Maggio Musicale Fiorentino: Ciclo Šostakovič: James Conlon

Il pubblico riccone di Firenze ha di nuovo lasciato quasi vuota la platea…
E tutti hanno tanto lodato questo Ciclo Šostakovič come un miracolo di modernità: come sempre il pubblico della musica “colta” pensa il moderno con uno scarto di 50-60 anni: è moderno quello che è scritto nel 1950, forse quello scritto nel 1960 (Britten, Stravinskij, forse Boulez, forse Bernstein, forse Messiaen), mentre quello che è scritto nel 2010, nel 2016, quello no, non è moderno, è contemporaneo, e quindi non merita di stare in teatro, non *guadagna* la sala…

Il Ciclo Šostakovič è meritevole, certo, dato che molte sinfonie non erano mai state eseguite a Firenze, ma probabilmente non è il *miracolo* che hanno voluto pubblicizzare, né, certamente, questa formidabile apertura al “nuovo” che tutti hanno dichiarato salmodiando…

Di James Conlon e di Myung-Whun Chung posso davvero considerarmi fan (come, tra i pianisti, vi ho detto, lo sarei di Chat’ja Buniatišvili, anche quando stecca, vedi Maggio Musicale Fiorentino: Ciclo Čajkovskij/Stravinskij: Jurovskij & Buniatišvili, o di Denis Macuev)…
Conlon viene spesso a Firenze a fare cose supersoniche, e qui l’ho conosciuto, intorno al 2005, con il Concerto per pianoforte di Čajkovskij (con Alexander Toradze), non esaltante, ma negli anni successivi e precedenti esaltantissimo proprio con Šostakovič, con la Ouverture Festiva, con una splendida Lady Macbeth di Mcensk (di cui proprio lui ha tratto una suite che eseguì insieme all’Ouverture Festiva) allestita da Lev Dodin (2007), con la Francesca da Rimini di Čajkovskij e la Dante-Sinfonie di Liszt (che lui introdusse “alla Bernstein” dal podio del vecchio Comunale), con la fantasmagorica Chovanščina di Musorgskij (regia Andrei Serban, 2004), con la Messa da Requiem e lo strepitoso Macbeth di Verdi (quello splendido della regia di Graham Vick alla Pergola, 2013)…
Da quando è “capo” alla RAI di Torino (succeduto a Juraj Valčuha) lo si vede spesso anche in TV (il suo concerto di capodanno del 2016 da Venezia, però, non fu proprio il massimo)…
Predilige spesso Šostakovič e Zemlinsky (di cui è una sorta di “campione” ufficiale), ma a Los Angeles (l’altra compagine, la LA Opera, dove è “capo”, oltre a Torino: la classica idea dei direttori: essere capo di una istituzione sinfonica e di una operistica, come fu Muti a Firenze e a Londra, poi alla Scala e a Philadelphia; N.B.: a Los Angeles è direttore musicale ma è “sottoposto” al manager vero e proprio che è Plácido Domingo) è famoso anche per Verdi (tutti i losangelini hanno apprezzato la sua Traviata allestita da Marta Domingo con Renée Fleming e Renato Bruson del 2007), Puccini (il suo Trittico del 2008, allestito da William Friedkin, col quale non ebbe rapporti felicissimi, stando a quanto dichiara Friedkin, fu un successone), e Wagner (ha diretto il primo Ring des Nibelungen mai realizzato dalla LA Opera tra il 2009 e il 2010), che sta cominciando ad affrontare anche a Torino…
Tutte le volte che viene a Firenze è una festa… anche ieri è stato salutato da ovazioni immense, che lo rendono il direttore più applaudito al Maggio dopo Zubin Mehta (superiore anche al direttore designato Fabio Luisi, che ancora non è “in casa”: vedremo a settembre le reazioni per la sua trilogia verdiana con Francesco Micheli: sarà la sua “prova del nove”)

Il numero 28 di Symphonies parla sommariamente della sinfonia in programma, la Settima di Šostakovič, in maniera opposta a come è introdotta nel programma di sala fiorentino, stilato da Franco Pulcini e Paolo Petazzi: il primo è il vero grande esperto italiano di Šostakovič, ed è un convinto sostenitore che i diari del compositore siano autentici: per il programma di sala, quindi, Šostakovič era un dissidente del sovietismo, che riempiva le sue musiche di messaggi subliminali per resistenza e non per cinismo… Tutta un’altra branca degli studi (vedi Alex Ross) al contrario trova spesso contraddizioni nei diari šostakovičiani, sospettando che essi stessi siano un prodotto del cinismo cattivo del compositore, quando non, addirittura, completamente “finti”…

La matassa è troppa per essere sbrogliata: Brian Moynahan ha scritto tutto un libro sulla sinfonia, edito dal Saggiatore di Milano (dove si cannano del tutto alcune traslitterazioni, purtroppo) che tenta di fare chiarezza e di contestualizzare i diari e le altre fonti coeve disponibili; e il film Testimony di Tony Palmer (1987) traspone al cinema i controversi diari (pubblicati per la prima volta da Solomon Volkov nel 1979: i detrattori ritengono Volkov il vero autore dei diari, che se li sia inventati di sana pianta), in cui la composizione/esecuzione della Settima è descritta come un evento chiave nella vita dell’Unione Sovietica assediata dai nazisti…

Rispetto alle registrazioni suggerite in Symphonies, Conlon opta per rendere il “Boléro” più meccanico che allucinato (era anche intenzione dello stesso Ravel avere una fabbrica nel sottofondo della scenografia del balletto di Ida Rubinstein, per commissione del quale scrisse il pezzo, per “giustificare” la natura ripetitiva della sua musica: alla fine, però, la coreografa Bronislava Nižinskaja e lo scenografo Alexandre Benois decisero di ambientarlo in una taverna), e lascia la disperazione alla restante ora di musica post-Boléro, in cui l’espressionismo spesso deforma la chiarezza dei temi, che poi si tornano a intendere senza difficoltà nell’ultimo movimento di “vittoria”…
Una lettura quindi lucida, che sa bene quello che fa, e che Conlon ha saputo trasmettere all’orchestra senza alcuna difficoltà di gesto…

La solita tromba ha avuto piccole défaillances, ma tutti gli altri sono stati perfetti… le viole devono aver avuto problemi “di reparto”: si sono “scambiati” gli strumenti alcune volte tra loro, e una suonatrice delle ultime file è anche uscita forse per “aggiustare” il suo strumento: noi del pubblico, però, oltre alla curiosità di capire cosa è successo (che probabilmente non verrà mai soddisfatta), non abbiamo avvertito nessuna difficoltà di suono o di ritmo susseguente a queste “agitazioni”…

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