai c’è stata una allegoria così efficace del perdersi proprio durante l’autoricerca: autoricercarsi vuol dire non trovarsi, vuol dire mettersi in discussione, vuol dire dimenticarsi, riinventarsi, per riuscire poi a riconoscersi così come eravamo sempre stati: ci si riconosce come per la prima volta, perché siamo rimasti così NON per partito preso, ma per vera naturalezza… Bastian riesce a essere Bastian non per paura di cambiare, non per conservazione (che sarebbe mortifera, zombie, sarebbe Peter Pan) ma perché è sempre lo stesso nonostante tutti i cambiamenti radicali che subisce, ed è questo il vero essere se stessi, non le imposizioni di un carattere, ma l’essere un carattere perché si diventa un carattere senza però diventarlo davvero: il riuscire a “diventarlo” nonostante lo si sia sempre stato… — Io sono qui non perché non mi sono mosso ma perché muovendomi continuamente riesco a stare qui, inconsapevolmente, tanto che quando mi vedo riesco a vedermi io, nonostante non sembri io: riesco a vedermi come per la prima volta nonostante io sia sempre stato io!… — Bastian è metafora del mondo, di primavera, di cambiamenti di stagioni, di vita e di coerenza splendida… ed è metafora vera di Bildungsroman, di formazione di un essere, e di riflessione sul come doversi “perdersi per ritrovarsi”, che è molto diverso del “perdersi e basta”…
    Fantastico…
    <https://www.youtube.com/watch?v=vmY2g-gmI2M&gt;
  6. Edipo, re di Tebe: Edipo re, Sofocle di Colono (430-420 a.C.)
    Il grande poliziotto che cerca il colpevole… e il colpevole è lui stesso!
    L’incarnazione più grande del «conosci te stesso» antico, e il più miserevole degli eroi tragici perché è il più superbo degli eroi tragici: come Buffy, Edipo crede di sapere tutto quanto, ma finisce per disperarsi delle sue illusioni…
    La sua storia è un monito sempiterno all’indagarsi, al conoscersi, al non darsi per scontati, al non crogiolarci nelle nostre certezze…
    Come non provare per lui quel misto di terrore e compassione necessario alla crescita intellettuale, così come la intendeva Aristotele… tutto il mondo occidentale è incarnato da Edipo… non si può non piangere per lui e con lui, perché tutti noi siamo lui…
    >>>>TIE<<<<
    Rick Deckard: Blade Runner, Ridley Scott (1982)
    Anche Deckard ammazza tutti i replicanti, ma lui stesso è un replicante… è colui che uccide se stesso…
    e nella versione “piana” dei cinema la cosa è ancora più affascinante, perché il suo essere replicante non è certo e inequivocabile, è solo possibile… per questo la versione “theatrical”, tanto bistrattata con le voci fuori campo, finisce per essere migliore, perché ispira riflessioni maggiori: saperlo certamente replicante inficia un pochino il senso di ricerca di se stessi, guarda caso edipica, che il personaggio ha…
    Non si può non essere Rick Deckard, lì a distruggere cose che sentiamo essere “nostre”… e le distruggiamo per chissà quale motivo che non ci ricordiamo… forse le distruggiamo come Bastian: le distruggiamo solo per scoprire noi stessi, salvo poi disperarsi, come Edipo, di aver distrutto tutto… Il Deckard coi fuori campo si chiede efficacemente «ha senso distruggere quando non so se sto effettivamente distruggendo me stesso?»
    >>>>TIE<<<<
    Heathcliff: Wuthering Heights, Emily Brontë (1847)
    Di Edipo, Heathcliff ha la caratteristica di essere vittima di se stesso, di avere queste rabbie infantili e istintive, queste furie bambine di vendetta atroce per le violenze subite, rabbie che travolgono tutti, perfino la sua “anima” e la sua “vita”…
    Furioso e tempestoso, come la brughiera che abita, è quasi metafora di “natura”, di violenza distruttiva naturale (quella osservata da Malick in The Thin Red Line), ma anche tanto umano: come se Heathcliff ricongiungesse terra e ambiente e umano: uomo e paesaggio, umanità e pianeta… e infatti continua a vivere (con Catherine) dopo la morte, forse come fantasma, ma più probabilmente come l’erba, il vento e la brughiera che è sempre stato…
    Intrattabile, e bene non averlo tra i piedi, ma è sempre intorno a noi…
    <https://www.youtube.com/watch?v=o-EEvx-qBto&gt;
    >>>>TIE<<<<
    Winston Smith: 1984, George Orwell (1948)
