Großmächtige Prinzessin!

Le mie altre esperienze di viaggio (sono purtroppo post bruttissimi) le trovate elencate in Götterfunken

VENEZIA

Molti sono i resoconti di Venezia, dove andai tante volte per la Mostra del Cinema (2005, 2006, 2007 e 2009: il migliore rimane Matchstick Men)… ma i quasi 10 anni dall’ultima volta (e la prima volta in macchina guidando da solo: nel 2009 guidò Andrea giù per Marghera) si sono fatti sentire tutti!

Le mete erano però poche: la meta principale era portare lei a vedere Stravinskij, Djagilev e Pound in San Michele in Isola (da me visti nel 2006), e la strada me la ricordavo bene, ma i prezzi del parcheggio in Piazzale Roma e i prezzi del vaporetto di corsa semplice mi hanno davvero stupito…

poiché le altre volte, per la mostra, si prendevano biglietti per la settimana, molto vantaggiosi rispetto alle corse semplici… e anche quando andammo in macchina nel 2009 ce ne guardammo bene da parcheggiare in piazzale Roma!

L’ultima volta che parcheggiai in Piazzale Roma era davvero un’altra era geologica: guidava il mi’ babbo, probabilmente nel 1994… ancora non c’era il nuovo parcheggio del Tronchetto, e infatti quando l’ho visto l’ho ignorato e sono andato diretto in Piazzale Roma ingannato dai ricordi, e dai prezzi, di 20 anni fa…

Adesso le file alle biglietterie dei vaporetti in Piazzale Roma sono facilmente evitabili grazie alle app che ti fanno comprare il biglietto online e alle tante macchinette-biglietterie automatiche, che nel 2009 erano ancora rare… in ogni caso è però impossibile evitare l’affollamento e il soffocamento dei vaporetti… l’unico modo è andare a piedi…

e a piedi siamo andati, grazie al tanto bistrattato Ponte di Calatrava, da Piazzale Roma fino alle Fondamente Nove per prendere il 12 fino a San Michele in Isola… se non ti mantieri entro i 70 minuti, un giro di andata e ritorno, anche di una sola fermata, ti costa più di 15 euro… e muoversi a piedi d’agosto è comunque terribile: l’umidità della laguna ti ammazza…

Comunque, con gran bella sorpresa, scopriamo che in San Michele in Isola non sono ci solo i risaputi Stravinskij, Djagilev e Pound, ma che ci sono anche Luigi Nono ed Ermanno Wolf-Ferrari: un sacco di luoghi “musicali”…

Abbiamo commesso l’errore di chiedere informazioni per trovare Luigi Nono, e un custode chiacchierone, ubriacone e affetto da meteorismo, ci ha accompagnato: con la sua presenza ci siamo goduti la bellissima tomba di Nono e la più classica tomba di Wolf-Ferrari molto meno di quanto avremmo fatto da soli, ma vabbé: senza una guida Luigi Nono è assolutamente introvabile!

Un altro problema di Venezia è poter mangiare: il solo coperto ti costa anche 3 euro!

Per fortuna i prezzi si calmierano man mano che ci si allontana da San Marco e Rialto… Intorno a Santa Maria della Salute (senz’altro la mia chiesa preferita di Venezia) e al Ponte dell’Accademia è facile trovare prezzi certamente non economici ma neanche assurdi (come sono quelli che trovi da San Marco alla Fenice: 30 euro per un piatto di pasta al pomodoro)

Per fortuna siamo arrivati a una fase della vita in cui non siamo noi a dover scovare posti “musicologici” ma sono i posti musicologici che scovano noi: passeggiando per caso siamo arrivati alla lapide del calle dove c’era la villa in cui dimorò Mozart… e passeggiando per caso siamo arrivati al così detto «Museo della Musica “Antonio Vivaldi”», che hanno avuto la decenza di mettere gratuito (data la assai piccola collezione di strumenti, per lo più ottocenteschi: solo due o tre esemplari sono precedenti il ‘700)…

Venezia, anche dopo 10 anni, si conferma essere un labirinto che cambia appena ti volti… la casa che hai appena visto a destra si ripresenza davanti a te a sinistra, e ti accorgi che, nella calca dei turisti, e nella calura del clima, stai girando in tondo, e ti accorgi che quasi non puoi evitarlo! Va a finire che fai le stesse strade almeno 4 volte prima di arrivare a destinazione…

e appena ti allontani dalle vie battute (sovraffollate e invase da milioni e miliori di turisti che sembrano essere tutti ammassati nelle stesse tre viuzze strettissime del centro) scopri dei vicoletti deserti, con i palazzoni abbandonati (con le assi di legno alle finestre), che sembrano pendere e quasi cadere o sprofondare nell’acqua, e ti senti l’unica persona della terra, lontanissima dalla civiltà, sperduta in un sogno, in un luogo irreale, dove passi un ponticello sul canale e vedi insieme case del Rinascimento, simili a quelle di Ferrara e Verona, accanto a luoghi che sembrano i caravanserragli dell’immaginario collettivo orientale; passi il ponticello e ti senti nella Baghdad antica e fiabesca delle Mille e una Notte, o in una scenografia di un’opera turchesca di Rossini o Mozart: tutto è immaginario, sovrapposizione di cinquecento europeo e sogno mediorientale, un misto di Firenze e un’immaginaria Baghdad!

