Maggio Musicale Fiorentino: Riccardo Muti: «Macbeth»

Firenze è andata in visibilio per Riccardo Muti, e nella sua persona si è crogiolata nella nostalgia del grande festival del Maggio che era una volta, sotto la sua direzione, nel gloriosissimo periodo 1968-1980…
Una nostalgia molto vicina all’idolatria, quella che a Firenze neanche Mehta ha più… 

Il suo ritorno ha dato origine a incontri col pubblico attesi da Nardella in persona, da generali delle forze armate locali, da sindaci dei dintorni, da cardinali, alti prelati e perfino il redivivo Lamberto Dini… mancavano solo le frecce tricolori: roba che nemmeno Mattarella suscita a Firenze…

Una botta di adrenalina per un Maggio che quest’anno è stato un po’ scalcagnato, nonostante Baryšnikov e Aškenazi: quasi mai perfetto, quasi mai sold-out (anzi, proprio mai: solo per la Carmen), quasi mai “sentito”…

Il Muti uomo si è un po’ raccontato negli incontri col pubblico come si autorappresenta da quasi 15 anni nei suoi canali YouTube e nelle sue interviste ai giornali italiani: non si azzarda a parlare di musica se non per aneddotelli un po’ scemi, si atteggia da solo a grande gloria, spesso si fa i complimenti da solo, e altrettanto spesso somiglia a Pippo Baudo quando va ospite in RAI: tratta tutti come fosse il padrone di casa, gioca, saluta i cameramen da lui stesso assunti… idem fa Muti: saluta gli orchestrali del periodo 1968-’80, scherza coi cardinali, dà di gomito ai sindaci, ma in stile quasi caciarone, da nonnetto un po’ burlone…
La cosa che si capisce dai suoi tanti discorsi è la sua sofferenza di essere stato sempre considerato di destra, nonostante le sue amicizie con comunistoni (Ronconi, Piero Farulli), e di non essere mai stato considerato davvero un “grande” in Italia perché etichettato nel verdiano-belliniano-donizettiano e nel “popolare”, proprio lui così attivo anche nel repertorio primo ottocentesco fuori dal mainstream (Cherubini, Spontini, il Rossini drammatico), nella riscoperta degli anni ’10 e ’20 (Skrjabin, Busoni, Respighi), nella valorizzazione di artisti contemporanei (Sciarrino), e nella promozione della musica per i giovani (con Farulli ha quasi la “comproprietà” dell’idea delle orchestre giovanili italiane), cose che mai la stampa critica musicale italiana gli ha riconosciuto davvero, mentre le ha sempre riconosciute a Claudio Abbado, che fece le stesse identiche cose sue, e negli stessi anni, ma fu al contrario sempre incensato come un super, come un grandissimo…
Una contrapposizione che Abbado e Muti non considerarono mai a livello personale né di carriera (e ancora più assurda se si pensa che negli stessi anni era attivo anche Giuseppe Sinopoli, anch’egli mai davvero osservato dalla critica italiana, prova che quella critica era impegnata così tanto in un folle dualismo da non accorgersi che era in gioco non un duello ma un triello: fu un inglese, Norman Lebrecht ad accorgersene, anche se con un’accuratezza non millimetrica [i suoi articoli sono spesso delle scemenzesse]), ma che dopo tanti anni Muti sembra ancora soffrire, nonostante fosse una polemica quasi tutta italiota (Muti lo hanno sempre venerato all’estero, come e quanto Abbado, da Londra a Vienna, da Philadelphia a Salisburgo, e durante gli anni alla Scala, 1986-2005, non ha mai veramente sofferto di stampa avversa, anzi)…
La sofferenza che traspare dagli aneddoti, spesso sfocia nel rancore, nella eterna voglia di togliersi i sassolini dalle scarpe di una carriera italiana che Muti sente come costellata da ingiustizie: dagli scioperi degli orchestrali ai sovrintendenti in disaccordo con lui, ai divismi dei cantanti non in linea con lui…
Un rancore, ancora, che somiglia a quello di Pippo Baudo, che, nonostante i 60 anni passati, trova sempre il tempo di dare la stoccata al direttore di rete che lo ha licenziato, al capostruttura che non lo ha compreso, al direttore di palco che non lo ha approvato, e non perde mai occasione di rammaricarsi di non essere stato considerato davvero un grande della TV perché faceva cose “nazionalpopolari”, nonostante il suo primato nell’aver introdotto in TV anche roba “alta” e “nuova” come il balletto, la cucina, la storia, e l’intrattenimento intelligente e satirico dei tanti comici che ha scoperto/scritturato…
Analogie tra Baudo e Muti che forse tipizzano una personalità democristiana, ma, soprattutto, dei grandissimi professionisti-artisti che amano il loro lavoro, la loro “arte”, che curano in ogni dettaglio, più della politica, e forse più della vita (sia Baudo sia Muti spesso confessano di essere stati così tanto casa e carriera da aver trascurato il tempo libero)

