Moana

La Disney ama spesso confrontarsi con altre “culture” (metto le virgolette poiché, per l’americano-centrica Disney, una “cultura” potrebbe anche essere solo quella di New York rispetto a quella di Los Angeles: e la cosa non sarebbe neanche sbagliata, anche se, diciamo, è leggermente “limitata”)…

Già dagli anni ’40 ci furono film “ispano-messico-sudamericaneggianti” (The Three CaballerosSaludos Amigos, 1943 e 1945)… Poi ci fu l’indiano The Jungle Book (di Wolfgang Reitherman, 1967)…

Bianca e Bernie (The Rescuers, di Art Stevens, John Lounsbery e un ormai anziano Wolfgang Reitherman, 1977) era ambientato in un bayou imprecisato tra Louisiana a Mississippi… e il suo seguito The Rescuers Down Under (di Mike Gabriel e Hendel Butoy, 1990) si svolgeva in Australia…

Ma è dal Renaissance vero e proprio (datato dagli storici 1989-1994, ma da me considerato perdurante fino almeno al 1996, anche se, ammetto, con propaggini tardive) che le “culture” si cominciano a “sfruttare” sistematicamente, e si continua a sfruttarle anche nel post-rinascimento (1996-2002):

Aladdin (1992) è arabo… The Lion King (1994) è swahili… Pocahontas (1995) è nativa-americana… Hercules (1997) è antico greco… Mulan (1998) è cinese… Tarzan (1999) è di nuovo africano… The Emperor’s New Groove (2000) è Incas (e sarebbe dovuto esserlo il gigantesco Kingdom of the Sun, di cui The Emperor’s New Groove è stata la risultante in piccolo)… Atlantis (2001) è “atlantidese”, nel senso che gioca molto con le culture… Lilo & Stitch (2002) è hawaiiano…

Tra il 2002 e il 2009, il reparto animazione Disney entra in grossa crisi (non così il reparto live-action, che nel 2003 diventa campione d’incassi con La maledizione della prima luna di Gore Verbinski), e le “culture”, come tutti i film di animazione 2D, vengono messe da parte in favore di sequels e scemenze varie… Brother Bear, nel 2003, tenta di seguire la cultura pellerossa dopo Pocahontas, ma viene snobbato dal pubblico…

Nel 2007, John Lasseter diventa capo dell’Animazione, e fa un disperato tentativo di produrre di nuovo un film animato in 2D dopo 4 anni di stop… E dà il via a The Princess and the Frog (2009), ambientato in una Louisiana molto più accurata di quella di The Rescuers… e l’andazzo continua con Frozen (2013), molto più danese di molte altre fiabe disneyane… e adesso Moana, che va vicino all’Australia di The Rescuers Down Under, in Polinesia…

Dei film “culturali” dal Renaissance, che io conto essere 13 (su 29 prodotti, esclusi i sequels), John Musker & Ron Clements ne hanno diretti 3… anzi, il primo film eminentemente “culturale” del Renaissance è proprio loro: quell’Aladdin che aveva inaugurato la “moda” della “cultura” a livello sistematico…

Aladdin, da parte della critica ideologica (vedi il Camerata Topolino di Alessandro Barbera, Viterbo, Stampa Alternativa, 2001), era stato distrutto in quanto totalmente non in linea con la vera cultura araba… La stessa critica aveva distrutto anche The Little Mermaid (1989), il film numero uno del Renaissance, anch’esso diretto da Musker & Clements, e giudicato un insulto nei confronti della fiaba di Hans Christian Andersen da cui traeva il soggetto…

Ma Aladdin The Little Mermaid, così come gli altri film di Musker e Clements (Basil: The Great Mouse Detective, 1986, i citati HerculesThe Princess and the Frog, nonché Treasure Planet, 2002) sono stati leggende, nel bene e nel male… The Little Mermaid, con il suo trionfo, ha iniziato il Renaissance della Disney dopo una intensa crisi (1973-1985); Treasure Planet chiuse definitivamente il post-rinascimento e, con il suo flop, decretò una nuova angosciante crisi (2002-2009), che gli stessi Musker & Clements portarono a una soluzione con The Princess and the Frog… Per cui Musker e Clements sono, nel bene e nel male, dei capisaldi della Disney, che meriterebbero davvero l’onore di Dinsey Legends, così come se lo sono meritato i loro colleghi (e stretti collaboratori) Glen Keane (Legend dal 2013), e Andreas Deja (dal 2015, N.B.: i premi Disney Legends sono biennali).