    E in quanto a vittime di se stessi, il povero Winston, che tradisce Julia per la paura ancestrale dei topi, e poi subisce il lavaggio del cervello dal Big Brother, potrebbe essere un campione… Ma potrebbe anche non esserlo, perché Winston è di più: disperato e triste, perfino anonimo nel suo essere bravo a lavoro e per nulla irruente, è anche metafora della sofferenza della società, metafora della non congiunzione tra ambiente e vita (e quindi è quasi il contrario di Heathcliff): uno scollamento che porta certamente alienazione…
    Ed è l’alienazione che tutti viviamo nel mondo del Big Brother (che è anche il mondo di Noi di Evgénij Zamjátin) dove comunque tutti noi viviamo…
    >>>>TIE<<<<
    Ranma Saotome: Ranma ½, Rumiko Takahashi (1987), Tomomi Mochizuki e Tsutomo Shibayama (1989)
    Ranma è forse davvero vittima di se stesso, perché è insieme due esseri contrastanti: uomo e donna, insieme guerriero e oggetto di desiderio di guerrieri…
    È forse una delle più straordinarie rappresentazioni della doppiezza e promiscuità dei desideri e delle personalità della gente, delle persone e dell’umanità… Uomo e Donna, Super-Io ed Es, o anche Batman e Bruce Wayne, in ogni caso sempre “io e qualcos’altro”: la nostra effettiva dimensione che Ranma incarna anche meglio di Pirandello!
  7. Arthur Pendragon: Excalibur, John Boorman (1981)
    Non il Re Artù delle complesse leggende, ma proprio quello condensato da Boorman nell’antinomia tra uomo e divinità, più densa e anche più pregnante di quella rappresentata dal Gesù cristiano…
    E più pregnante perché più connessa con la sofferenza di essere umani ma insieme di essere ente sovrannaturale del futuro, e per questo non poter essere del tutto umano davvero…
    Il suo voler essere umano ma non poterlo essere è metafora sì di destino ma anche e sopratutto metafora di giustizia: lui non può esimersi dall’essere giudice della moglie, perché lui è anche giustizia e si dispera perché vorrebbe essere del tutto uomo per difenderla lui stesso…
    Arthur è la colossale metafora delle cose che non si possono fare perché c’è cose più importanti, metafora della sofferenza di poter vivere l’umanità solo in sogno, perché c’è da fare altre cose (abbattere i mali, organizzarsi, “reggersi” a livello morale)… è davvero il grande erede di Enea e uno dei grandi incarnatori di quella enorme idea schopenhaueriana del preferire non esserci mai stati, perché l’esistenza comporta necessariamente questo tipo di antinomie: come si agisce si fa male, e quindi non si dovrebbe agire, ma se non si agisce, allora non si esiste…
    Non resta che “uccidersi”, uccidere il nostro doppio cattivo, i nostri mali interni (within: Boorman, fantasticamente, posiziona il Graal «at the edge of within», nello stesso castello di Camelot e il custode ne è Arthur stesso: metafora meravigliosa del dover fare i conti con se stessi, o del dover ritrovare se stessi), i vari Mordred e Morgana, per finalmente non dover più niente al futuro e poter essere, anche solo sognando (forse nell'”oltre vita”), finalmente uomini…
    L’ho messo qui, ma Arthur è sia come Buffy sia come Spike Spiegel…
    <https://www.youtube.com/watch?v=SXIXI1u0X9c&gt;
    >>>>TIE<<<<
    V: V for Vendetta, Alan Moore e David J. Lloyd (1988-1989)
    Anche lui puro sogno di futuro e di liberazione, di anarchia (come Serena van der Woodsen), e puro “inesistente”, è la grande metafora di costruire qualcosa, di costruire qualcosa di migliore, e di costruirlo con l’amore (anche il sanguinolento finale di Watchmen è tutto per creare un «mondo più forte d’amore in cui morire»; e V scrive «I love you» sugli schermi del dittatore Susan: le storie di Moore sono tutte più o meno cervellotiche, elefantiache e impillaccherate, ma sembrano tutte dire che è l’amore, soprattutto l’amore per il prossimo, che regge il mondo e “giustifica” perfino tante altre malefatte: Watchmen finisce con una glorificazione un po’ stramba del Comedian, guerrafondaio, stupratore e fascistello, che si riesce a capire solo pensando che perfino il Comedian era riuscito a “innamorarsi” di Sally Jupiter: l’amore “purifica” ed è l’amore alla base dell’anarchia, il sistema di “non governo” più fantasticamente fiducioso nella bontà dell’uomo)…
    V è la speranza, non tanto plausibile (V for Vendetta finisce nelle stragi del Verwirrung e non certo nella «Land-of-Do-As-You-Please» dell’Ordnung), ma tanto voluta, che le cose vadano meglio… e nel Verwirrung, la Evey “ereditiera” della funzione di V e trasmettitrice di nuovo del suo messaggio, ci fa in effetti ben sperare, nonostante il «Take-What-You-Want» imperante…
