Il Cliente (Farhadi)

Io non conosco Farhadi e non ho familiarità con il cinema medio-orientale e della vicina Asia… e pochissima familiarità, purtroppo, anche col cinema asiatico che non sia quello, molto diffuso (anche se non totalmente) in Europa, di Hong Kong, Cina, e Giappone… Perfino di Bollywood, la più grande industria cinematografica del mondo (con numeri che Hollywood si sogna) non ho visto praticamente niente se non spezzoni da studente (e in Europa da Bollywood non arriva veramente nulla, e molto scarsa è anche la reperibilità sulla rete a causa degli insormontabili gap linguistici). Di iraniani, a parte i nomi mainstream del compianto Abbas Kiarostami e di Mohsen Makhmalbaf, non conosco davvero nulla…

Perciò parto del tutto impreparato a parlarvi del Cliente… Ma, per fortuna, ho frequentato, nella mia giovinezza, alcuni festival cinematografici dove, invece, il cinema della vicina Asia risulta spesso molto apprezzato… E grazie alla frequentazione di questi festival posso dirvi che il film di Farhadi è quasi lo stereotipo del film da festival…

In Europa, di recente, nel circuito mainstream, abbiamo visto uno stile simile a quello di Farhadi in La vie d’Adèle (2013) di Abdellatif Kechiche (di origini tunisine): la macchina è un osservatore voyeur, alternativamente interessato o indifferente, a seconda del grado di suspence narrativa da creare o non creare, con esiti senza dubbio affascinanti, ma certamente indicanti sempre una ferma “regia” che, molte volte, si scopre fin troppo proprio nel tentativo di nascondersi… Mi spiego: quello di Farhadi (e Kechiche) è un intento così dichiaratamente “documentario”, così dichiaratamente «io non ci sono, guardo soltanto», che si trasforma ben presto in «io guardo soltanto, però guardo solo quello che voglio io, e quindi IO (osservatore=regista) CI SONO e ci sono eccome! Proprio ci sono tantissimo!»…

E questa è la contraddizione di questo linguaggio: il voler oltranzisticamente dichiarare di avere un approccio “verghiano” al testo, e di dare l’impressione che il film “si giri da solo”, però poi, nei risultati, essere così smaccatamente “pilotato”, “finto”, “voluto” nelle sue omissioni di sguardo e nelle sue proposte di sguardo, che appaiono da subito frutto di quella volontà di regia che si professava non esistere (da Verga si trasformano subito in Henry Fielding)…

È indubbio che le giurie dei festival amino questi film, perché in quella ambiguità tra documentazione del reale e regia(=antireale) si gioca gran parte del discorso teorico cinematografico, però, negli spettatori normali, certi risultati possono apparire anche “furbi”, e anche poco sinceri, specie quando, come in questo caso NON C’È ALCUN MOTIVO per riprendere i fatti in quel modo…

Mi spiego:

nel piccolo film Weekend di Andrew Haigh (2011), era una meraviglia vedere quelle ambiguità di sguardo tra realtà e visione del regista in una vicenda che prevedeva proprio gli sguardi di qualcuno che guardasse ai protagonisti, che li guardasse per spiarli o per rimproverarli… E quella ambiguità di sguardo della macchina serviva proprio per tradurre in visione gli sguardi che i protagonisti si scambiavano: la macchina rappresentava il loro progressivo conoscersi sempre più a fondo, con le inquadrature “ambigue” che stavano per le reciproche occhiate che i protagonisti si lanciavano, a volte complici a volte no… Era una meraviglia!