Quando, dopo Treasure Planet, Musker & Clements lasciarono la Disney a causa di un progetto rifiutato, a cui si preferì un sequel, alle spalle avevano una Disney quasi sfasciata, con la concorrenza di Katzenberg (il traditore CEO che aveva portato via le idee nel suo nuovo studio, la DreamWorks) alle calcagna; con progetti per il futuro severamente compromessi proprio dall’insistere sui sequel e sui prodotti TV; e con tutto il reparto dell’animazione che chiudeva quasi del tutto (con la demolizione degli studi di Parigi prima e della Florida poi, fino al completo shut down, che neanche il loro The Princess and the Frog è riuscito a evitare)… Molti come loro fuggirono, anche i cervelli migliori, spesso addirittura licenziati (Gary Trousdale, Kirk Wise, Roger Allers, Nik Ranieri, Rouben Aquino)…

Con The Princess and the Frog, Musker & Clements trovarono la nuova Disney di Iger e Lasseter, che dava molto più potere ai registi; una prassi premiata dal successo sia con Tangled (2010), lavorato per anni da Glen Keane, sia con FrozenZootopia (2016), portati avanti da Jennifer Lee… Anche se poneva limiti enormi: ingerenze nella scelta delle collaborazioni (per The Princess and the Frog, venne messo il veto sul musicista Alan Menken in favore di Randy Newman, amico di Lasseter, per ragioni poco chiare di “diversificazione” [Menken componeva già per Tangled, e Lasseter disse di aver paura che le due musiche potessero assomigliarsi troppo: la cosa sa di scusa un po’ arronzata]); e graduale sostituzione del “disegno” in favore del “computer”: Tangled venne completamente trasferito dalla china al joystick (con tanto di sostituzione tecnica di Glen Keane alla regia, che passò a professionisti del computer, Nathan Gren e Byron Howard, a cui, per fortuna, a Keane fu concesso di prestare una seria supervisione — sorte patita anche da Moana, la cui prima stesura era in 2D — da notare come Tangled si sia intitolato così e non Rapunzel per una pura fifa infantile di Lasseter, che temeva che un titolo con la protagonista femminile facesse fuggire potenziali spettatori maschili: era convinto che The Princess and the Frog non avesse raggiunto il top perché molti bambini maschi lo disertarono con la paura che fosse un film per bambine, e allora, per non fare uguale con Rapunzel cambiò il titolo nel neutro Tangled con la speranza di acchiappare anche i bimbi maschi: la storia sembra assurda ma andò davvero così!)…

Ma tra tali alti e bassi, questa Disney nuova di Lasseter ha messo molto tempo ed energie a disposizione del ritorno di Musker & Clements…

Che ritornano con un film “culturale”, “etnografico” dei loro…

Moana potrebbe incorrere nelle stesse critiche che Barbera mosse ad Aladdin The Little Mermaid… La base mitologica etnologica (i miti polinesiani) è usata come serbatoio a cui attingere liberamente, facendo patchwork di mitologie senza badare troppo alla precisione: cosa che potrebbe far incazzare le popolazioni che considerano quei miti sacri…

Anche per Aladdin il rischio fu lo stesso, e infatti molti arabi si arrabbiarono per il trattamento hollywoodiano che Musker, Clements, Ted Elliott & Terry Rossio (gli sceneggiatori) riservarono ai personaggi tradizionali islamici: Aladdin come Tom Cruise, e il genio immerso in cultura americana (con bermuda e sunglasses); Jasmine sexy, e il Visir poco raccomandabile: stereotipi della Hollywood anni ’40 (vedi Il ladro di Baghdad di Michael Powell, Ludwig Berger e Tim Whelan, 1940; e La rosa di Baghdad di AntonGino Domeneghini, 1949) che non stavano per nulla male in un film, ma che, come sempre, fecero storcere il naso ai puristi… e per fortuna si parla di un tempo, il 1992, in cui il fondamentalismo islamico era solo un borbottio poco influente nella vita dell’occidente…