Caratteri personali e scemenze comportamentali che comunque noi pubblico non sappiamo e che sbagliamo nel dedurre dal solo balenare di impressioni tratte da fugaci momenti…
quello che effettivamente traspare da Muti è la sua grande forza nel far suonare la musica, nel capire e far esprimere la grande musica che dirige…

Il Macbeth è un’opera in effetti molto difficile, in cui Verdi forse per la prima volta ottiene quel miracolo di fare un’opera sì costruita sull’inanellarsi di pezzi chiusi ma contemporaneamente anche al suo interno “incollata” e coerente di un compiuto e inesorabile progetto drammatico, speciale, efficacissimo e definitivo… Quando ancora RigolettoTraviata hanno alcune brodaglie (le arie a caso e di riempitivo), Macbeth supera gli impasse (le marcette e i brindisi) benissimo, proprio in modo sublime, e sfolgora con le sue novità di toni strumentali scuri e di idee sonore “cattive”, sicuramente ispirate ai risultati di Bellini, Donizetti, Berlioz e Meyerbeer, ma sorprendenti soprattutto per il loro “anticipo” di Debussy e Strauss (durante «Fatal mia donna un murmure» le “voci” notturne, i gorgheggi di follia e gli urti musicali immaginati sono un campionario che origina, oltre che il successivo Trovatore verdiano di poco tempo dopo, anche i rumori di Allemond nel Pelléas et Mélisande e l’espressionismo mentale delle uccisioni di Elektra, di 50 anni dopo)… ancora più eccezionale il fatto che tante di queste assolute genialità drammatiche Verdi le abbia concepite addirittura nella prima versione del 1847, prima anche che nel panorama musicale si fosse affacciato il Wagner “autentico” (la prima versione del Tannhäuser è sì del 1845, ma il Lohengrin, molto più coerente, arriva solo nel 1850)…
Nelle aggiunte del 1865, Verdi amplifica le idee del ’47 creando, se possibile, un impasto ancora più affascinante, fatto di istanze “anni ’40”, caprine, ricciute e cagnesche, presenti nella linea melodica, e sensibilità “anni ’60”, più sfumate, tenebrose e psicologiche, evidenti nelle ritmiche rielaborate: il Macbeth 1865 è davvero un unicum speciale, un “condensato” delle migliori idee drammatiche di 20 anni storia del teatro musicale…

Muti dirige, quasi da sempre, il Macbeth 1865: una delle opere che ha diretto più spesso… e ha preteso di dirigere l’edizione critica di David Lawton, i cui diritti di esecuzione sono proibitivi per il Maggio (da sempre avverso alle edizioni critiche, non solo perché non amate da Zubin Mehta, un direttore che dirige a memoria, ma anche perché il loro costo grava su un budget sempre più microscopico): il risultato è stato che l’opera è stata data in forma di concerto: gioia pura per i musicali veri, che vedono finalmente tutte le raffinatissime trame orchestrali nascoste dal golfo mistico, ma tormento per i melomani autentici, attaccati soltanto al lusso della scena…