Un sogno labirintico che aumenta di notte, quando la città è tremendamente buia: i pochi lampioni sono inefficaci e proiettano fievoli luci a pochi centimentri da loro, lasciando nella più completa oscurità il 90% del calle o della piazza che dovrebbero illuminare…

Sembra di essere nella seconda stagione di Buffy, o, soprattutto, in un incubo di David Lynch…

Abbiamo imboccato una via poco battuta per San Marco, di sera, ed eravamo gli unici a camminare per questo vicoletto buio, con i palazzi vuoti e pendenti, e davanti a noi c’era una giapponese che ogni tanto si voltava a guardarci quasi spaventata, o forse minacciosa, poiché non vedi niente, e le poche luci deformano la vista e ti fanno apparire tutto cangiante e onirico: la giapponese avrebbe potuto scappare da noi ma anche diventare un mostro e aggredirci: le luci e l’atmosfera ce la dipingevano alternativamente in entrambi i modi…

Ricordo le descrizioni di Venezia di un racconto della Prigione della Libertà di Ende, che descrive perfettamente lo stato d’animo che abbiamo provato…

Venezia è un posto irreale, non fa parte del “mondo”, è un’altra cosa, è un posto che sta dentro la mente, è il sogno di qualcuno, come Through the Looking-Glass di Carroll: tu ci entri e sei parte di un sogno, e sai bene che se chi sta sognando si sveglia, allora tu smetti di esistere! e smette di esistere tutta la città! una città fatta di geometrie che non possono esistere nella vita reale (certe case è impossibile che stiano in piedi), ma che tu vedi, come vedi gli scorci impossibili, miscugli di ville palladiane e harem iracheni, miscugli di occidente e oriente, miscugli di tutti i luoghi e di nessun luogo, che galleggiano, nella mente come sull’acqua…

Il camping dove abbiamo dormito era carino, ma è fatto per chi va al mare a Jesolo: parte da Marghera e gli ci vuole due ore per arrivare, sta un altro paio d’ore al mare, ma poi torna ed è ancora giorno alle 18, e quindi si mette in guazzo nella piscina del camping: divertente, ma è poco carino “spacciarlo” per un albergo: non ci sono stanze ma bungalow/containers che al sole sono forni elettrici che bruciano tutto quello che ci sta dentro… l’aria condizionata, per fortuna, rinfresca quasi subito, ma sono posti fatti per starci in costume: è praticamente una pineta…

a Venezia non ci arrivi male, in fin dei conti l’autobus di linea è a una quindicina di minuti a piedi, e c’è anche una navetta del camping, di poco più costosa del biglietto dell’autobus dell’ACTV, che ti porta direttamente al Tronchetto senza fare quei 15 minuti a piedi… ma sono distanze che la sera “aumentano”, per via del buio e della folla, quei soliti milioni di turisti che affollano Venezia e dintorni, che nelle ore in cui ti muovi tu, si muovono con te!

E questo è il bello e insieme il brutto di Venezia, o di Firenze, o di Roma, il problema delle nostre città: sono città fatte per 1 milione di persone, con i servizi che a mal fatica servono quel milione di persone, che però sono affollate dal doppio della gente! Sono come barattoli di un litro di capienza, che però vengono riempiti con due litri di contenuto (anche non liquido, ma anche solido): traboccano, o esplodono per forza…

per fortuna il camping, evidentemente ben consapevole dei servizi che offre, ha un rapporto qualità/prezzo invidiabile…

I veneziani veri, parlando in quella musica che è il dialetto veneto, sono ben felici di parlare male dei gondolieri sfruttatori, e di farti vedere punti poco famosi: ci siamo imbattutti in un vecchiettino zoppicante che ci ha fatto vedere il palazzo dove abitò Paolina Bonaparte a inizio Ottocento: un palazzo che non è su nessuna guida, e che solo gli abitanti “veraci” sanno esistere!

