Knight of Cups

Sto vedendo reazioni molto negative su questo film di Malick…

Sia Ciak (Alessandra De Luca) sia Il Fatto Quotidiano (in un articolo che adesso non trovo più) ne parlano male…

Io l’avevo già visto e la prima volta anche io ebbi impressioni negative: lo trovai privo di coesione, una coesione che invece Malick spesso riesce a dare, nonostante tutto…

Devo dire che invece la seconda volta il film migliora…

La prima volta mi ero reso conto che era composto da immagini che fungevano da temi ricorrenti musicali, che apparivano come Leitmotive wagneriani, o, forse, più precisamente, come Idée fixe di Berlioz, o come temetti straussiani o pucciniani… Ma la prima volta non ero riuscito a seguirli, perso nelle inutilità di ripresa “nasali” di Lubezki (quella inquadratura sul plesso solare che a lui piace tanto ma che fa vedere solo le narici degli attori)…

La seconda volta, che sapevo com’era l’andazzo, ho apprezzato molto questo ripetersi di Leitmotive: il padre col fratello, la moglie, appaiono quando si pensa a loro e non quando “ci sono” (non so se mi spiego: la loro immagine è un pensiero non una presenza fisica), un pensiero che giunge spesso con gustose analogie e che sottolinea una ottima Ringkomposition che la prima volta mi era un po’ sfuggita (Ringkomposition spesso presente in Malick)…

La seconda volta ho esplorato meglio gli accostamenti di pensiero-immagine, i non-detti, e ho apprezzato tanti particolari che alla prima veduta si erano persi…

Quindi è un film che si deve rivedere, per ricomporre tutti i pezzi: un film da analizzare più che da vedere…

Un film che, certo, ha tanti difetti rispetto ai capolavori precedenti di Malick: è quello più scollegato, quello che più sfugge alla comunicazione (lo dimostra anche il mutismo del protagonista, che sembra non parlare mai a nessuno se non in rarissimi casi): gli altri tenevano sempre presente qualcuno che guardasse, qualcuno a cui parlare, e a cui si rivolgevano le numerose voci fuori campo: qui non c’è nessuno: qui c’è un monologo interiore e basta, nessuna “spinta” verso qualcuno che guarda, e ciò rende il film fumoso e complesso e bisognoso di tante visioni per capirne i Leitmotive visivi, e per questo risulta il più indigesto di Malick anche alla seconda visione…

Inoltre, è il film di Malick meno connesso a una trama, che, anche se suggerita così tanto da non esserci, era comunque palpabile nei film precedenti, vera o fittizia che fosse: e dava struttura e coesione… mentre qui Malick ha voluto molta struttura, dividendo anche, per la prima volta, in capitoli, ma la struttura risulta macchinosa e impillaccherata in anse traverse di cui si fa fatica a capire l’utilità: Banderas, Freida Pinto, Teresa Palmer davvero non si capisce perché ci siano…

Ma l’incanto è sempre conditio sine qua non di Malick: l’incanto del vedere, dell’impressionarsi, e c’è anche in Knight of Cups, che rivisto, appare una coerente sinfonia di immagini, fatta di temi ricorrenti tutti da esplorare… Una sinfonia un po’ stopposa, ma pur sempre da rispettare!

È la Symphonie fantastique del cinema: ipertrofica, spesso inutile, ma imprescindibile!

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