Che Muti sia un esperto verdiano è risaputo e quasi proverbiale, ma è anche vero che quell’esclusivismo proposto dai media, di accostamento immediato Verdi/Muti, è certamente esagerato: Carlo Maria Giulini, Giuseppe Sinopoli, il solito Claudio Abbado, Herbert von Karajan, e oggi Daniele Gatti, Massimo Zanetti e Myung-whun Chung hanno tutti offerto letture verdiane di singole opere comparabilissime se non superiori alle proposte di Muti (come pensare il Nabucco, la Forza del Destino o anche il Rigoletto di Muti se non si comparano con le letture di Sinopoli; o TrovatoreFalstaff con quelle di Giulini e Karajan)…
È ovvio, però, che Muti ha con Verdi un rapporto simile a quello che Branagh ha con Shakespeare: è un esperto verdiano nel senso che le ha proprio dirette tutte le sue opere… E nel Macbeth in particolare, nonostante le ottimerrime concorrenze, ancora di Abbado e Sinopoli, l’impronta di Muti è davvero unica perché nel Macbeth sono evidenti tutte le idee “poetiche” del suo Verdi…
Un Verdi che, dagli altri direttori citati, è spesso “cantabile” e aperto al doloroso e al tragico sdilinquimento, al tremore della tenue “paura” anche senile… un Verdi spesso anche un po’ “immobile”, spesso lentissimo… Muti, forte anche degli studi sulle metronomie ottocentesche (simili a quelli portati avanti dalle esecuzioni di “prassi esecutiva” barocca di Harnoncourt, Gardiner e Hogwood, evidenti soprattutto in Beethoven), tratta Verdi, invece, sempre in maniera velocissima, forsennatissima, e lo tratta in maniera del tutto SCENICA…
Il dettaglio dell’analisi musicale della partitura che Muti propone in Verdi è attento nello scovare tutte le intenzioni MIMICHE, le intenzioni RECITATIVE, quasi STANISLAVSKIANE dietro alle note scritte: il Verdi di Muti è un Verdi in AZIONE, in ATTIVITÀ, in MOTO, come lo è lo Shakespeare di Branagh, e come probabilmente era il Verdi delle prime esecuzioni: sia Shakespeare sia Verdi (e Verdi adorava Shakespeare), per quanto si sa, scrivevano per un andamento ferocemente forsennato, velocissimo… o, almeno, in Shakespeare si sa quasi di sicuro che gli attori corressero, viste tutte le prove documentali e iconografiche sul teatro elisabettiano; in Verdi, come in Beethoven, nonostante le prove metronomiche dei brevetti originali, ancora si fatica ad accettare la velocità, poiché “sporca” molti dei loro lirismi, e perché, in definitiva, soprattutto Verdi, nelle partiture scrive spesso e volentieri battute vuote che rallentano e indicazioni belle chiare di «pausa lunga» (specie nelle opere post-1855)…
In effetti, la velocità è solo una componente della teatralità “recitante” delle letture verdiane di Muti, che, ripeto, come Stanislavskij cerca nelle partiture appigli per l’azione, per la “recita” quasi quanto le cerca per la musica… e per questo odia tutto quello che è orpello non motivato scenicamente, odia l’acuto finale mai scritto, il respiretto melodico non richiesto, la puntatura facilitante non adatta al clima della situazione spettacolare…

In Macbeth tutto questo è evidente, perché è proprio lampante se paragonato alle prove di Abbado e Sinopoli, che nella musica trovano “circostante date” (per usare il linguaggio stanislavskiano) del tutto diverse da quelle di Muti: se per Muti in Macbeth i personaggi corrono, per Abbado e per Sinopoli sopratuttto, i personaggi sono impegnati in una liturgica metafora di trenodia e di fato avverso, in disperate marce funebri, e in attoniti terrori “overwhelming”… se in Muti corrono, in Sinopoli stanno fermi a riflettere sul loro avverso destino e urlano lungamente pietà!