TREVISO

siccome sono i posti “musicali” che vengono da noi, non ci siamo per niente informati sulla vita musicale di Treviso… e solo là abbiamo scoperto che fu per molti anni la città di Mario Del Monaco: è stata la sua statua a venire da noi e non noi a “inseguirla”…

Le mura non sono brutte, e il fossato regala molti scorci acquatici non male…

Impareggiabile la sfuriata anti-vegana a cui abbiamo assistito al bistrò di NaturaSì in Piazza Vittoria… È sempre bello prendere un piatto vegano e poi lamentarsi del fatto che è vegano: e farlo anche in un ristorante che serve anche cibi per nulla vegani! (io ho mangiato il pesce su un letto di patate arrosto zuppate nel burro!)… una scena impagabile!

INNSBRUCK

Da Venezia a Innsbruck ci vogliono 4 ore buone…

Le immagini dei TG e le fake news di Salvini o dei nazisti austriaci (per fortuna perdenti alle elezioni) fanno pensare a milioni di poveri immigrati stipati alla dogana del Brennero… fanno pensare a code di autotreni e automobili bloccate dall’invasione del migrante economico che, a frotte, si rigurgita sulla frontiera…

Beh… tutte queste sono cazzate!

Era tanto che non passavo dal Brennero, forse dal 2012… e nel 2012 era ancora evidente dove finiva l’Italia e dove cominciava l’Austria, adesso non più… solo un cartello sancisce il confine, come tra le province italiane o tra le regioni… un semplice cartello azzurro con il circolo stellato dell’emblema europeo ti informa che sei in Austria (Republik Österreich) e nient’altro… zero dogana, zero documenti, zero migranti, zero… solo la tranquillità e la continuità del paesaggio e dell’autostrada… a farti capire l’espatrio ci sono anche gli sms del roaming internazionale, a informarti che non cambia un cavolo e che puoi chiamare e ricevere esattamente come in Italia, e la radio che, piano piano, comincia a parlare tedesco…

Fino al 2012, Innsbruck l’ho solo sfiorata, non l’avevo mai vista: mia mamma si arrabbiava tanto del fatto che passavamo da Innsbruck senza mai fermarsi… nel 2012 ci fermammo e vedemmo il centro storico…

Adesso Innsbruck era meta precisa: sì di passaggio (ci avremmo solo pranzato e la sera c’era da fare il “check-in” a Garmisch) ma di un passaggio molto duraturo…

il parcheggio era centrale ma non centralissimo, e ci ha permesso di vedere scorci più periferici da me mai visti come il neoclassico Arco di Trionfo degli Asburgo, il Triumphpforte di Leopoldstraße, che quasi “gemella” Innsbruck con Firenze, per molti anni goverata da Pietro Leopoldo (il Leopoldo a cui è dedicata la Leopoldstraße), uno dei tanti figli degli Asburgo celebrati nelle statue dell’arco, e per due anni imperatore d’Austria (funzionava che i primogeniti degli Asburgo regnavano a Vienna, e quindi anche a Innsbruck, e i secondigeniti regnavano a Firenze: ma Giuseppe II morì prima di avere eredi, e allora suo fratello minore, Pietro Leopoldo, lasciò Firenze al suo secondogenito, Ferdinando III, e si fece incoronare a Vienna: era il 1790)… oltre ai monumenti, la posizione meno centrale del parcheggio ci ha fatto vedere anche un po’ della Innsbruck “nuova”, anche se solo un assaggio…

Era caldo, ma all’ombra il clima era più che fresco: un clima poco amichevole… L’ottimo pranzo ci ha ritemprato (al Ludwigsburger, che serve sia carne sia pietanze vegane, una meraviglia) per vedere la Hofkirche, l’Hofburg, il Goldenes Dachl, la sponda dell’Inn (all’Inn Brücke), la Helbling Haus (dove hanno dormito molti ospiti illustri, tra cui Goethe), l’Ottoburg, e il Duomo di Sankt Jakob, dove lavorò Marco Antonio Cesti…

Abbiamo fatto il giro turistico di Herzog-Friedrich-Straße, anche se lo abbiamo “allungato” con una via secondaria che ci ha riportato in Marktgraben… abbiamo fatto Maria-Theresien-Straße, ci siamo affacciati alla Heilige-Geist-Kirche, davanti alla Annasäule, ci siamo “perduti” nell’Höfe del Rathaus (la galleria commerciale del municipio), e abbiamo cercato di sottrarci agli acquisti uscendo ad Adolf-Pichler-Platz, ma siamo rientrati e abbiamo comprato eccome!

Ed era già l’ora di andare via…

Innsbruck è una bomboniera tirolese, e sarebbe bello tornarci e avere il tempo di rilassarsi negli ombrosi e maginifici parchi lungo l’Inn, informarsi su tutti gli edifici affrescati di Herzog-Friedrich-Straße, fare la spesa nei supermercati veri (noi abbiamo comprato un po’ d’acqua da MPreis sotto i portici della Goldenes Dachl) e starci un po’ per vedere cosa c’è al di fuori del centro storico-turistico…

GARMISCH-PARTENKIRCHEN

Dalla classica via di Mittenwald (da Zirl) siamo arrivati a quella che da anni è la mia “meta estiva”…

Patria di Richard Strauss, di Michael Ende, dimora d’adozione di Hermann Levi e Karl Popper, Garmisch continua a essere il mio “buen retiro”, e sono contento che sia stata lei a insistere per andare!

