Mario Castelnuovo-Tedesco: biografia per principianti

Scritta anni fa per una pagina Facebook… per non perderla la “archivio” qui…

Compositore, pianista, critico e saggista, per le riviste a cui collaborò (le più importanti riviste musicali italiane, tra esse «Il pianoforte», la «Rassegna musicale», la «Rivista musicale italiana», «Musica d’oggi», «Pegaso») ha scritto decine e decine di recensioni…

Recensioni di libri sui più vari soggetti stampati in tutto il mondo, e, soprattutto recensioni delle più disparate e variegate composizioni, in primis quelle contemporanee degli autori suoi amici e conoscenti italiani (Pizzetti, che fu il suo maestro, Casella, Malipiero, Rieti, Santoliquido, Liuzzi, Alfano, Pilati, Perrachio) e stranieri (Honegger, Krenek, Poulenc, Stravinskij, Bliss, Koechlin).

Recensioni che non si limitavano a dare giudizi di gusto sul pezzo, ma si estendevano fino a diventare veri e propri trattati di filosofia musicale, così precisi e sicuri da renderlo quasi il teorico dello Zeitgeist musicale italiano degli anni ’20 e ’30.

I suoi scritti esemplificano alla perfezione il dibattito musicale insito nei musicisti del tempo, che aveva come argomenti principali prima di tutto l’adorazione per Debussy e il disprezzo per i suoi pedissequi epigoni (con conseguenti interrogativi su come recepire la lezione debussiana senza cadere nella stupida imitazione, e su come amalgamare il suo impressionismo simbolista con la tradizione lirica italiana e mediterranea, soprattutto a livello della linea canora del teatro musicale); e, secondariamente, l’avversione per le risacche post-romantiche di Strauss e il sospetto per Stravinskij (il suo neoclassicismo era da ammirare ma era da condannare la sua ottica pessimista anti-evoluzionistica della rielaborazione delle musiche del passato: per gli italiani Stravinskij era da prendere a modello per la riscoperta dei classici, ma la riscoperta non doveva essere puro esercizio di stile a dimostrazione della futilità di ogni cosa, doveva invece essere un dialogo e una comprensione continua dei grandi autori antichi al fine di creare musiche nuove e consapevoli che predisponessero a un nuovo e più radioso futuro di unione inscindibile tra tradizione e innovazione).

Tutto questo si evince dal corpus degli scritti di Castelnuovo-Tedesco, che stanno lì come fonte indispensabile, tra le più vive e importanti, per la ricostruzione del pensiero e dei fatti della vita musicale del fascismo.

Proprio il fascismo, con le sue leggi razziali, lo costrinse all’espatrio in America. Anche là è diventato un protagonista assoluto di un insospettabile campo d’azione: la musica per film. Venne assunto dal dipartimento musicale della Metro-Goldwyn-Mayer, il più grande studio di produzione e distribuzione cinematografia della Hollywood di allora, per il quale, in 50 anni, scrisse o mise mano anonimamente a quasi 250 colonne sonore, e instaurò una gigantesca scuola specializzata. Le sue memorie sull’argomento sono la fonte principale per l’indagine storica delle modalità di produzione della musica cinematografica dell’età d’oro di Hollywood, e le sue composizioni imposero un nuovo stile di commento musicale alle immagini, ammirato e seguito da quasi tutti i musicisti a lui contemporanei, da Henry Mancini, ad André Previn, a Nelson Riddle. Suoi allievi sono stati due dei più celeberrimi “film composers” di tutti i tempi, che lo hanno ammirato e gli hanno reso infiniti tributi: Jerry Goldsmith (autore delle musiche di Alien) e John Williams (il famosissimo autore delle soundtracks di Star Wars e Indiana Jones).

Ha scritto centinaia e centinaia di composizioni, impossibile dire quante, visto che gli studiosi continuano a trovare tra i suoi scritti pezzi completi rimasti inediti e sconosciuti. Grazie all’amicizia con Andrés Segovia è diventato famoso per le sue innumerevoli composizioni per chitarra, ma ha scritto concerti e pezzi solistici anche per altri strumenti (importanti le sue collaborazioni con Jascha Heifetz e Gregor Pjatigorskij), nonché opere teatrali (come la Mandragola e Il Mercante di Venezia) e dozzine e dozzine di liriche per canto e pianoforte su testi di poeti italiani, francesi, spagnoli, tedeschi, inglesi e americani, in cui sintetizzava tutto il sapere vocale dei suoi maestri italiani in invenzioni musicali libere e variegate, ispirate ai Lieder di Schubert, uno degli autori che contribuì non poco a riscoprire.

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