Moana casca eccome in questi problemi: plasma la mitologia in genere cinematografico… e fa un film dalle convenzioni per nulla etiche ma totalmente narrative (per capirsi: arriva all’etico dal narrativo e non viceversa)…

La cosa a me non ha dato affatto fastidio! Anche perché è portata avanti con sapienza…

Paul Hernadi, Beyond Genre, Ithaca (NY), Cornell University Press, 1972, diceva che i generi erano consustanziali: commedia, tragedia, horror, parodia, ecc. erano tutti parte di un medesimo organismo “generico” dalle tante caratteristiche unitarie…

Northrop Frye, Anatomy of Criticism, Princeton (NJ), Princeton University Press, 1957, prendeva le mosse dai mitologisti (Joseph Campbell, Mircea Eliade) per dire che le storie, bene o male, erano sempre quelle, e che, in accordo con le teorie di Carl Gustav Jung, parlavano quasi sempre di archetipi, fermi e costanti in ogni storia (vedi A mille ce n’è… per capire di cosa sto parlando)

Moana fa suoi questi studi in una sceneggiatura archetipica da manuale, che presenta tutti i presupposti del viaggio (quello descritto da Chris Vogel in The Writer’s Journey), e anche tutte le implicazioni delle teorie di Erich Neumann (La grande madre: fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio), senza però mai scadere nello scolastico (come fa Linda Woolverton nei film di Alice o come hanno fatto gli scrittori di Maleficent), anzi: presentando gustose “consustanzialità” mitologiche tra il viaggio iniziatico e la storia d’amore, tra l’adventure e il Bildungsroman, tra l’action e la psicologia, tra l’happy ending classico e quello gender-oriented

Nella storia convivono, si sovrappongono, e si scambiano tra loro la stessa materia, la vicenda di Maui, di Moana e di Te Fiti: tre personaggi che sono ognuno funzione della storia dell’altro, con un tripudio di felicissimi assoprellamenti semantici:

Maui è eroe della sua storia ma mutaforma in quella di Moana, è agente amoroso nella storia di Te Fiti e si trasforma in puro “Han Solo” nella cornice principale (e nella sua storia propria ha un passato quasi da “arma innocente”, come lo sono quelle di Miyazaki, tipo i mostri atomici di in Nausicaa o i robottoni di Laputa)… Moana è eroina nella sua vicenda (che Maui prende graziosamente in giro in maniera meta-letteraria, scherzando sulla sua tradizionale connotazione disneyano-principesca con tanto di animaletto al seguito), ma anche Galehaut nella quasi love story tra Maui e Te Fiti, e perfino possibile amore omoerotico con Te Fiti (quella omoeroticità che molti hanno, ingiustamente, colto in MaleficentFrozen solo perché si parlava di amore tra due donne – fraintendendo che si trattava di madri e figlie e di sorelle -, qui in Moana si presenta, finalmente, molto più scoperta, anche se, per ovvie ragioni, sfumata)… Te Fiti è il cattivone nella storia di Maui, quasi divinità in quella di Moana e donna quasi tradita e furiosa (quasi una Medea) nella sua storia…

Una myse en abyme di personaggi e funzionalità che certamente acchiappa, e dà vita a una sorprendente unità d’insieme, che si trasmette anche alla vicenda, che, come dicevo, dimostra quando il Bildungsroman, la Love Story, e l’Adventure siano in realtà lo stesso genere… come a dire: “nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma”, e quindi la Love Story e il Bildungsroman possono essere la stessa cosa, la stessa energia, che prende forme diverse… La cosa è ben dimostrata da Musker & Clements, poiché come un personaggio è funzione nella storia dell’altro, anche il genere è componente dell’altro, e quindi Moana che scappa di casa è sia capitolo di Bildungsroman sia componente di Love Story; la vicenda di Maui è sia sottotesto di Love Story sia caposaldo dell’Adventure