Invece in Farhadi quel linguaggio ambiguo non sembra neanche giustificato… La tensione riesce a sostenerla, sicuro, ma l’ambiguità non è mai al servizio del protagonista, spesso guarda soltanto il protagonista… Mi spiego: se gli sguardi “spiosi” fossero partiti dal protagonista guardingo allora avrebbero avuto un senso, mentre invece gli sguardi spiosi raggiungono il protagonista e non si sa perché, visto anche che non partono neanche dai suoi “nemici”…

Forse è tutto un gioco tra lo spione (il protagonista) che invece finisce solo per essere spiato (dal regista e dalla sorte)… Però è una questione che si potrà sviscerare solo in sede di analisi, e quindi, a una prima visione, risolve nel nulla… e cade un po’ nella vanteria filmica: Farhadi sembra dire: «vedete? lo filmo come i Festival, perché io sono un regista da festival!» e non perché quel modo di filmare è consono alla trama…

Una trama, poi, certamente interessante, ma anche vista da un occhio culturale così lontano dal nostro da essere più didattica che coinvolgente…

Mi spiego: Il cliente è impareggiabile per “vedere” l’Iran, per farci vedere, a noi occidentali, le contraddizioni del paese e della cultura: vedere le case fatiscenti e frananti, la gente costretta a fuggire dagli appartamenti, i paesaggi urbani poverissimi: sono tutte cose salutari…

Però la mancanza di sapienza psicologica, soprattutto nel rapporto tra uomo e donna, freddano il film quando vorrebbe passare dal documentario al diegetico: la dialettica tra gli innamorati di fronte alla tragedia, più che suggerita, sembra proprio mancante, e mancante di sicuro per ragioni culturali, poiché là le implicazioni sociali sono diversissime dalle nostre… e lì Farhadi non ce le documenta più, poiché, siccome è nato e vissuto lì, le dà per scontate…

Non avrebbe potuto fare diversamente, esattamente come facciamo noi: in un film italiano noi italiani non perdiamo certo tempo a spiegare perché nessuno prende un treno, o a spiegare i ritardi proverbiali di Trenitalia, poiché sono cose, per noi, così quotidiane che anche nei racconti li diamo per scontati… E Farhadi, nel suo film, non può mica spiegarci i rapporti uomo/donna iraniani, poiché Farhadi è iraniano e parla a iraniani che sanno perfettamente come ci si comporta nel loro paese senza che un film glielo spieghi…

Invece noi occidentali capiamo poco certe dinamiche sociali che Farhadi, giustamente, non spiega… E le capiamo poco anche per via di quella messa in scena filmica da festival, sempre così ambigua e “faticosa”…

Dopo uno stacco, per esempio, in una inquadratura Farhadi si attacca al volto del protagonista, e, alla prima occhiata gli iraniani capiranno subito che si trova in un taxi, e sapranno di certo che da loro i taxi si prendono in più persone: ma noi altri stiamo quasi 2 minuti a chiederci dove siamo, e non ci capiamo niente…

È una cosa che può succedere anche nei nostri film: i Dardenne, che sono belgi, fanno spesso come Farhadi, magari con lo stesso stile festivaliero, ma i Dardenne hanno ragioni DIEGETICHE per fare così, mentre Farhadi no…

E tali Lost in translation sono comunissimi nei film di altre culture: nel romanzino Wrong about Japan di Peter Carey, 2005 (tradotto da Giovanni Pesce per Feltrinelli nel 2006, con l’orribile titolo Manga, fast food & samurai. Un Giappone tutto sbagliato), si dimostra come noi occidentali si capisca l’1% degli elementi impliciti nei film di Miyazaki: proprio non vediamo cose che i giapponesi vedono subito… Una cosa che Umberto Eco (in Sei passeggiate nei boschi narrativi, 1994) identifica anche in letteratura nella “enciclopedia del lettore”: se il sapere totale del lettore (la sua “enciclopedia” mentale di conoscenze) non coincide con quello dell’autore verranno fuori un sacco di fraintendimenti, perché il lettore si lamenterà di non aver ricevuto gli indizi necessari che l’autore, forse più sapiente o diversamente sapiente, ha dato per scontati (Eco dice che nessun autore occidentale, parlando di «carrozze» si metterà a parlare anche dei cavalli, perché per l’occidentale che la carrozza sia trainata dai cavalli è scontato; invece un lettore di altra cultura, una volta letto a pagina 1 «la carrozza parte», senza menzione dei cavalli, poi, a pagina 3 legge «si fermarono a far riposare i cavalli», sarebbe autorizzato a lamentarsi, poiché mai si era parlato di cavalli! e per lui la carrozza potrebbe essere trainata da chissà che, da un umano, dai cammelli, col motore ecc.!)