Le previsioni erano pessime e noi temevamo il peggio, e quando vedevamo che la pioggia non ci sarebbe stata, molto presto, partivamo da casa…

Zugspitze e Eibsee

La prima tappa, insperata a causa del meteo, è stato lo Zugspitze, quello della Eine Alpensinfonie!

La voglia di vedere l’Eibsee, e l’incertezza del tempo, non ci hanno fatto prendere il treno alla Zugspitzbahn a Garmisch, e ci hanno fatto andare direttamente all’Eibsee, la cui sponda ai piedi del monte non è granché…

Il sito dello Zugspitze, oltre ad avere pessime traduzioni inglesi e italiane, non fa capire un accidente dei tempi di percorrenza: sono molti di più di quanto uno si immagini leggendo le sue informazioni…

Il costo del treno è alto (forse con la GaPaCard costa meno, ma noi siamo stati così idioti da non farla vedere in biglietteria: siamo troppo abituati all’Italia, dove gli sconti sono complicaterrimi), e dall’Eibsee ci vuole più di 40 minuti per arrivare al ghiacciaio… c’è anche una fermata intermedia, Riffelriß, e poi comincia un tunnel, lungo quasi mezz’ora, con stop per far passare il treno della direzione opposta!…

Arrivi a Zugspitzplatt, ovverosia la piana dello Schneeferner, che sarebbe dovuta essere il ghiacciaio (ormai molto regredito), dove trovi la piattaforma ristorativa Gletscherbahn, da cui parte la funivia che ti porta in vetta, alla Münchner Haus, due metri sopra il picco roccioso di 2962 metri…

Dall’Eibsee è in costruzione una funivia che ti porta direttamente alla Münchner Haus, senza dover andare in treno… Da Gletscherbahn parte anche una funivia che ti porta a un’altra piattaforma, la Scheefernerhaus, che è la sede di un istituto scientifico metereologico: non ci sono stato (non ho neanche visto per bene da dove partisse la funivia che ci arriva: una diramazione del tunnel del treno arriva anche alla Schneefernerhaus – si dice che durante il terremoto del Friuli del 1976 la stazione metereologica abbia tremato così tanto da temere un suo crollo)…

Sulla vetta, la croce d’oro è dalla parte opposta della Münchner Haus, e noi non l’abbiamo vista, poiché i lavori della funivia che arriva dall’Eibsee hanno “ristretto” le superfici e messo i “baustelle” (lavori in corso) un po’ dappertutto…

Dalla Münchner Haus le scalette ti portano subito in Austria, dove c’è un’altra bella terrazza panoramica, meno oppressa dai baustelle, ma molto più “bassa”…

La suggestione di stare vivendo la montagna di Richard Strauss era fortissima, e il panorama da Gletscherbahn, con tutti i rilievi montuosi, è splendido… divertenti anche le dimostrazioni di ponticelli e vie ferrate allestite come un parco giochi fuori dal costoso ristorante, e carina è anche la recente cappella, piccolissima e piena di curiosità (il suo simbolo ricorda i rilievi dell’anello di Fire Walk with Me e della Owl Cave di Twin Peaks: fu consacrata dall’allora vescovo bavarese Joseph Ratzinger)…

Il versante dell’Eibsee opposto allo Zugspitze è migliore, poiché il monte si specchia nelle acque di questo lago assolutamente fotogenico, in cui è possibile fare qualsiasi tipo di attività balneare, e che i turisti trattano come fosse la riviera romagnola…

Herrenchiemsee

Arrivarci da Garmisch è dura: l’autostrada è quella che da München va a Salzburg ed è trafficatissima: ci vogliono 2h normali, che col traffico aumentano…

Arrivi sul Chiemsee, che, come tutti i laghi, è trattato dagli abitanti come il mare in persona, ed è affollatissimo (è il più esteso della Baviera)… trovi Prien, trovi parcheggio, trovi l’imbarcadero, cerchi di capire quale battello parte prima e quale arrivi effettivamente alla Herreninsel dove c’è il castello…

Arrivi all’isola, fai il biglietto per la guida nella tua lingua, ti incammini a piedi e arrivi allo Schloß (il palazzo vero e proprio), approfitti delle 2h di attesa (solo a Linderhof arrivi e entri: a Neuschwanstein e Herrenchiemsee attendi la tua lingua, se commetti l’errore di scegliere la guida nel poco parlato italiano: in inglese le guide sono molto più frequenti) per fare pranzo sul prato, ma i tafani e le vespe vogliono mangiare con te!