Vedere tutto questo è stato veramente una gioia…

Anche perché era supportato da trilioni di riferimenti intradiscorsivi assai gustosi, che vediamo di elencare in breve:

certamente la Nausicaa di Miyazaki (1985) è base imprescindibile per la struttura degli accadimenti: Moana è un ovvio calco di Nausicaa, anche per un discorso “corporeo” che vedremo dopo… Il villaggetto armonioso che lotta con l’oscurità, e che per difendersi deve mandare una principessa a vedersela con mostri e con ambienti ostili, è tutto materiale di Nausicaa. Le derivazioni da Nausicaa potrebbero però far anche incorrere a un certo déjà vu, dovuto al fatto che già Atlantis (2001) aveva Miyazaki come base, insieme ai suoi emuli, emuli che lambiscono anche MoanaNadia del Mare Fantastico (quello che da noi è stato Il Mistero della Pietra Azzurra) di Hideaki Anno (1990, basato su Laputa di Miyazaki, 1986), con il suo mare e una eroina che vi sguazza dentro latrice di potenti segreti, è certamente al centro sia di Atlantis sia di Moana, con una tensione molto simile che li percorre (anche se l’azzurro trovato da Trousdale & Wise in Atlantis è invece ben poco sfruttato da Musker & Clements in Moana)

Ancora da Miyazaki non si può non notare che la Te Fiti gigantesca è molto simile a Gran Mammare di Ponyo sulla scogliera (2008). Inoltre, Te Fiti porta avanti almeno un paio di riferimenti “intra-disney”: la sua natura verde e gigantesca, oltre a rispecchiare l’idea di Giacomo Leopardi nelle Operette morali (1829), porta avanti un discorso esplorato, anche visivamente, dal segmento dell’Oiseau de feu, dei fratelli Brizzi, in Fantasia 2000 (1999): Te Fiti è identica sia all’Uccello di Fuoco, sia alla fata dei boschi… Ed è uno specchio della misteriosa Tia Dalma (interpretata da Naomi Harris), della saga, ormai logora, dei Pirati dei Caraibi (il primo geniale film di Gore Verbinski è, come abbiamo visto, del 2003, ma, purtroppo, ce ne sono stati altri quattro, con un quinto in arrivo, con la regia che è passata a Rob Marshall e Joachim Rønning)

la risoluzione (la cattivona che è tale solo per sofferenza), oltre a Medea, ha fenomenologie molto simili a quelle presentate da Michel Ocelot in Kirikù e la Strega Karabà (1998), altro capolavoro “etnico” in quanto autenticamente africano, molto importante, lo vedremo dopo, come modello di trama… [vedi anche la Turandot di Giacomo Puccini]

il giocare con frammenti di etnologia nella creazione di un universo filmico è proprio dei grandi film di George Miller, di Happy Feet (2006), che presenta tutta una società canora pinguinosa (ai limiti del ridicolo), ma, soprattutto, di Mad Max Beyond Thunderdome (1985), che è perno centrale di molto design di Moana (e l’omaggio a Mad Max: Fury Road è anche apertamente dichiarato, come apprendo da Wikipedia)… e in modo simile lavora, anche se molto peggio, Waterworld (di Kevin Reynolds, 1995), a cui non si può non pensare, anche se in negativo, quando si vede l’ambientazione marina…

Impossibile non vedere, nel mare silente ma espressivo, un bis del geniale risultato che Musker & Clements avevano ottenuto con il tappeto di Aladdin grazie alla maestria dell’animatore Randy Cartwright: come il tappeto, il mare non parla ma agisce e si muove in una magnifica partitura mimica di segni e gesti… il tappeto rimane migliore, ma anche il mare non scherza…

La principessa richiusa nei suoi doveri d’etichetta ricorda un po’ la nordica Merida di Brave (di Mark Andrews e Brenda Chapman, della Pixar, 2012), anche se, stavolta, invece della madre è il padre a fare da spaccafiamme alla sua vena ribelle… Benché la tematica della principessa che va via derivi certamente anche dalla disneyana Pocahontas (di Mike Gabriel ed Eric Goldberg)… Da Pocahontas proviene anche la nonna gaglioffa che sa tutto (elemento un po’ presente anche in Brave)…

I tatuaggi di Maui sono l’unico elemento rimasto della redazione in disegni 2D: supervisionati da Eric Goldberg somigliano molto alle scritture classiche che affollano Hercules, e ricordano da lontano anche le immagini della civiltà acquatica che M. Night Shyamalan inventa, benché con poca coerenza, in Lady in the Water (2006)…

