Passengers

Anche questo è un film di fabbrica, guidato da cervelli di fabbrica…

Il produttore Neal H. Moritz ci ha regalato le minchiate di Vin Diesel (Fast and Furious e XXX), molte scemenze horrorose per adolescenti (So cosa hai fatto, Soul Survivors e molti altri), e puttanate sentimentali teen (Tutta colpa dell’amore)… È quindi tra i più atroci propugnatori di minchiate hollywoodiane…

Lo sceneggiatore Jon Spaihts è tra i responsabili del disastro narrativo di Prometheus, solo ogni tanto salvato dall’estro visivo di Ridley Scott…

Cosa può nascere di buono da menti del genere???

Quello che salva il film è l’assunzione del regista, Morten Tyldum… Non è un grandissimo, ma ha il pregio di non essere americano, e quindi porta un occhio lavorativo non assuefatto all’industria, e di essere uno che è abituato a girare per la BBC e quindi ha a che fare con roba “di qualità”… Il suo The Imitation Game non è le sette meraviglie del mondo, ma di certo non una cavolata come XXX

Tyldum fa il suo mestiere e porta a casa la pagnotta senza strafare. Nel finaletto, quando Pratt sta fluttuando nello spazio e la Lawrence lo deve riacchiappare, Tyldum, grazie al mestiere, garantisce una tensione che molti stipendiati hollywoodiani assunti da Moritz non hanno mai avuto, e, ancora grazie al mestiere, lascia lavorare i tecnici in una resa visiva compatta, decente, scolastica ma non buttata via… Quello che ha lavorato di più è senza dubbio lo scenografo (Guy Dyas), che ha costruito diversi set con un arredamento fantasiosissimo (l’armadio in camera della Lawrence è un capolavoro di design) che meriterebbe una nomination…

Spaihts scrive una storia che richiede grande sospensione dell’incredulità, con l’impianto generale del tutto copiato da Wall-E, e che sfrutta la molto frequentata idea della logica fallace dei computers e dei robots: nessuno degli androidi riesce a capire il paradosso di dover far girare il programma da lanciare gli ultimi 4 mesi di navigazione quando mancano ancora 90 anni, e quindi si riciclano gli annessi e connessi della tecnologia canaglia e traditrice e dell’automazione incapace di risolvere tutti i problemi, con i soliti circuiti che sembrano funzionare quando invece nascondono colabrodi di avarie, già ampiamente visti da 2001 di Kubrick in poi, in miliardi di telefilmetti e sit-com, per non parlare di Jurassic Park

Per fortuna o purtroppo, Spaihts non si accorge di aver insinuato anche involontarie implicazioni metaforiche nel suo script:

  1. A risvegliarsi sono Pratt e la Lawrence, che sono il braccio e la mente, il meccanico e l’intellettuale, corpo e mente, che, ovviamente, contemporaneamente si amano e sono in conflitto, e solo quando trovano la “quadra” tra loro riescono a “funzionare” (con tanto di alberi che ricrescono e natura che si riattiva)…
  2. Braccio e mente che, ancora, metaforizzano non solo i due aspetti del cervello umano, ma anche l’eterna guerra tra sapere speculativo e sapere pratico, le Due culture, scientifica e umanistica, la cui dicotomia quasi belligerante rende problematico il progresso dell’uomo, e con il film che si augura una nuova “unione” tra le due entità che faccia prosperare di nuovo la vita (cfr. il testo cardine sull’argomento Le due culture di Charles Percy Snow del 1959, e l’applicazione di quel testo al contesto italiano in La linea gotica di Ottiero Ottieri del 1962)… Due culture che Spaihts, inconsapevolmente, descrive con goduriosi tratti: la mente nichilista, che va nel nuovo mondo non per speranza ma per documentazione e interesse, per “storia” e non per fede, ancorata alla cultura “conosciuta”, quella della Terra e quindi dubbiosa che l’uomo possa fare meglio in luoghi diversi; e il braccio ottimista, avventuroso, che aggiusta tutto e quindi confidente nel progresso, nel futuro, nell’uomo capace di fare meglio… Davvero bellissimo è scoprire che il braccio da solo si consuma e quindi “sveglia” la mente, e stimolato dall’amore per la mente “inventa” le sue cianfrusaglie migliori (gioielli, telecamerine ecc. ecc.); mentre la mente pensa che sarebbe stata meglio da sola, ma si scopre essere questo il suo problema e non il nichilismo, visto che dai messaggi delle amiche si apprende che la mente non si è mai davvero aperta alla vita ed è rimasta quindi nella pura speculazione, mentre il contatto con il braccio le regala nuova creatività (il romanzo nuovo finalmente scritto) e finalmente la vita vera…
  3. Sotto sotto, anche se troppo sotto, si denuncia il mondo governato secondo principi che vogliono gli umani dei clienti e non delle persone, il mondo concepito dalle multinazionali: clienti divisi ancora in classi sociali spartite per censo e prezzo… Uno spunto, però, che, forse a causa di Moritz, sfugge via subito…

Il risultato cos’è?

È un film di intrattenimento, che diverte, che regge il ritmo, che accontenta i fan della Lawrence come me (una Lawrence che appare un pochino dimagrita rispetto a Hunger Games e Joy, con tanto di tette rimpicciolite che hanno avuto bisogno dell’aiuto della costumista Jany Temime e dei suoi reggiseni “strizzosi”) e che si lascia guardare con gusto grazie a quegli spunti involontari che vi ho elencato… Niente di più…

Con degli amici abbiamo aperto una questione sul finale, che alcuni hanno ritenuto troppo conciliante… Visti i punti 1) e 2), che anelano l’unione tra corpo e mente, io non ho saputo immaginare un finale migliore, anche se ne ammetto l’assoluta prevedibilità… Spero che nei commenti arrivino le idee su come poterlo fare finire diversamente!

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