Miss Peregrine

Burton lavora bene…

Trucco, parrucco, atmosfere e scene sono impeccabili… e spesso Burton sa guidare quei grandi artisti che, se lasciati da soli, esagerano, o non riescono a trovare la misura e la quadra delle loro creazioni… Gavin Bocquet, per esempio, senza guida (nonostante la sua vasta esperienza e gli insegnamenti recepiti da maestri quali Norman Reynolds, Stuart Craig e Richard Macdonald in 30 anni di esperienza) finisce per fare XXX… ma Burton (questa è la loro prima collaborazione) lo irreggimenta con classe, e imbriglia il suo grande talento in una delle sue migliori creazioni (e anche tra le migliori mai fatte da Burton, degna dei capolavori fatti con Bo Welch e Rick Heinrichs)…

Con Delbonnel, invece, Burton è alla terza collaborazione: ormai si conoscono, e il mix delle loro artisticità, tra caramellosità (di Delbonnel) e oscurità (di Burton), funziona e come…

Il film fila…

Visivamente è straordinario e, a mio avviso, porta avanti una sorta di metafora cinematografica:

i buoni dànno vita alle cose come Ray Harryhausen e sono dei “mostrini” fatti in modo «classico», con effetti visivi stop-motion… sono cinema vero…

mentre i cattivoni mangiano occhi, e cioè gli organi della visione, cioè gli organi del cinema… i cattivoni rubano cinema… imprigionano i “guardiani del cinema” per fare mostroni idioti fatti con effetti visivi digitali…

la battaglia finale si svolge in un Luna Park, e cioè nella fiera paesana dove il cinema nacque come “attrazione”…

e la battaglia finale stupisce il pubblico di avventori ignari (tra cui lo stesso Burton in un cameo), e imbastisce una guerra tra scheletrini-pupazzetti, del tutto identici agli automi di Harryhausen, che spaccano il culo a mostroni idioti fatti in CGI…

È quindi una lotta tra diversi modi di fare cinema: il cinema “vero”, quello «classico», e quello “nuovo”, idiota e cattivo…

Una metaforina carina, che, certamente, rimane molto in secondo, se non in terzo o ultimo, piano, poiché la vicenda principale, con la quale Burton non ha nulla a che fare, è apprezzabile solo in parte…

L’idea sarebbe quella di far capire ai genitori chiocce che tenere i loro figli, anche grandi, in un eterno presente di bambagia emozionale, senza farli uscire e vivere un po’, è senz’altro dannoso. Quei figli che sembrano bambinetti cretini, invece, se avessero l’occasione sarebbero perfettamente in grado di cavarsela da soli, e quindi di vivere decentemente…

Questa idea, di per sé carina, coccia però con un secondo discorso, portato avanti in maniera orripilante, che vorrebbe essere “sociale”, e contrario all’emarginazione dei diversi…

Se l’idea genitoriale regge, quella sociale va a minchia…

Nella conclusione la metafora genitoriale trova un’ottima risoluzione, ma quella sociale viene quasi del tutto annullata: sarebbe stato meglio finire con i “peculiars” che cominciavano, almeno piano piano, a vivere nel mondo, senza gabbie temporali né emotive… Invece si finisce che i peculiars ce la fanno a “crescere” almeno sentimentalmente, ma, tecnicamente, continuano a stare “rinchiusi”… La cosa poteva essere risolta con più “integrazione”, o, comunque, con un discorso al riguardo degno di Burton (che nelle conclusioni di “trattamento del diverso” ha i suoi punti artistici più forti)…

Inoltre, il trattamento del loop temporale, a metà tra Peter Pan e il film dei Masters di Gary Goddard (con tanto di genitori che si salvano grazie al viaggio nel tempo), lascia alquanto a desiderare: gli spunti da Peter Pan avrebbero potuto essere molti di più di quelli presi dai Masters, invece le riflessioni sul nascondersi dalla vita in una eterna adolescenza (anche quando hai più di 80 anni, che è l’età media effettiva di questi peculiars), una eterna adolescenza che in realtà è “morte”, non vengono affrontate, in favore delle classiche menate «vado nel 1918 così uccido Hitler così il mondo è in pace» ecc. ecc.

Tra l’altro, l’illustrazione di come funzionino questi loop è quanto mai lacunosa, colpa della non proprio grandiosa sceneggiatura…

A Burton senz’altro ha interessato la tematica della storia del nonno che sembra finta ma che ispira il nipote: e infatti su questa tematica ci fa quello che, almeno nei primi 35′, è una sorta di remake di Big Fish

Quando ho visto i gemelli, cugini del protagonista, identici ai gemelli peculiars, ho sperato che si fosse davvero in Big Fish: che alla fine non si capisse se era sogno o realtà, se era finto o vero, se era effettivo o immaginato, se i peculiars esistevano o se era tutto una elaborazione del nonno… Invece Burton si adagia sul suo contratto con la Fox (con la quale ha fatto Edward Scissorhands, ma anche Planet of the Apes, uno dei suoi film produttivamente più terribili) ed elimina ogni dubbio… Un vero peccato…

Burton ha però evitato che il tutto somigliasse a stronzate come Stardust… E gli ingredienti di tale disastro c’erano tutti: Bocquet viene anche da Stardust, la sceneggiatrice è quella di Stardust, Rupert Everett fa una particina cogliona come in Stardust

Il pericolo era in agguato e atroce…

Per fortuna Burton, con la sua maestria, ha evitato il tutto, anche se questo “sentore di stronzata” incombe, spesso, come un avvoltoio su molti episodi del film…

In soldoni:

è un film che si guarda, e ti fa anche stare bene, visivamente supersonico, con metafore cinematografiche (di sfondo) molto gustose, e con alcune parti della moraletta assai nutrienti; ma ha anche momenti di stanca dovuti al trattamento letterario della base romanzesca, a cui Burton si attiene con professionalità ma non con artisticità, e quindi replicando di questa anche le incongruenze e le scemenze… Un Burton più simile a quello di Alice in Wonderland: riesce a coinvolgere di più che in Big Eyes, ma la Fox gli impedisce di fare con Miss Peregrine quello che ha fatto con Dark Shadows (che rimane il capolavoro dell’ultimo Burton): forse a causa della Fox, Burton non ha il permesso di politicizzare e socializzare la trama (che di spunti sociali ne aveva comunque a bizzeffe), e quindi porta a casa un risultato, evita il disastro (il rifare una puttanata come Stardust), ma rimane monco: bellino, aiuterà qualche genitore a essere meno chioccia, ma poteva essere assai meglio (oltre che tremendamente peggio)…

Su Burton vedi lo special in 6 puntate + bonus: eccolo

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