GZ

LA FAMIGLIA FANG
Mah…
Si vede che il povero Bateman non sa nulla di ritmi e di toni adatti alla narrazione, e che ha un’idea di “regia” derivata dai film proiettati dal Festival di Sundance, e cioè quei filmetti che si dicono “d’autore” solo perché ogni tanto l’immagine va fuori fuoco in un movimento ondeggiante della macchina da presa messo lì a fare “realtà ma non troppo” (perché l’ondeggiamento, ovviamente, è voluto e pianificato, così come il fuori-fuoco, sicché dà l’illusione di realtà solo ai citrulli)…
Ciò nonostante, affidandosi a un anonimo ma professionale direttore della fotografia, due o tre quadri di naturalismo riesce a farli, e un paio di scene “scure” (che dànno l’illusione della luce naturale e che, soprattutto, si rabbuiano là dove la trama diventa più introspettiva) le azzecca…
Bateman e la Kidman sembrano averla presa abbastanza bene: i loro monologhi sono supportati da buone espressioni; e Christopher Walken è sempre piacevole…
Tutto questo non riesce a fare a meno che il film si perda…
Il montaggio non è malaccio, e gestisce i flashback secondo la norma istituzionale, e quindi “si comprende tutto”, ma è proprio Bateman che, ogni tanto, sembra non sapere cosa farci vedere… E in questi momenti di impasse, per ragioni inspiegabili, mette Beethoven in colonna sonora, a commentare scene in ralenti, molte volte fuori fuoco, e con la macchina che ondeggia… e cosa inquadra? fatti di vita quotidiana: fare il caffé, dormire, fare jogging…
Avrete tutti presente la sequenza di montaggio musicale dei film hollywoodiani degli anni ’80: quella che giunge per far vedere che il tempo è passato, durante il quale l’eroe si è allenato, o ha studiato per l’esame, o ha lavorato per un mesetto, o in cui si è settato il piano “mastermind” che porta alla soluzione finale: e ce lo fa vedere con stacchi veloci videoclippari in cui si vedono momenti e spezzoni dell’allenamento, del settaggio del piano ecc. con in sottofondo una canzoncina poppettara (esempio classico è Stallone che si allena sulle montagne rocciose, spostando tronchi chilometrici di sequoia nella neve al ritmo “Hearts on Fire” in «Rocky IV», o, molto più in piccolo, Bette Midler che passa una giornata di shopping a New York in 90 secondi di montaggio musicato da Marc Shaiman in «Affari d’oro» di Jim Abrahams).
Questi momenti di impasse con Beethoven sembrano l’aggiornamento in chiave Sundance di quelle sequenzine poppettare anni ’80…
Forse Bateman ci mette queste sequenzine per un motivo semplice: la sceneggiatura di questo film ha grandi criticità…
Porta avanti un logoro discorso sulla natura dell’Arte Performativa e sul coinvolgimento della vita privata dell’artista nella performance, e, tecnicamente, fa solo quello, anche se, nella parte centrale, si illude di fare altro: nella parte centrale questo film cerca in tutti i modi di essere un mystery, ma non è un mystery, è solo un film su creatori di happening pazzoidi e malsanamente artistoidi mascherato da mystery!
Ovvio, quindi, che la parte centrale finisca per irritare, dato che i dialoghi scimmiottano il mystery, ma le immagini rimangono Sundance e rimangono gli impasse con Beethoven, cose lontanissime dalla tensione che il mystery comunque dovrebbe avere… E la parte centrale irrita anche perché è inutile, poiché tutto il sedicente mystery appassisce immediatamente dato che la soluzione del mystery è la tematica artistoide!
Cerco di spiegarmi meglio:
Voglio raccontare che a Pietro piace fare il falegname e lo racconto, però a metà del racconto butto là il fatto che Pietro ha un segreto indicibile, e tutti vogliono scoprire che segreto è: cercano indizi per scoprirlo, girano mari e monti per individuarlo, e alla fine lo individuano, molto prima del previsto, e che segreto è? Il segreto è che a Pietro piace fare il falegname!
Ma è una cosa che sapevamo fin dall’inizio!
È tautologico! E dà un opprimente senso di inutilità della visione…
Tutto da buttare non è:
Beethoven, comunque, si ascolta sempre volentieri (i pezzi più poetici, II e III, del concerto n. 5 “Imperatore” per pianoforte fatto da Ashkenazi e Mehta; i movimenti più evocativi e lenti delle sinfonie 7 e 9 dirette da Josef Krips: anche se ho il sospetto che siano tutte state remissate);
le musichine originali di Carter Burwell sono davvero carine;
il doppiaggio (di Monica Ward, con una ottima Chiara Colizzi e un ispirato Alessio Cigliano) si ascolta;
e, soprattutto, il vero punto forte del film sono le implicazioni autobiografiche probabili: il film potrebbe parlare del rapporto dei fratelli Bateman (Jason e Justine) con il padre Kent… o anche se non ne parlasse, è nella descrizione della reazione dei fratelli alla famiglia disfunzionale che il film regge… ma nella sceneggiatura di merda questa reazione si annacqua, sembra non essere messa al centro, e, anzi, addirittura accantonata nella parte centrale del finto mystery…
Il risultato, quindi:
un pasticcetto poco compatto, confusionario, con una sceneggiatura mal calibrata, girato con spaesamento più che con cognizione di causa…
che, però, avrebbe potuto parlare molto bene della costruzione di coscienze funzionali a partire da contesti disfunzionali: e siccome avrebbe potuto parlarne, scavando a fondo, in minuscoli momenti, quell’argomento, nello spaesamento totale, torna fuori, e regala al film improvvisi e sporadici attimi di senso addirittura piacevoli, che però rifuggono via subito, portati via dall’ondeggiamento della macchina, dal mystery spinto a forza, e da Beethoven…
Forse Bateman avrebbe voluto fare «Man on the Moon» di Milos Forman (tutti i discorsi artistoidi sono copiati da lì), o farne un interessante remake inventandosi dei figli di Kaufman complessati a causa delle follie del padre…
ma poi ha perso la bussola…

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