L’altro volto della speranza

Kaurismäki fa il secondo capolavoro dell’anno, dopo Paterson… E lo fa con materiali simili, anche se forse più stralunati…

I suoi piani sono semplici e fermi: il senso si ha dalla giustapposizione tra questi piani fissi, quasi come nel cinema primitivo, o come in Ozu e Bresson (nomi che si sono fatti anche per Paterson), o come nei maestri russi (Vertov, Ejzenštejn)…

La glaciale fermezza della macchina, però, risulta quasi enfatizzare le assurdità e le eccentricità dei personaggi… la macchina, facendosi fissa, puro punto di vista, oggettivizza ogni atteggiamento, comportamento e movimento degli attori, dei caratteri, delle persone…

Un cinema che è l’apoteosi del concetto di “evoluzione fotografica”, che ricorda (oltre al primitivo, e ai nomi citati) anche il primo Kubrick: un cinema che è immagini che si muovono, insieme di fotogrammi che susseguendosi creano un movimento illusorio: un cinema, quindi, assolutamente cinema: un cinema essenziale, primigenio, fondativo… un cinema proprio delle origini…

Non sto parlando, attenzione, di un’operazione nostalgia, che riprende vecchi stilemi per documentazione o per puro sfoggio (come quella merda – e mi scuso con chiunque lo ha amato, ma è mia opinione personale – di The Artist), ma parlo proprio di un cinema che È primigenio, non un cinema che VUOLE ESSERE primigenio, che si traveste da primigenio…

Una goduria immensa, perché testimonia della grande funzione etica dell’immagine (come dirò), e perché attesta quanto l’immagine, e l’immagine pura (la sola immagine, senza movimenti di macchina, ma solo sguardo da un semplice e singolo punto di vista) possa ancora SVELARE (solo grazie al suo semplice essere) molto di più di qualsiasi ninnolo aggiunto (per capirsi: è molto più “rivelatrice” l’immagine ferma di Kaurismäki di quella ubiqua e divina di Zemeckis nella super-stronzata di The Walk [Jiminy Cricket, punto 6 e film 3 di Let’s go get some payback]) — un percorso simile a quello di Kaurismäki fa, con molto più zucchero, Wes Anderson (oltre all’ovvio Jarmusch, che di Kaurismäki è un compagno di viaggio dichiarato)…

E la rivelazione dell’immagine è la semplicità dell’esistenza e dell’etica comportamentale e sociale…

Personaggi dubbi, spesso senza scrupoli, davanti alle ingiustizie ci mettono un attimo a DECIDERE IL LORO PUNTO DI VISTA UNICO, SINGOLO E SEMPLICE…

E scelgono di stare dalla parte dell’inclusione e della fratellanza; scelgono di evidenziare parallelismi e identità invece delle differenze (si enfatizza quanto le musiche country finlandesi si rivelino essere del tutto congrue con il folk siriano-arabeggiante); e lo fanno con una sinergia, con una sicurezza, che non lascia adito né a dubbi né a discorsi sciocchi, né, soprattutto, a sciovinismi… una sicurezza che ha la macchina da presa (impegnata nel punto di vista singolo), e che fa sembrare qualsiasi discussione sciovinista, nazionalista o politica, una cavolata, una stronzata… Le contraddizioni dell’Europa, nel linguaggio fondativo di Kaurismäki si fanno minuscole, si palesano, finalmente, come quisquilie, idiozie e vaniloqui…

Un cinema così è davvero salutare… e stupisce che sia solo Kaurismäki a dire queste cose, e che in Italia, in situazioni simili, nessun regista dica niente… [per altro: nei venti di guerra eterni, due anni fa, solo il centenario Ermanno Olmi disse la sua in Torneranno i prati]…

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