Allora passeggi, vedendo che si rannuvola, e ti informi sul palazzo: il terzo dei 4 previsti (esclusa la casetta sul Schachen, casetta, appunto, e non castello; ed escusi ovviamente Nymphenburg a München, Berg sullo Starnbergsee e Hohenschwangau a Schwangau perché preesistenti, anche se dimore effettive di Ludwig) da Ludwig II von Wittelsbach… I castelli erano Neuschwanstein, Linderhof, Herrenchiemsee e Falkenstein… Linderhof è quello effettivamente concluso, e dove Ludwig abitò davvero, con tutti i suoi giardini splendidi, le casette di caccia (la Königshäuschen, la Einsiedlerhütte di Gurnemanz), i set delle opere wagneriane (la Hundingshütte), la Venusgrotte del Tannhäuser, i palazzetti turcheschi (il Maurischer Kiosk, la Marokkanisches Haus) e le stanze tutte abitabili… Neuschwanstein, immediatamente dirimpettaio di Hohenschwangau (costruito dal nonno, mi sembra), fu ultimato all’esterno, ma le stanze non erano finite… Di Falkenstein rimangono solo i due o tre progetti, e non fu neanche cominciato… e dell’Herrenchiemsee rimangono le prime cose: il blocco centrale (avrebbe dovuto avere molte ali laterali), cinque o sei fontane delle più di venti previste (di quella di Apollo rimane solo la “piscina” senza alcuna statua che spruzzi), le fondamenta alberate del grandioso viale d’ingresso da un imbarcadero inesistente che avrebbe dovuto essere quello nuovo (quello dove ci fermiamo oggi serviva il monastero agostiniano preesistente e che dà il nome all’isola: Herreninsel, isola dei “signori”, ovvero dei monaci) e il parco, che avrebbe dovuto ospitare chissà quale meraviglia ma che adesso ospita solo graziosi cervi golosi e curiosi, e tanti rifugi per le molte specie di pipistrelli…

È una copia di Versailles in piccolo, e quindi meno “originale”: Linderhof è più raccolto e compatto, e i giardini, rifiniti nei minimi dettagli, lo confermano essere il migliore; e Neuschwanstein, con la sua posizione panoramica, è senz’altro il più spettacolare… Herrenchiemsee è carino per le passeggiate sull’isola e per le fontane, che però risentono tanto del loro periodo: somigliano a quelle sabaude a Torino: scenografiche ma prive di quella “chiarezza”, o di quella “visionarietà” sia delle originali a Versailles, sia di quelle di Linderhof… Molto interessante il museo di Ludwig, annesso al palazzo, con molti dettagli sulla vita del sovrano, sulla costruzione dei palazzi, e sul suo rapporto malato con Richard Wagner…

Non si può dire, quindi, che andare non valga la pena…

Le nuvole che si addensarono a pranzo sono scomparse quasi subito e ci hanno lasciato alla calura…

Cercare di capire gli orari dei battelli, come sempre (anche a Venezia, sul Garda, sul Maggiore, sul Lago di Como, d’Iseo, o sul Trasimeno), è assolutamente impossibile: non rimane che sedersi e attendere, e chiedere al nocchiero qual è la destinazione!

Ci sono due ristoranti: uno grande appena attracchi, vicino al monastero agostiniano; poi c’è il self-service allo Schloß: i prezzi non sono economicissimi, anche se i tavoli esterni offrono una scenografia magnifica sul parco e le fontane… ma se uno è disperato di fame e poco propenso a spendere può accontentarsi dei distributori automatici adiacenti agli armadietti guardaroba: due o tre merendine a prezzi “italiani” ci si possono trovare…

Füssen

Il corso di organologia all’università si era soffermato molto sui luitai di Füssen tra Cinque e Seicento, e l’anno scorso sacrificammo Füssen per Linderhof…

Quindi, con la minaccia di pioggia, pariamo per Füssen convinti di andare in una grande città piena di musica… ma in 400 anni la tradizione luitaia rimane solo in alcuni affreschi e poche fontane del centro storico (e in una collezione del museo cittadino dove non siamo entrati), che abbiamo scoperto essere piccolissimo…

Il castello e la chiesa di Sankt Mang, tutti barocchi, sono carini, e le rovine dell’antico castello medioevale (risistemate nell’Ottocento) sono un chicchino…

Il paesetto è ridente, allegro, pieno di negozietti…

appena fuori dal centro, da Olivenbauer, servono di tutto: dalla pizza alla Wiener Schnitzel, dall’hamburger vegano alla pasta asciutta, tutto a prezzi che dire economici è un eufemismo (anche se costosa rimane l’acqua: 4€ per una bottiglia grande, quasi come il vino…)

