Io, Daniel Blake

Rigoroso: la macchina è ferma e osserva asettica le disavventure dei protagonisti… o almeno così sembra, perché, a una lettura più attenta, si vede che invece la macchina è tanto partecipante, tanto dolorosa: lo evidenziano le pesantissime dissolvenze in nero, lente e gravi, che cadenzano il film, e la timidezza con cui si guarda la situazione dei poveri, che vengono quasi accarezzati dai micro-movimenti di macchina…

Il tono non è tragicissimo, è quasi un’elegia, un’elegia della vita quotidiana grigia della povertà, una povertà indotta da un sistema fallace che si inceppa… Un’elegia che ispira pietà più che rabbia, che ispira riflessione più che ribellione…

È, in pratica, I Miserabili di Victor Hugo ridotti a film contemporaneo…

Il graffio del primo Loach, quello del malcontento e della rivoluzione, non c’è… Ma c’è la viva rappresentazione commossa e carezzevole della realtà proletaria: un film che, quindi, ricorda a chi non è mai stato povero che la povertà esiste, è qui, presente e pressante… Un film che ricorda a tutti com’è quando si muore di fame non per demeriti ma per corto-circuiti del sistema, un sistema che è fatto apposta per produrre povertà…

Quando morirà Loach film così non li faranno più, e quindi ci assueferemo a questo sistema, e blatereremo che è il migliore possibile, o l’unico possibile… E lo diremo perché non siamo toccati dalla sua povertà programmata…

Altra componente da sottolineare è la rappresentazione che il sistema produce povertà ma anche emarginazione sociale, che potrebbe scoppiare da un momento all’altro… Un sistema, quindi, che crea pericolo imminente…

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