Nella lettura di Sinopoli guadagna il clima notturno del Macbeth, la componente di sotterfugio bisbigliato, e la riflessione metaforica sul destino… in Muti guadagna la componente horror, l’immediatezza del thrilling, l’atmosfera concitata della “murder mystery”…

Dalla sua prima registrazione (coeva a quella di Abbado) del 1976, Muti ieri sera ha perfino accelerato i tempi, che sono diventati davvero spericolati, tendenti quasi a fare dei “legati” apposta per facilitare l’accelerazione (un procedimento che si può sentire anche in alcune registrazioni di Georg Solti), e ha calcato davvero tanto la mano sulla “recita” dei cantanti, quasi a far dimenticare che l’opera era data in forma di concerto: Luca Salsi (Macbeth) non ha quasi per niente “cantato”, ha proprio recitato, facendo quasi un musical… in quest’ottica è stata strabiliante soprattutto la prova di Lady Macbeth, Vittoria Yeo, capace di un sublime equilibrio tra scena e canto (bravissimo anche Riccardo Zanellato in Banco; il tenore Francesco Meli, squillante e virtuoso, simile al Carreras registrato da Muti nel 1976, paga pegno invece per avere un personaggio, Macduff, del tutto insulso)

L’orchestra del Maggio, in queste recensioni quasi sempre bistrattata, con Muti si è comportata bene, come è riuscita a comportarsi bene con Aškenazi e Boder… Gli aneddoti sul ritorno di un direttore serio al Maggio, e uno esigente e così bravo come Muti, hanno fatto il giro del teatro: pare che Muti li abbia rimproverati di non suonare mai come ensemble ma solo come “reparti” slegati…
Il lavoro di Muti sull’orchestra si sente essere stato straordinario, e si rimpiange che il Maggio non abbia un direttore “fisso” come lui, che imponga studio e disciplina…
Chiariamoci: i miracoli non si fanno, specie quando si hanno poche prove a disposizione… però è evidente che l’orchestra ha suonato meglio che con l’ultimo Mehta
Due o tre attacchi sono andati “storti” anche con Muti, e la solita tromba ha sbraitato anche con Muti (e mi dispiace tanto che un pezzo particolarmente cattivo del balletto abbia fatto sbagliare il flautista, finora il migliore dei concerti da me visti: si è riscattato risolvendo magistralmente un altro passo proibitivo nella scena successiva, e Muti è stato bravo a chiamare l’applauso del pubblico solo per lui!), ma il volume raggiunto (solo Boder è stato comparabile in quanto a volume quest’anno), la potenza espressa e il vigore strumentale erano davvero degni di un’orchestra che si chiami orchestra…

L’ultimo Macbeth al Maggio fu quello del 1847, alla Pergola nel 2013, in uno strepitoso spettacolo di Graham Vick letto in maniera fiammeggiante e furente da James Conlon, e lo stesso Luca Salsi a fare Macbeth, ugualmente “recitato” come ieri sera (vedi cenni in La Prima Guerra Mondiale)…
Questo Macbeth 1865 di Muti è stato paragonabile per resa e lustro, e ci ha regalato una serata ugualmente emozionante…
e la leggenda Muti, vivente e presente, a firmante autografi (anche io ne ho ottenuto uno, evviva!), quasi 80enne ma ancora strepitoso nel dirigere i musicisti e nell’interpretare la musica, per nulla adagiato nella routine del professionismo, è stato un portento, nonostante il suo essere personalmente forse un Pippo Baudo…

Il futuro del Maggio, purtroppo, sarà lontano da Muti, e la stagione annunciata, dopo le proposte di Fabio Luisi con Verdi (RigolettoTrovatoreTraviata con Francesco Micheli alla regia), Schubert e Mahler, si affloscia con nomi e idee più simili a compagini scrause come Torre del Lago che a festival internazionali come Salisburgo (le tante proposte pucciniane, per nulla coerenti, sono affidate a Valerio Galli, che in curriculum ha molto pessimo Torre del Lago)… inoltre, la Traviata Luisi/Micheli, dopo il debutto, verrà riproposta così tante volte che ci uscirà dagli occhi… e i molti programmi da definire incuriosiscono ma insieme allentano il glamour dei grossi nomi coinvolti (ritorna Barenboim)… sicché non credo che si prospetterà un bel mondo…

però alcune proposte non si potranno perdere, per esempio il West Side Story diretto da Lanzillotta…

vedremo…

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