Wieskirche

Desta ammirazione, poiché è una grande chiesa superbarocca in mezzo al nulla (la “chiesa nei prati”)… È di un dolce barocco nordico, pieno di rosa e blu, e di affreschi spumosi che non si distinguono dai morbidi marmi o stucchi, candidi, sinuosi e turnicanti…

Solo se si è barocconi si può davvero apprezzarla…

I soggetti degli affreschi riprendono motivi simbolici derivati dalla flagellazione di cristo: cose carine da studiare se si ha tempo…

Ettal

La Beneditktinerabtei Ettal, detta anche Ettaler Kloster, è simile (anche se meno meravigliante e simbolica) negli interni alla Wieskirche (credo ci abbia lavorato lo stesso artista), ma è accompagnata da un cupolone di rame bellissimo e da un chiostro non piccolo, che si intuisce essere stato la città stessa nei tempi antichi…

È un corrispettivo nordico di Vallombrosa a Firenze…

Partenkirchen

Era Partenkirchen la città antica, la stazione di posta che nell’Impero Romano collegava Augusta (Augsburg) a Venezia… L’amministrazione ha reso la storica Ludwigstraße una San Gimignano della Partenkirchen del passato: i palazzi conservano gli affreschi Sei-Ottocenteschi e non ci sono granché esercizi commerciali turistici o di souvenirs… come se avessero dedicato Garmisch al “turismo” e Partenkirchen alla “storia”, e per questo Partenkirchen è meno “viva”, con meno frequentazione, meno “struscio”… Fa eccezione il quartier generale della cioccolateria Amelie, bellissimo e buonissimo, la vera “anima” del paese…

Garmisch e Partenkirchen furono riuniti da Hitler, con il Rathaus centrale, nel 1936, per avere in Germania anche le Olimpiadi Invernali (oltre a quelle estive a Berlino): è difficile capire dove inizi uno e cominci l’altro, benché la Hauptstraße (la strada statale 2 della Germania) e la ferrovia aiutino non poco…

Partnachklamm

Ancora con la minaccia di pioggia ci avventuriamo nell’orrido del Partnach… Ricchissimo di storia e di suggestione: il sentiero parte dall’Olympiahaus del 1936, dal meraviglioso Skistadion anni ’30 (molto più casereccio e montanaro del coevo stadio olimpico berlinese, dal quale partono due o tre funivie verso i monti dove è situata la casetta montanara di Ludwig), e dal ristorante Hacker-Pschorr (Pschorr era il nonno di Strauss), fatto per i giochi olimpici…

Prima il ruscello, tortuoso e vorticoso, veniva usato per trasportare legname, poi, negli anni ’10, hanno scavato delle gallerie, o mezze-gallerie (molte volte il lato del fiume è scoperto), per passeggiarci accanto… Cammini nella semioscurità, l’acqua sgocciola dalle rocce (non puoi non bagnarti: è bene andarci con un poncho anti-pioggia o un K-Way), con una forza che la fa nebulizzare in una nebbiolina azzurrognola stupenda, anche se latrice di molto freddo… Ho scoperto solo dopo che Werner Herzog girò qui alcune scene del suo Nosferatu nel 1979…

Un’esperienza grandiosa!

Esci dalle gallerie della gola e torna il tepore dell’estate, proprio quando ti si aprono davanti tre sentieri… presi dal coraggio noi abbiamo scelto una soluzione difficilior e siamo risaliti (col fiatone) a Graseck (servito anche da una piccola cabinovia) con un dislivello per noi (cittadini e non allenati) inusuale (sicuramente irrisorio per chi in montagna ci va davvero)… ce l’abbiamo fatta e siamo stati fieri di noi, anche per la perizia con cui abbiamo affrontato la discesa!

Garmisch

Garmisch sembra piccola, ma invece è immensa… sembra un paesino di montagna, e certamente lo è, ma nelle sue vie ci sono i servizi di una vera grande città. I negozi sono il top, sembrano quelli di Firenze, o, per restare in tema, di Moena, la crema della crema dell’accoglienza montanara…

Il parco di Michael Ende (Ende Kurpark), più lo esplori e più ti piace: oltre all’anfiteatro di Momo, a Morla, ai sentierini tematici (la ruota di mulino, l’unicorno ecc.), ho scoperto che c’era anche la merenda del Mordiroccia, e che c’erano panchine nascoste in cerchi di alberi!

