Florence (Frears)

Molti, stando anche ai risultati di IMDb, ritengono che la regia diegetica migliore in assoluto sia quella che Frank Darabont ha effettuato in The Shawshank Redemption (1994)…

Io ho lievemente apprezzato quella regia, ma, spesso, la accuso (certamente senza mordente, perché comunque il risultato non è male) di piattezza, di scolasticismo, di “terra terra”…

…e lo faccio perché io auspico sempre che la regia cinematografica sia qualcosa di più di una illustrazione…

…e Stephen Frears mi accontenta sempre: lui non illustra la trama, ma la traduce in cinema… quello stacco puntuale sulle facce degli attori (sul ciglio che si sposta), quel movimento su un incidente, quell’angolo di ripresa ribassato su quell’oggetto diegetico: tutte cose che non si limitano a “mostrare” la trama ma la sottolineano, la implementano, quasi la “creano”, e quindi fanno del cinema e non del testo il punto centrale, la fonte, l’elemento principale…

Quello che fa Frears spesso sono solo piccoli accorgimenti, che però ce la fanno da subito a togliere il film da quell’aria polverosa e morente che di solito hanno operazioni biografiche o storiche simili…

Frears usa al massimo il concetto di SEQUENZA: quel concetto portato ai massimi livelli da David Wark Griffith nel 1915: spezzettare tempo e spazio dell’azione in piccoli fotogrammi temporali e in piccoli segmenti visivi di tanti punti di vista diversi, che si ricompongono insieme, in un ordine (il découpage) stabilito dal narratore, ordine atto a restituire (al pubblico) l’azione col massimo effetto, con la massima efficacia, con la massima (o minima, a seconda degli intenti narrativi) visibilità, comunicabilità, comprensibilità…

Frears usa questo concetto come un grande maestro: la macchina da presa segue gli attori, ne indaga le performance con tanti punti di vista precisi, con tanti sguardi puntuali che proprio ricostruiscono quello che fanno e ce lo comunicano a noi pubblico con la massima efficacia, con la massima cura, con la massima sapienza…

Il meccanismo diegetico che la macchina di Frears ingaggia è efficacissimo: quello stacchetto sul ciglio di Grant, o quel movimento sulla stecca della Streep, sono così fulminei, precisi, schietti e perentori che sono loro a COSTITUIRE la storia, in misura uguale alla stessa performance attoriale: tanto che non si distingue se una cosa c’è perché la recita la Streep o perché Frears la riprende in quel modo: performance e macchina diventano un tuttuno, un unicum inscindibile!

Un risultato evidente soprattutto nelle scene strappalacrime, lavorate con tale sapienza da affossarti, anche quando, di fondo, non te ne fregherebbe niente…

Poiché, in effetti, la maestria di Frears c’è proprio nell’inquadrare benissimo questa vicenda che è anche “poco interessante”, fatta di demenze sifilitiche, di pietose bugie, di piccolezze, che però Frears costruisce con grande capacità e ce la restituisce eccezionale, commovente e commossa… in modo migliore di quanto fece in Lady Henderson (manchevole di compattezza e coesione), anche se peggio di quanto ha fatto con Philomena (che aveva dalla sua una vicenda molto più coinvolgente) e The Progra(che a me ha gustato di più per pure ragioni non oggettive)…

Quindi, che dire?

Il cinema narrativo ai livelli massimi, capace di riscattare e di migliorare vicende che, di fondo, interessano poco: la vera storia della Forster Jenkins è “trasfigurata” da Frears in grande esperienza filmica, in potere estremo della “narrazione” (Florence che ci crede così tanto da trasmettere comunque gioia: un elemento che va preso certamente come meta-narrativo [crederci è narrare], e non alla lettera come faranno, purtroppo, i patiti di Amici di Maria)…

Bene dé…

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