E inutile elencare le ovvie manifestazioni che Moana ha in comune con tutte le tante creazioni umane che hanno a che vedere con l’acqua, elemento che già Frye aveva analizzato come metafora dell’inconscio, cosa che Herman Melville aveva già sintetizzato nel prologo di Moby Dick (1851)…

Tutti questi elementi intradiscorsivi, tutta questa consustanzialità dei generi e delle funzioni dei personaggi, supportano una trama quasi “automatica”, che sublima in narrato l’esperienza della vita in maniera eccellente…

L’oscurità e cioè la malvagità (esattamente come in Kirikù), deriva da rancori e cuori spezzati (Love Story), da mancanze d’amore e da voglie di avidità “metafisiche” immotivate (Maui costretto a fare miracoli per accontentare gli uomini), che si riscattano con altri amori e con nuove esperienze: e cioè con il divenire continuo della vita stessa, che non può essere rinchiusa (Bildungsroman), ma implementata e interiorizzata (Adventure) fino alla sintesi, certo fiabesca, di tutte le componenti…

Te Fiti, che da mostro si scopre essere la donna tradita della Love Story, e quindi, poi, il caposaldo della nuova coscienza, è il simbolo più salutare delle componenti mentali da comprendere e riconoscere nelle fiabe… È l’elemento matriarcale fenomenologico perfetto… È sia vita sia morte, e solo con l’intelligenza (di Moana) si riesce a capirlo, proprio grazie alle esperienze fatte e alle capacità scoperte. Maui, in tutto questo, è il diavoletto mentale istintivo, che sa quello che fa e lo fa per puro divertimento, quasi un Es, che si contrappone a un offeso SuperIo gigantesco (Te Fiti): strutture che Moana deve saper armonizzare per vivere bene… E naturalmente scopre come far pace con il SuperIo (che è riflesso anche nelle strutture societarie dell’isola, che sono comunque da rispettare, anche se in modo nuovo, frutto della sintesi della crescita), e come farlo dialogare con l’Es, in un lieto fine ovviamente felice, ma latore di tante informazioni su come condurre la vita… Naturalmente, la componente con cui fare pace, come in Leopardi (si diceva prima) è una Madre Natura forse indifferente, ma proprio per questo bisognosa di cure e di affetto… Affetto, forse, anche omoerotico: pensare a Te Fiti come donna tradita che abbandona il maschio (Maui) perché è stata una donna a farla innamorare di nuovo (Moana che rimette a posto il cuore perduto), potrebbe generare una grande glorificazione dell’amore tout court, proprio perché è la componente femminile del mondo (la Natura generatrice) che il film ci invita a rispettare (e quindi a glorificare al di là della sua unione copulante con il maschile, bensì come entità autosufficiente a se stessa) con metafore psicanalitiche inconsce, che, comunque, dicono sempre quello (trova la sintesi tra la tua mente e il mondo, tutto il mondo, anche quello dell’amore tout court)…

Metafore che nel film sono anche un po’ reiterate, ma che rispecchiano bene le scelte della vita: non sai come fare e ti sembra di andare avanti per inerzia lungo un percorso a cui percepisci di essere destinato (sembra che tu non possa fare altro), ma non hai idea di quello che fai, e attendi sempre segni e presagi che ti guidino, benché tu sappia bene che la vita, come il mare di Moana, va avanti in modi oscuri e inconoscibili e che sei tu che, con la volontà, la deduzione, l’ingegno e la speranza, rimetti a posto i segnali contraddittori: è Moana che dà senso ai segnali del mare, che, senza l’iniziativa di Moana, fa giustamente poco e niente… e sono bravi Musker & Clements a togliere al mare e da Maui ogni deriva deistica: non c’è destino, ma solo interpretazione intelligente dei fatti che coadiuva in una serena continuazione del divenire, così perfetto da sembrare “destino” ma invece sempre e solo divenire…

