Jackie

La struttura non lineare funziona molto bene…

La sceneggiatura è ottima…

I risvolti “crogiolanti” della Storia (l’inizio di una sorta di “mito” della presidenza americana come baluardo della libertà in piena Guerra Fredda; l’inizio di una considerazione del “passato” americano, fatto anche di recupero di materiale antiquario prima snobbato; la strutturazione di una “speranza” anni ’60 del tutto innescante l’idea del free speech di pochi anni dopo; la fine di quella speranza, e pertanto la sua transverberazione in leggenda mondiale e “storica”), visti da un punto di vista diverso, sono interessantissimi e trattati benissimo!

Le immagini non sono male (non naturalistiche ma neanche troppo oniriche: un mix molto interessante); la musica è bellissimissima; la Portman non poteva essere meglio (quando si toglie il sangue allo specchio e piagne, ti trasmette ogni cosa: Larraín è stato bravo a “misurarla”, ma la forza è tutta di lei!)…

Uno poteva chiedere più “critica” (approfondire che Jackie, nonostante le chiacchiere, c’ha messo molto poco ad andare con Onassis), ma è evidente che le frecciatine a Jackie non sono poche: Larraín e la Portman rendono bene la sua ipocrisia, la sua falsità, la sua facciata costruita, la sua vena manipolatrice dei media… E agglutinano tutto con il sentimento del “tempo”, con la “vendetta” (o semplice “continuazione”) della Storia, con lo svisceramento dell'”involontario” e dell’inconscio (Jackie si rende conto delle motivazioni intrinseche di certe sue azioni solo dopo averle fatte: un’ottima introspezione psicologica), e lo agglutinano con una verve quasi tolstojana, che sembra dire «anche nella vanità, in ogni caso, esempi simili a Jackie, anche egoistici, hanno contribuito a quel “mito” di libertà negata, quel mito così importante per l’umanità e per la Storia», come se ci fosse un “destino” inconscio che agisce involontario… E lo agglutinano, anche, con una unione tra pubblico e privato così forte da annullare pubblico e privato come entità singole: come se il film suggerisse (in accordo con il capolavoro di Warren Beatty, Reds, del 1981) di CONGIUNGERE il più possibile istanze pubbliche e sociali con istanze private e finanche egoistiche, al fine di migliorare questa società corrotta che fa travalicare l’egoismo senza alcun riflesso sul sociale: egoismo e “socialismo” devono ricongiungersi per far andare meglio il mondo; e anche per scongiurare eccessi di potere: il potere deve riconsiderare il “privato” (la sessualità, per esempio), ammetterlo e incorporarlo per funzionare, altrimenti diventa “opprimente”… Pubblico (sociale) e privato (individualista) devono essere considerati inscindibili e parti integranti di un tutt’uno per far andare bene il mondo (e questo messaggio è espresso senza i didascalismi di Celentano, che in Svalutation, nel 1976, cantava «quando pensi a te, pensa anche un po’ per me»)… 

Per di più, l’avvitamento temporale è così “intrinseco” alla vicenda che ti ci perdi del tutto, e ti perdi felice! — Non ti interessa più sapere cosa è accaduto prima e cosa dopo, se quella “rivelazione” o quella “dichiarazione” sono precedenti o successive, te ne frega niente! Anzi! Potrebbe essere tutto un ricordo di Jackie che fa autocritica, oppure la manifestazione di quel “destino”, rapsodico ma sicuro, tolstojano, che dicevamo prima: un destino che ha l’andamento non lineare del sogno, del ricordo, di chi unisce i puntini di una storia a consuntivo dell’esperienza, o solo DOPO che l’ha compresa… In questo Larraín è bravissimo a renderci le immagini delle spettacolari macchie di Rorschach, polisemiche, che, però, una volta “lette” e categorizzate diventano “definitive”. Non si riconosce subito la macchia di Rorschach, e stiamo a guardarla molto tempo, ma una volta “categorizzata”, una volta che ci abbiamo visto un cervo, quella macchia non potrà più essere altro: per la nostra mente è sempre stata cervo, e quindi è stata cervo anche PRIMA che la categorizzassimo come cervo… Larraín fa immagini simili: Jackie parla col prete e gli fa le dichiarazioni, e poi parla col giornalista, ma le conclusioni delle conversazioni sono CONTEMPORANEE, anche se le conversazioni non sono simultanee; e perciò le rivelazioni, una volta fatte, anche se la maggior parte delle volte sono false o solo immaginate, sono “retroattive” come la categorizzazione della macchia di Rorschach: quando vediamo di nuovo il prete capiamo che a lui ha detto quello, ma che è bastato “dirlo” per essere “risaputo” anche dal giornalista che non era presente col prete! — I personaggi sono tutti azioni mentali di Jackie, così come lo fu l’opinione pubblica, lo stile, il “mondo” di quei tempi e dei nostri; e quel mito kennediano si è insinuato in noi tra i frame della storia, come le rivelazioni di Jackie: non sappiamo a chi le ha fatte (al prete? al giornalista? a Bobby? a se stessa?), ma sono lì; e il mito-Kennedy (la Camelot del film) non sappiamo come è nato, ma eccolo lì: una volta nato, c’è “sempre” stato… come il cervo sul foglio di Rorschach!

Questo giochino non è perfettissimo: Larraín non è Malick… ma senz’altro ci si è avvicinato tanto! [e Larraín non è neanche Darren Aronofsky, che preparò il film per Rachel Weisz prima che divorziassero e che ha “istruito” un po’ la Portman prima di defilarsi come regista (il soggetto gli ricordava troppo la Weisz) e rimanere come produttore esecutivo: è stato Aronofsky a volere Larraín e gli ha dato diversi consigli su come fare. Infatti, Larraín, finora, non era mai stato così onirico, segno che Aronofsky, il mago dell’onirismo, lo ha ispirato non poco. Magari Aronofsky avrebbe raggiunto un risultato “perfetto”, ma i suoi consigli a Larraín non sono rimasti lettera morta]

E sarà un piacere rivedere Jackie per sviscerare la Storia (S), la storia (s), il privato, il pubblico, le immagini e le macchie di Rorschach: perché capire “l’inconscio” di ciò che è stato, ci aiuta a capire la follia di ciò che è…

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