Purtroppo il museo dello scrittore era chiuso, ma abbiamo, per puro caso, visto la casa dove nacque, adiacente alla stazione (Die Bunte Haus): la lapide che commemora il fatto è commovente…

Due sono le chiese grandi, quella medioevale e quella seicentesca (Sankt Martin, tra Mohrenplatz e Marienplatz), e nella direttrice tra la fontana di Strauss (con Daphne, Elektra e Salome) e il boccione della fontana per i caduti della WW1 (il Kriegerdenkmal, in Marienplatz) trovi di tutto, e da lì non ti viene da inoltrarti nelle vie che sembrano poco battute, ma se lo fai ti imbatti negli edifici antichi di Garmisch, affrescati come quelli di Partenkirchen, in cui scopri cose goduriose e interessanti (in uno di essi sono vissuti i progenitori di Johann Simon Mayr – il maestro di Gaetano Donizetti, oltre che eccellente operista sette-ottocentesco – prima del trasferimento in Italia)… Ancora nelle vie poco battute, trovi negozi cittadini, carini e “completi”, molto ricchi di quelle necessità che la via commerciale del Kurpark sembra non avere: cartolerie, supermercati, dorgherie, ristoranti meno costosi… e lì ci trovi una ottima modalità di informazione turistica (ogni palazzo storico ha la sua targhetta con le info) e magnifici scorci montani da angolazioni diverse (sullo Zugspitze, sul Wank, sugli impianti sportivi) che si arricchiscono di parchini inaspettati e della stupenda presenza dell’acqua (i principali Loisach e Partnach, alla cui confluenza si sviluppano Garmisch a ovest e Partenkirchen a est, dànno vita a canali vari che allietano i vicoli e le strade secondarie: il Mühlbach, il Gigi-Bach)…

Il rischio è sottovalutare le distanze: cammini, cammini pensando di metterci cinque minuti, ma invece Garmisch sembra piccola, ma è grande… Il secondo rischio è sopravvalutare le distanze (dire «ci vuole troppo» quando non è vero) e passeggiare senza sapere effettivamente dove andare: la maggior parte delle volte trovi scorci, posti e negozi splendidi, ma altre volte entri in case private, o ti trovi sulle vie principali trafficate dalle automobili…

Una città in piccolo!

A rendere ancora più divertente le cose c’erano la Garmischer Festwoche in Wittelsbacher Park e l’Alpine Festival allo Skistadion… la Festwoche è la festa cittadina: in un capannone in un parcheggio allestiscono un piccolo lunapark e un ristorante con tanto di banda bavarese: birra, schnitzel e würst sono serviti a volontà mentre gli ottoni della banda sbraitano: la gente ci va vestita in costume bavarese, indossato come se nulla fosse dai cittadini – sembra una Festa dell’Unità bavarese, ma invece che la gente con eskimo e baschi rossi e falci e martello, c’è la gente in abito tradizionale bavarese!

L’Alpine Festival è invece più un mercatino, con le bancarelline che vendono materiale montanaro, come al mercato delle Cascine a Firenze… alla Festwoche ci ho messo piede, ma l’Alpine Festival l’ho solo sbirciato mentre si andava al Partnachklamm…

A München in treno

Ci vuole un’ora e mezzo e attraversi la splendida Alta Baviera, e ti fermi sul meraviglioso Starnbergsee, ma in Germania devono aver avuto dei sindacati più agguerriti: tranne i ristoranti e i musei, la domenica i negozi sono tutti chiusi! anche i centri commerciali più grandi…

La pioggia andava e veniva e ci siamo rifugiati nello Stadtmuseum, non visto l’anno scorso… Le mostre sul nazismo a München, così come la poco comprensibile collezione di oggetti tipici di Monaco, lasciano il tempo che trovano, e molto inquietanti sono i pupazzi delle vecchie fiere ospitati in un piano a parte… ma assolutamente splendido è il museo degli strumenti musicali all’ultimo piano, dedicato a Carl Orff, e ricco di un sacco di strumenti africani e asiatici: alcuni si possono anche suonare, sentire e toccare: una meraviglia!

Il nostro scopo a München era fare degli acquisti più carini per i regali: a Garmisch la scelta, pur ricca, si concentrava fin troppo sulle cose di montagna (e il GaPaShop, pur carinissimo, si è rilevato assai poco vario e fornito), e München, con i suoi grandi Höfe (centri commerciali) era perfetto per trovare regali. La nostra mira era il Kaut Bullinger, un negozione con materiale di ufficio, zeppo di penne splendide e di agende, ma anch’esso la domenica era chiuso… Sniff…

Abbiamo preso di corsa il treno del ritorno, ma a pranzo ce l’abbiamo fatta a essere al Katzentempel, sempre supersonico, anche se, stavolta, molto affollato…

Burgruine Werdenfels

Anche qui, Internet non aiuta affatto, perché i tempi di percorrenza sono vari tra i siti e non sai a chi dare retta… la gente del posto ti dà i tempi andata e ritorno, ma questo lo abbiamo capito dopo… dicendoci «ci vuole un’ora» noi capivamo che ci sarebbe voluta un’ora ad arrivare, mentre invece intendevano mezz’ora ad andare e mezz’ora a tornare…