Il risultato è buono soprattutto perché sono stati bravi a rendere Moana: carinissima e corporea, è una eccezionale eroina Disney soprattutto grazie a quel meraviglioso corpo che si muove e agisce… Molte eroine disneyane hanno corpi meravigliosi (il primo che mi viene in mente è Esmeralda del Gobbo di Notre Dame, 1996, oltre alla Pocahontas che si diceva anche prima), ma Moana è una di quelle che lo usa in modi più estesi, è forse tra quelle che si muove di più, anche se potrebbe avere un precedente in Rapunzel… Il suo petto respira (cosa invece rara nei cartoni animati); il suo viso è più tagliato con l’accetta rispetto a quelli, espressivissimi, di Belle e Rapunzel (o anche Nala, seppur leonessa), ma proprio perché la sua funzione è tutta AZIONE, movimento e forza, che si accompagna a un ottimo ingegno, che è la sua caratteristica più importante a livello di diegesi… Una eccellente eroina, davvero coi fiocchi… Forse un precedente è anche Judy Hopps di Zootopia, anch’essa movimentata, sballonzolante, saltellante e ingegnosissima… Ma, certo, la prima ad avere un corpo così eccezionale, si diceva, è stata la Nausicaa di Miyazaki! (poi traslata nei personaggi di Hideaki Anno e Yoshiyuki Sadamoto, in primis Rei Ayanami di Neon Genesis Evangelion, 1995)

Un punto morto è però la storia del granchio, un po’ un riempitivo… E forse prolissa è la crisi di Moana, subito risolta nel sottofinale, presente probabilmente per pura estensione di durata, benché bisogna ammettere che è una sequenza fondamentale per ribadire le metafore diegetico-psicanalitiche…

I tatuaggi Maui concorrono un pochino all’idea della partecipazione delle immagini nella vicenda: Moana vede i tatuaggi, le immagini, e ha bisogno di interpretarli per andare avanti, ma non sa come fare (non riesce a capire cosa significhi la madre che sembra far cadere il bambino in mare): la cosa poteva essere sviluppata meglio (George Miller è assai superiore nel gestire una tematica simile in Mad Max Beyond Thunderdome), ma lì lì è simpatica…

Le musiche, si sente, sono di un rumorista, di un tecncico al mixer, più che di un compositore: sono di Mark Mancina, uno dei migliori montatori del suono che la Disney abbia mai avuto, che lo ha usato spesso e volentieri come valente arrangiatore per i colossi canori che ha ospitato (Elton John, Phil Collins), oltre che per le musichette per i parchi a tema e per i loghi… Ma le sue prove di composizione (Brother BearTarzan) non rimangono nella memoria, a differenza di quelle dei suoi predecessori (penso soprattutto a George Bruns) che furono in grado di essere professionisti a libro paga ma anche valenti compositori… Alcune canzoni, spesso con valore leitmotivico, non sono però male…

Visivamente, gli espedienti tecnici di Musker & Clements dànno ottimi risultati. Colori fosforescenti, stacchi strambi, inquadrature non convenzionali, movimenti animati magnifici, ambienti suggestivi: uno show in piena regola… Ma la loro gestione complessiva è forse la cosa che fa più acqua in Moana… Poiché Moana risulta molto tecnico, ogni tanto anche simile a un musical, bellissimo ma un po’ “industriale”… Mi spiego: Musker & Clements sono professionisti, e forse ci hanno messo più mestiere che cuore, nonostante la volontà di far bene ci fosse tutta… Una cosa comune è successa anche a Treasure Planet, da loro plasmato per anni e poi risultato in un pastrocchio orribile: Moana evita quel passo falso, ma non riproduce il “guizzo” che invece perfino The Princess and the Frog sembrò ritrovare…

In soldoni, Musker & Clements hanno costruito, in sceneggiatura e in quasi un decennio di riscritture, una meravigliosa fiaba archetipica da manuale, che sono riusciti a gestire senza scolasticismi (così comuni quando si fanno operazioni simili alla Disney), a rendere coinvolgente, e hanno portato a casa un film molto carino, che però evita lo status di capolavoro per alcune prolissità (pur trascurabili) e per la mancanza, come dire, di un graffio ironico che non fosse programmatico… Cerco di spiegarmi: il film è bello e godibile, ma non mi sembra di aver visto un momento di grande impatto, di shock (sia drammatico sia comico) paragonabile a quelli di Tangled, che continua a essere il mio film della Disney odierna preferito…

È comunque un signor film archetipico, che aiuterà le menti giovani a saper comprendere e armonizzare le conflittuali e contrastanti implicazioni della psiche e della vita…

Nota finale sul doppiaggio di Fiamma Izzo…

Emanuela Ionica è un’ottima sorpresa su Moana, anche perché già in originale è affidata a un’esordiente…