Con Il cliente io ho molto sofferto per differenze di Enciclopedia con Farhadi: 

Non ho capito la sua messa in scena, specie in relazione con le pretese di incrocio tra realtà e teatro, che sono insistite ma non troppo: la macchina a mano “documentosa” e a focalizzazione zero (ne sa quanto i personaggi) solo quando vuole (visto che spesso sembra saperne di più), cosa c’entra col teatro? Tutta la storia è da ritenersi “finta” e “teatrale”? Come mai il titolo vero riprende Arthur Miller? Ci sono parallelismi tra la vicenda del Cliente e quella di Death of a Salesman che io non ho compreso? Tutta la vita è teatro? Ma se è teatro perché la macchina da presa e la messa in scena cinematografica sono così ambigue e dalle pretese così verghiane e documentarose (così anti-teatrali)?

Boh…

Tutti interrogativi che io non ho visto risolti da Farhadi, né dal film…

E, per me, le derivazioni dal Borghese piccolo piccolo (di Mario Monicelli, 1977), sono risultate anche troppe (nel senso: mi veniva spesso da dire «Monicelli è meglio, di sicuro più compatto e va subito al sodo»), e si sono sommate alla mia diversa “enciclopedia”: che la minaccia più grossa verso lo stupratore sia quella di spifferare tutto alla famiglia, invece di una vita in galera (per esempio), o di rimorso, beh, è una cosa afferente a una cultura così diversa dalla mia (che vede negli avi cose molto più importanti di quel che ci vedo io), da oltrepassare l’orizzonte di attese di me spettatore…

E questa è senza dubbio colpa mia, intendiamoci!

Non sto dicendo che la mia cultura è migliore di quella di Farhadi: più che altro dico che mi ha interessato il film più per ragioni di dialettica tra le culture che come film “di genere”, poiché come “film di genere” mi è risultato manchevole di molti snodi tensivi fondamentali…

Però, boia, meglio Il cliente che tante scemenze, anche perché, almeno, ispira una voglia di interpretazione non univoca tutta da espolare… E, studiando di più, so che mi piacerà di più…

Però, per adesso, non ci ho visto questo immenso capolavoro che tutti dicono…

Da un soggetto ugualmente “culturale” e ugualmente “sopraffacente”, ho visto fare molto di meglio a Deniz Gamze Ergüven (turco) nel suo Mustang (2015), che certamente aveva idee più chiare su come usare la macchina da presa…

3 risposte a "Il Cliente (Farhadi)"

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  1. Inseriti in lista Eco, Carey e Mustang.
    A me fa salire il sangue alla testa sentir parlare di onore, di rispettabilità familiare ecc.
    Ma è pur sempre un sentimento che, pur non approvandolo, comprendo bene.
    Mi manca tutto Kiarostami, mi manca tutto Panahi, mentre della Neshat conosco i lavori soprattutto in fotografia.

  2. Credo Wp si sia mangiato il commento.
    Ti dicevo che Eco, Carey e Mustang li ho inseriti nella mia wishlist.
    Di iraniano praticamente ho all’attivo solo Farhadi, mentre mi mancano tutto Kiarostami, tutto Panahi mentre la Neshat la conosco solo in ambito fotografico.
    La faccenda dell’onore, della rispettabilità della famiglia in società rigida, nonostante non la approvi e la soffra (diciamo pure che mi fa salire il sangue alla testa), credo di comprenderla bene.

  3. Credo Wp si sia mangiato il commento.
    Ti dicevo che Eco, Carey e Mustang li ho inseriti nella mia wishlist.
    Di iraniano praticamente ho all’attivo solo Farhadi, mentre mi mancano tutto Kiarostami, tutto Panahi mentre la Neshat la conosco solo in ambito fotografico.
    La faccenda dell’onore, della rispettabilità della famiglia in società rigida, nonostante non la approvi e la soffra (diciamo pure che mi fa salire il sangue alla testa), credo di comprenderla bene.

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