Armati di app per montanari (se ne trovano molte in rete) abbiamo fatto di testa nostra, ed effettivamente c’è voluto una mezz’ora ad andare e una mezz’ora a tornare, e il percorso era facilissimo (anche se la salita da fare è innegabile) e segnalatissimo… Le rovine del castello seicentesco sembrano molto più antiche perché le mura furono riciclate nella costruzione di Sankt Martin, la nuova chiesa… Dal castello, i Werdenfels, vassalli o predecessori dei Wittelsbach, governavano un territorio ancora paludoso col pugno di ferro, dove la superstizione dovuta alla malaria imperversava: molte “streghe” e “indemoniati” venivano bruciati sul rogo… I Wittelsbach e il Settecento portarono via tutto, insieme al castello stesso, raso quasi al suolo dopo le bonifiche del territorio che fecero Garmisch sempre più grande rispetto a Partenkirchen, e sempre più aperta ai sovrani Wittelsbach (tanto che Ludwig costruì i propri castelli e casette montane proprio intorno a Garmisch)…

Le rovine sono comunque magiche: sembra di stare tra vestigia di Re Artù o di LadyHawke (girato però in Italia), il panorama è mozzafiato, e il paesaggio inarrivabile, con tanti laghetti ameni e lagucci pittoreschi da ammirare durante il tragitto…

Richard Strauss Institut

Oggi è situata inequivocabilmente a Partenkirchen: il suo giardino è il Kurpark Partenkirchen e sul retro c’è il paloscenico della Musikkapelle Partenkirchen, ma Richard Strauss considerava la sua villa (costruita coi proventi della Salome nel 1905) a Garmisch…

Con molti meno fronzoli rispetto alla Villa di Puccini a Torre del Lago (più artistica e art nouveau ma meno concreta), Villa Strauss ospita una splendida bibliomediateca sul compositore e una esposizione interattiva piccolissima e un po’ infantile ma divertentissima (mentre Simonetta ha dato a Villa Puccini un aspetto “eterno” per dare l’idea che Puccini possa rientrare da un momento all’altro in casa: la cosa è suggestiva, ma certamente né divertente né interattiva, e, soprattutto, per nulla documentale: nessuna biblioteca né mediateca)… Il parco è quello frequentato da Strauss, dove si sdraiava sulle poltrone reclinabili con gli amici (ci sono foto con Karl Böhm)…

Quando gli americani arrivarono a Garmisch, nel 1945, dopo aver tolto la svastica sullo Zugspitze, elessero a quartier generale la villa di Strauss: il capitano, però, oboe della Pittsburgh Symphony, riconobbe il compositore e spostò l’avamposto vicino al cimitero di Garmisch (questa storia è raccontata in Eine Alpensinfonie)…

Nel cimitero c’è la tomba di Strauss, una vera e propria tomba di famiglia con Strauss, la moglie Pauline, il figlio Franz con la moglie Alice (ebrea, che tanti problemi ebbe con Hitler) e il nipote (uno dei figli di Franz e Pauline) con la moglie… per andarci c’è da passare davanti alla caserma americana, ancora là dopo il 1945…

Un’altra tomba illustre a Garmisch è quella del grande direttore d’orchestra Hermann Levi, che però è in una casa privata a Partenkirchen: non si può visitare e su internet si vocifera che sia in stato di totale abbandono… boh…

Al ritorno abbiamo preso la strada più lunga per vedere il Plansee, da me ammirato nel 2009 e che, paurosi della pioggia e del tempo che ci sarebbe voluto, non abbiamo percorso per andare a Füssen…

S’è allungata di quasi un’ora, in Tirolo: dovevamo evitare le autostrade per non pagare gli 8 euro e passa di vignetta… a Innsbruck riprendi l’Autostrada del Brennero (esente dalla vignetta) e s’è fatto tutta una tirata di 10 ore fino a Modena, Bologna e l’Adriatico, siamo usciti solo a Loreto…

una vera botta di vita: per fortuna avevamo la musica (abbiamo scelto le sinfonie 1, 4 e 6 di Čajkovskij, la quinta di Beethoven, Romeo e Giulietta, Francesca da Rimini e Ouverture 1812 di Čajkovskij: cofanetti di Muti per Čajkovskij e Solti 1986-1990 per Beethoven), che ci ha permesso di passare indenni la monotona pianura padana…

La vita a Garmisch, grazie all’appartamento con la cucina e la lavastoviglie, era davvero casalinga, come se a Garmisch abitassimo!

Il supermercato centrale Tengelmann (il discount Netto ci ha deluso: eravamo attratti da lui per via dello splendido spot con i gatti che invogliava a provare una spesa) ci ha sostentato benissimo!

L’unico ristorante di Garmisch da noi effettivamente frequentato è stato PizzaHut: lei ha voluto mangiare fuori, e anche lì vespe e tafani ci hanno fatto compagnia!

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