    Non si può fare che come V: ispirare all’amore quanti più possibile…
    <https://www.youtube.com/watch?v=hCmTvPvyOm0&gt;
  8. Tancredi: Gerusalemme liberata, Torquato Tasso (1575-1581)
    Tanto accecato dal duello, uccide la sua stessa amata Clorinda… e quando se ne accorge non può che andare in esaurimento e riflettere che l’uomo è così: è, come molti altri personaggi di questo post, vittima di se stesso: con la sua violenza, la sua voglia di prevaricare, non fa che arrecar danno solo a se stesso…
    «Passa pur questo petto e feri scempi/co ‘l ferro tuo crudel fa’ del mio core;/ma forse, usata a’ fatti atroci ed empi,/stimi pietà dar morte al mio dolore./Dunque i’ vivrò tra memorandi essempi/misero mostro d’infelice amore:/misero mostro, a cui sol pena è degna/de l’immensa impietà la vita indegna.//Vivrò fra i tormenti e le mie cure, mie giuste furie, forsennato, errante;/paventarò l’ombre solinghe e scure/che ‘l primo error mi recheranno inante,/e del sol che scoprì le mie sventure,/a schivo ed in orrore avrò il sembiante./Temerò me medesmo; e da me stesso/sempre fuggendo, avrò me sempre appresso.» (XII:76-77, il testo è tutt’oggi quello di Lanfranco Caretti).
    Fuggire ma avere sempre il nostro fantasma, il nostro “nega-Scott” di Scott Pilgrim, le nostre paure e i nostri difetti sempre alle calcagna, e vivere solo per far vedere agli altri cos’è una vita infelice, cosa è vivere un amore andato male a causa nostra, l’essere condannati a essere esempio, monito e monumento di infelicità…
    Condizioni tristerrime che non si può non compatire, come non si può non temere di sperimentare… — su Gerusalemme librata vedi il post apposito
    >>>>TIE<<<<
    Ernst Theodor Amadeus Hoffmann: Les contes d’Hoffmann, Jacques Offenbach (1881)
    Sempre in giro, è destinato a innamorarsi della stessa donna… ma lo stesso “male”, lo stesso perseguitatore luciferino, gliela uccide o gliela toglie…
    Uomo infelice e allucinato, passionale e mai coscienzioso, l’Hoffmann di Offenbach è una perfetta metafora dell’uomo moderno: attratto dalle cose che ama, dalle idee rarefatte e dalle scemenze (gli Afterhours cantano: «inseguivi una cazzata, era splendida e dorata, fresca e avvelenata»), e tanto bisognoso di purezza e amore, è però vittima di sventure, di fato avverso, di tragedia di esistenza…
    Un grande personaggio “tragico”, stupido e un po’ scemotto, ma così perseguitato dalla vita da farti provare il massimo della pena, del dispiacere e della riflessione: noi tutti siamo vittime di fati avversi come lui… [si parla dell’opera anche nelle Musiche per Halloween e al numero 33 di Operas VI]
    >>>>TIE<<<<
    Red Garnett: A Perfect World, Clint Eastwood (1993)
    Insegue Butch per fermarlo, ma più che altro lo insegue per rimediare ai suoi errori: è stato lui a mettere Butch precocemente in riformatorio, dove ha appreso il suo essere “criminale”: è quindi colpa di Garnett se tutto è andato a ramengo…
    Una metafora di senso di colpa che da allora Eastwood non abbandonerà più, ma che svilupperà con troppa foga e scarsa sintesi (Million Dollar Baby è inefficace a causa di troppa tronfiaggine), mentre qui è ancora cristallina, incipiente, nascente e pregnantissima…
    Quando il cecchino uccide Butch, Garnett capisce di non poter mai più rimediare ai suoi errori… e forse si trasformerà in un Tancredi (o forse egli stesso in un Butch)…
    <https://www.youtube.com/watch?v=aSjMxY1aG78&gt;
  9. Tat’jána Dmítrievna Lárina: Evgenij Onegin, Aleksándr Púškin (1825-1833), Pëtr Čajkóvskij (1879)
    Lettrice di romanzetti, attratta dalla campagna, dal cambiare delle stagioni, e dai miti e dalle leggende tradizionali, che le recano anche incubi premonitori, Tat’jána è una delle più dolci espressioni dell’innamoramento (impagabile quando ripete alla njánja: «non sono malata, sono innamorata! [Я не больна:
    Я… знаешь, няня… влюблена]»: occhio che si legge vljubliná: è III:19), e delle più tenere rappresentazioni del cambiamento “crescitivo”, perché non accetterà il suo antico amore, proprio perché il suo rifiuto l’ha fatta crescere così tanto da non poterlo accettare di nuovo, ma solo “amarlo nel ricordo”… una “riedizione” di Sarah o di Clizia, molto più consapevole…
