Manchester by the Sea

Quadrato. Serio. Asettico.

Apprezzabile nei flashback improvvisi e inconsci…

Un po’ meno nelle performance monocrome e inadeguate degli attori, che sciorinano pochi pianti e poche lacrime con pose lermoyante perfino settecentesche, ma il più delle volte, Affleck in testa, stanno lì, fermi e immobili (incomprensibile la logica degli Oscar in questo annus horribilis dell’Academy)

Ancora meno nelle scelte musicali: a parte un magnifico Massenet finale, l’Adagio di Albinoni (che non è affatto di Albinoni [vissuto tra il 1671 e il 1751], ma del povero Remo Giazotto, che mentì spudoratamente nel 1958 spacciando il pezzo come opera del compositore settecentesco) allontana ciò che potremmo definire l'”emozione” da quella che dovrebbe essere la scena più coinvolgente per riempirla di patetichezza quasi alla Barbara D’Urso, una patetichezza molto “distante”, distaccata, e quindi atona, monotona: andava a finire che invece di “partecipare” alla scena, quasi ti annoiavi…

Men che meno nella particolare tipologia “posterosa” della pur buona fotografia: i “quadri” del paesaggio (a metà tra Orbetello d’autunno e Massaciuccoli), con le barchine e i moli al tramonto, che avrebbero dovuto fare “indifferenza dell’ambiente” e “perpetuazione dell’abitudine”, risultano invece un po’ fine a se stessi, vuoti e un pochino inutili, e anzi: spesso allungano il brodo della smisurata durata…

I lati buoni sono rappresentati da una sicura “onestà”: che era un film atono si sapeva, e di cosa parlava si intuiva, e il film ti dà proprio le cose che uno si aspetta in questi casi: nichilismo, piattezza, zero coinvolgimento, grande fissità…

Ma questo lato buono rappresenta anche un’arma a doppio taglio, poiché se invece ti aspetti un film strappalacrime rimani deluso, perché le lacrime non le strappa…

Bisogna vederlo sapendo che si assisterà a un film “quotidiano” e “monotono”, che racconta, o meglio “mormora”, una storia triste ma in fin dei conti banale, che finisce nel mondo più “realistico” possibile…

Forse questo “naturalismo” (anche visivo), da tranche de vie, può essere il motivo per cui è stato molto apprezzato… Sicuramente piacevoli sono anche le distrazioni comiche, e ce ne sono tante (la band del ragazzino, le sue relazioni amorose, i suoi discorsi)… In linea di massima, però, è un film un po’ insapore… Di film sulla “elaborazione della tragedia”, sull'”esperienza del lutto”, sul “coglionazzo alcolizzato che non trova la quadra nella vita”, ce ne sono stati tanti, migliori, migliori sia dal lato della “coinvolgenza” (nel senso “più commoventi”, in accezione convenzionale), sia dal lato del distacco (cioè erano come questo ma più compatti)…

E poi, dai, il naturalismo, così esatto come in questo film, ci fa un po’ essere d’accordo con il vecchio Roberto Longhi, che disprezzava certi pittori troppo “realistici” in termini del tipo: «che palle questi pittori che ritengono la vita umana una cosa così interessante da essere replicata uguale in quadro…»

Traduzione e riassunto: è un filmetto anche decente, anche fatto bene, anche apprezzabile, però un po’ uguale a mille altri, e anche, forse, un pochino più monotono e meno convincente di mille altri: lo vedi e te lo dimentichi… sicché è un po’ incomprensibile il perché sia stato assurto a “miracolo” dell’anno…

Senz’altro, la sua presenza agli Oscar conferma quello che dicevo prima: che è stato un annus horribilis (come lo furono molti altri in passato) per l’Academy, la quale ha scambiato lucciole per lanterne…

Inutile dire, invece, che ItaCinephile l’ha trovato un capolavoro!

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