Molto bravo Fabrizio Vidale su Maui, anche se The Rock potrebbe aver tirato fuori suoni etnici inesistenti in altre lingue…

Angela Finocchiaro sulla nonna, invece, non va molto al di là di Anna Mazzamauro in un ruolo analogo in Brave

Le scelte di Raphael Gualazzi e Chiara Grispo sono da contestualizzare con la scelta dei Brancucci di adattare le canzoni in modi “particolari”… Che una canzone italiana, in animazione, avesse un senso diverso dall’originale è sempre successo: già nel 1970, Mario Maldesi aveva permesso che Everybody wants to be a cat diventasse Tutti quanti voglion fare il jazz, con la sparizione della preferenza biologica felina [ma, e scusate il gioco di parole, là la gatta da pelare traduttiva era atroce: in inglese il cat è un appassionato di musica jazz, vedi in proposito Doppiaggi italioti]… E ancora Maldesi aveva permesso ad Anselma Dell’Olio di tradurre Somewhere Out There in Luna Bella in An American Tail (di Don Bluth, 1986)… Però molte derive, da allora, erano state arginate abbastanza bene da gente come Piero Carapellucci, Renzo Stacchi e Carlo Valli… Ma dall’avvento di Michele Centonze, nel 1996, le canzoni italiane non hanno più avuto nulla a che vedere con quelle originali… Atteggiamento ancora più evidente nei film odierni: in Frozen si vede lo scollamento poiché cantano una cosa e ne fanno un’altra… effetto che si replica anche in Moana: nonostante Chiara Grispo, precisa e quasi roboticamente scura, si riveli assai congruente con il timbro originale, si vede che continua a cantare in maniera disgiunta da come si muove il personaggio, in una prassi che Fiamma Izzo aveva vergognosamente inaugurato con l’osceno adattamento italiano del Phantom of the Opera di Lloyd Webber nel film del 2004 di Joel Schumacher: cantanti pseudo-lirici italiani che si sostituivano a quelli del musical, con buona pace di labiale, forma e contenuto della canzone… Moana non incorre in tali aporie, ma rinnova lo scollamento che si diceva, per fortuna in grado più piccolo, poiché in Frozen era molto più evidente: forse Fiamma Izzo e i Brancucci (alla direzione musicale) sta(nno) finalmente IMPARANDO (dopo una carriera durata quasi 35 anni)…

La visione in inglese è come sempre attesa con trepidazione…

Moana si chiama Vaiana anche in altri paesi europei… quindi non c’è tanto da gridare allo scandalo…

per un’opinione in linea con la mia, e per fortuna molto più sintetica, leggetevi quanto dice The Butcher

ADDENDA PER LA VISIONE IN LINGUA ORIGINALE
Eh no…
*In inglese Moana è fenomenale!*

Anche in British (cioè nel DVD venduto in Europa) Moana si chiama Vaiana e la cosa è in effetti fastidiosa…
Ma nella versione American, con Moana che si chiama Moana rispettando il labiale, Moana è sgargiante, pieno di significati e soluzioni “più ricche” che sfaldano e risolvono tutti i problemi di routine da me riscontrati…

Le canzoni, soprattutto, in inglese brillano di efficacia diegetica, e sono cantate da tutti con molta più convinzione rispetto agli italiani!

In inglese Moana è, insieme a Tangled, il grande capolavoro della Disney post-Renaissance!

2 risposte a "Moana"

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  1. Finalmente sono risucito a commentarti. Prima di tutto mi complimento per come hai trattato la questione animazione in casa Disney, della sua evoluzione, crisi, dei cambi di produzione e di registi e di varie chicche di cui non sapevo niente (soprattutto sono rimasto sconvolto dal fatto che Tangled sia stato chiamato così per paura che il pubblico maschile non andasse a vedere il film).
    Complimenti anche per la recensione fatta su Moana a mio avviso completa a 360°. Il modo in cui spieghi la sua mitologia, le tematiche trattate (mi piace come hai trattato la tematica dell’oscurità, della voglia dell’uomo di avere sempre di più e di Maui che fa di tutto per essere accettato).
    Un articolo a mio avviso completo e ben fatto. Complimenti!

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