    Nell’opera, ovviamente, il grande Čajkovskij sa come rendere tutto questo al meglio, non facendo affatto dimenticare i magistrali, sentimentali quanto ironici, versi di Puškin, ma ammantandoli di molto più sentimentalismo assai salutare! [l’opera è la numero 31 di Operas V]
    <https://www.youtube.com/watch?v=5cvi-EiBAGw&gt;
    <https://www.youtube.com/watch?v=7rQqzV80iFA&feature=youtu.be&t=2h22m&gt;
    >>>>TIE<<<<
    Ersilia Pallesi in Salani: Metello, Vasco Pratolini (1955)
    Sanfredianina, capace di prendere straordinarie decisioni e di mandare avanti la baracca, e quindi di ricompattare i fronzoli del marito (bravo quanto pieno di farfallini: le sottane, il vino, le manie di grandezza), si riprende ciò che è suo a ceffoni e rifiuta le cose imposte con efficace testardaggine (fantastico il dialogo col primo promesso sposo riccone: «Ascolta bene, Ersilia. Ti conviene ubbidire. Non soltanto io sono ancora il tuo principale, ma è come se fossi digià tuo marito, abbiamo fatto proprio ora le pubblicazioni.»
    «Oh» ella disse, e gli rise in viso. «Valle a scancellare, perché tu, te lo puoi togliere dalla mente, di diventare mio marito. Ci vogliono uomini d’altro genere, per una donna ch’è nata in San Frediano.»)
    La si ama molto di più di Metello, anche per la sua capacità di “troncare” le cazzate degli Afterhours e di Hoffmann con magnifiche sentenze dissacranti (immortale il finale del romanzo: «Ma d’ora in avanti», «D’ora in avanti cosa?»): Ersilia è la realtà salutare da non trascurare mai!
  10. Batman: Batman, Bob Kane (1939), Frank Miller (1987), Tim Burton (1989-1992: sul Batman di Burton, vedi Burton II)
    Batman è un po’ come Arthur e V, ma più che ansia di futuro ha smania di presente: di aggiustamento del presente ingrato e distruggente… Le storture del mondo le sente come storture della sua psiche… il tanto odiato espediente di Burton di fare del Joker l’assassino di Thomas Wayne è invece una genialata che fa di quella di Batman una lotta tra il sé e il suo doppio cattivo, ancora il “nega Scott” di Scott Pilgrim e ancora Tancredi…
    Di “nuovo” Batman porta il fatto di voler davvero vivere: non è che non può vivere (come Arthur), e non è che ha distrutto il suo vivere (come Tancredi), ma sente di non poterci essere pienamente finché non sono “sconfitte” le sue paure e la sua negatività…
    Non è una giustizia (come Arthur o Buffy), Batman è un’esigenza di crescita prima del condurre la vita…
    <https://www.youtube.com/watch?v=68Nz_UXvSeI&gt;
    >>>>TIE<<<<
    Barone Cosimo Piovasco di Rondò: Il barone rampante, Italo Calvino (1957)
    Cosimo è esattamente Batman: il non poter “vivere” se non si è se stessi fino in fondo, e per poterlo essere ci si deve “capire” in una dimensione “separata” dal resto della “conformità”…
    Questa scelta, come quella di Batman, è lancinante, perché porta a perdere l’amore, a perdere Viola, ma non si sarebbe potuta avere davvero Viola se per averla si “rinunciava” a se stessi…
    Un’antinomia maiuscola, supersonica, tra le più stupefacenti mai ideate dall’uomo: essere se stessi e per esserlo perdersi (perdere l’amore), un po’ come Bastian, ma al contrario di Bastian non ritrovandosi mai più, ma penzolando sempre “altro dagli altri”, “diverso dagli altri”, nel tentativo di aggiustare un mondo imperfetto… Ma, o si esiste così, per quello che siamo, o non si esiste…
    Le scelte di Cosimo sono scelte comunque di “libertà”: ognuno ha la sua e ognuno deve rispettarla, anche se costa cara… e senza quella libertà (che è anche l’«inch» di V e Valerie) non si può vivere… Cosimo sta sugli alberi ad “aggiustare” il mondo razionale settecentesco in cui vive così come Batman sta sui grattacieli a “liberare” se stesso e gli altri dalle storture del mondo… e sentono di dover fare questo, perché questo è la loro vita, e sono disposti a pagare le conseguenze rimanendo soli: piangendo, ma così è… altrimenti non si è…
    forse Bastian è più felice di loro, ma non così diverso… anche loro «Do-As-They-Please» (come Nataša e Serena, per altro)
    >>>>TIE<<<<
    Etienne Navarre: Ladyhawke, Richard Donner (1985)
    Tranciante di voglia di vendetta, Navarre è un granitico personaggio buonissimo… riesce a capire che la sua vendetta è inutile e si libera dei suoi problemi semplicemente “affrontandoli” («Look at us!»)…
    La sua cavalcatura possente su Golia, e il suo lottare per amore, lo rendono indispensabile!
    <https://youtu.be/NwzL_PHG3yM?t=2m14s&gt;

I rimasugli sarebbero stati i personaggi di Closer (almeno Alice Ayers), di Mike Nichols (la Working Girl), di Andrew Niccol (i protagonisti di Gattaca e Truman Show), di George Miller (Mad Max), di Bram Stoker, di Oscar Wilde (almeno Algernon Moncrieff o Cecily Cardew), di James Matthew Barrie (almeno Wendy e Thinker Bell), di alcune opere di Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal (almeno il Kaiser della Frau ohne Schatten), Pelléas et Mélisande di Maeterlinck/Debussy, qualcuno di Victor Hugo (Marius, Jean Valjean, oppure Gwynplaine o Dea), di Verdi (almeno Azucena, o Radamès e Amneris, vedi Operas II e III), di Janáček (almeno Bystrouška, vedi Musiche per la primavera) tanti altri anime (in effetti mi sento un po’ in imbarazzo a non aver per niente citato qualcuno di Hideaki Anno, né Yukino Miyazawa, né Soichiro Arima, né Jean Roc Raltic [o Jean-Luc Lartigue], né Nadia, né Misato, né Kaji, né Rei Ayanami, neanche la mia adorata Asuka [rimedio in Elogio di EVA]… ho citato poco anche Orange Road e Kodocha perché su di loro un po’ ho scritto: Kodocha 21, La trentenne Orange Road, Kodocha e Orange Road, again; però non ho citato per niente neanche Miyazaki, né Shita né Pazu né Nausicaa né Kiki né Jiji: vergogna!), le PowerPuff Girls, per me importantissime, e tanti altri classici (Enea, Didone, Antigone, Elettra), ma come si fa? queste cose sono impossibili…

Vedi anche Libri e librini

Una risposta a "10 personaggi"

Add yours

  1. Mi fanno morire i: >>>>TIE<<<<

    Comunque post bellissimo. Stupende le scelte di Spike (non me lo aspettavo), Yu Morisawa, Satome e Rick Deckard.

    Belle anche le spiegazioni. Come sempre molto profondo e interessante.

    E comunque concordo: queste cose sono impossibili…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Blog su WordPress.com.

Su ↑

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: