Götterfunken

Sul blog hanno lasciato traccia i viaggi a New York (Angel of the Waters) e a Tokyo (Tokyo Monogatari)… La Berlino del 2010 è documentata in 8 post depressoidi che parlano ben poco della città. Vale la pena forse leggere One-Eyed JacksSpace CenturyAmme, um alles, wo find’ ich den Schatten?Der Himmel über Berlin, ma sono cose che vanno prese con beneficio d’inventario perché risentono dell’anti-oggettività della tristezza dell’inverno: a Berlino sono tornato nel 2011, a Primavera inoltrata, e la descrivo in termini molto più sereni (…there’s a place for us…)! E questo sembrerebbe far concludere che Berlino mi è piaciuta di più a Primavera, ma invece le cose non sono così semplici!

Il precedente viaggio bavarese del 2009 c’è ma non è linkabile perché non parla del viaggio…

Ero stato a München già con la scuola, nel 2001

Poi ci sono tornato con la famiglia nel 2009

E adesso ci torno nel 2016.

Nel 2009 avevo visto anche Linderhof, Neuschwanstein e Garmisch (poi rivista anche nel 2012), ma non avevo per nulla raggiunto né Odeonsplatz né la Sendlinger Tor né l’Englischer Garten né Viktualienmarkt né ero mai stato alla Bayerische Staatsoper né al Gasteig…

Il Gasteig è rimasto là, irraggiungibile al di là dell’Isar, ma la Bayerische Staatsoper, pur con avventure improbabili, l’ho finalmente centrata!

Leipzig non l’avevo mai vista per niente…

La cosa migliore è che ero con lei e quindi il viaggio è stato divertente e completo: anche le cose già viste, con lei avevano un senso nuovo: il suo parere le definiva meglio, così come si dice in Leek Spin. La Germania mi è apparsa ancora più bella, più del 2009, più del 2010, più del 2011, più del 2012, e ho aggiunto anche la Sassonia alla mia esplorazione… e la Sassonia l’ho vista con lei, e quindi è stata la Sassonia la punta di diamante del viaggio, a pari merito con il viaggio in macchina con lei sulla Romantische Straße, quando mi diceva le sue opinioni sul paesaggio, sui castelli e sul carattere di Ludwig…

Su tutto aleggia l’idea che viaggiare è importantissimo: ti rende parte del mondo, quel mondo che invece gli ottusi vogliono diviso. Tornare a Firenze dopo un viaggio non rende Firenze peggiore, non ti fa dire «All’estero è tutto meglio», ma ti fa ricostruire quella strada culturale e storica che unisce Firenze e il resto del mondo. Viaggiare COLLEGA te stesso con tutti quanti, collega i tuoi posti con i posti del mondo, e quindi ti fa apprezzare i posti all’estero e ti fa apprezzare ancora di più i posti che conosci…

Tutto è fatto della stessa materia…

E, non solo: quando sei sereno dentro, ti senti a casa dappertutto: con lei ho vissuto a München come vivo a Firenze: sveglia, spesa (al Tengelmann sotto l’albergo), musei, musica e passeggio…

La nostra vita è presente in tutto il mondo… noi stessi siamo la nostra patria…

la guerra è assurda, specie quella “culturale” che si stanno imponendo adesso…

e puf…

L’alberghino era lo stesso del 2009: funzionalissimo ed economico, anche se privo di lavaggio camera e cambio asciugamani quotidiano…

La parte sud di München, la Sendlinger Tor, è più tranquilla e meno trafficata dell’asse Karlsplatz-Isartor (l’asse del passeggio e dello struscio) ma non per questo meno fornita di divertimenti e posti shoppingosi (da lei apprezzati ma da me ovviamente snobbati: mi sono innamorato solo del negozione di articoli da ufficio tipo penne e blocchi che si chiama Kaut Bullinger).

A nord, Odeonsplatz, con la sua replica della Loggia dei Lanzi, lascia un po’ il tempo che trova.

Non ho capito come mai, in Promenadeplatz, il monumento a Orlando di Lasso (uno dei compositori polifonici più importanti del ‘500) sia affollato con foto votive di Michael Jackson… Misteri di sovrapposizioni musicali… Come se a Milano sotto un monumento a Giuseppe Verdi i fan mettessero foto di Mino Reitano…

Spettacolari la Wittelsbacherbrunnen e il giardino di Maximilansplatz! Ammirarli mi ha fatto venire in mente che München è ZEPPA di giardini e fontane! Sono decine! Nella sola Vikutalienmarkt ce ne saranno minimo 5 (di cui una dedicata al grandissimo attore comico Karl Valentin, che mi ha fatto imparare tantissimo sull’arte del dialogo: una fontana, purtroppo, che stavano restaurando e che quindi ho visto “male”). Mi è rimasta in mente la fontana con le vacche e il pastore di Rindermarkt, quella tutta cascatelle e finte ninfee di Frauenplatz, quelle dell’Hofgarten, oltre alla Wittelsbacherbrunnen.

Ho adorato l’Englischer Garten, che però è enorme. È paragonabile alle Cascine e a Central Park, ma credo sia molto più grande, e, di sicuro, molto più popolato: i monacesi lo usano come spiaggia, come centro benessere, come circolo ricreativo. È così affollato (e io ci sono stato di sabato) che sembra Rimini: nei canali dell’Isar che ci scorrono la gente ci fa surf, si sdraia sull’erba in costume; nei vialetti sterrati la gente ci va in tandem, in bicicletta, corre, gioca, fa i picnic; dalla Chinesischer Turm (non esente da una certa pacchianeria che, però, a suo modo, è consolante) la tradizionale banda bavarese (dai suoni del tutto simili a quella dell’Hofbräu) emana motivetti popolani.

La Bayerische Staatsoper, nel Nationaltheater (il teatro dove Richard Strauss andava all’opera, dove suo padre suonava il corno, dove Hans von Bülow dirigeva, spesso per le première mondiali, i lavori di Richard Wagner, mentre lo stesso Wagner corteggiava sua moglie Cosima, che avrebbe lasciato von Bülow per sposarsi proprio con Wagner! Il teatro, quindi, della grande soap-opera della musica classica tedesca!), è antica, lussuosa, e ci ascolti una delle orchestre più antiche e più stupende del mondo (la Bayerische Staatsorchester, una delle 7 orchestre che animano München: numeri da invidia), ma è costosa, popolata da ricconi fuori dalla realtà. Neanche al Metropolitan di New York ho visto gente così agghindata per entrare nell’ultima fila del loggione. Il bar ti fa pagare 5 euro una bottiglina di acqua da 200 ml, e il teatro soffre della sua costruzione nel classista secolo XIX: coloro che stanno nel loggione non vedono nulla e si paga tantissimo anche solo per stare in piedi…

Sono rimasto molto male che a Carl Orff non sia stato intitolato nulla nella sua città natale, ma passeggiando per la piccola Atene di Königsplatz, ed entrando nell’Antikensammlungen e nella Glyptothek, è evidente come sia nato il suo neoclassicismo, e come abbia fatto Strauss a rimanere affascinato dai miti greci che animano le sue ElektraDaphneDer liebe der Danae. Anche a noi “classici” mediterranei, che nell’antichità ci viviamo, certe sculture e certi vasi greci suscitano brividi: figuriamoci nei nordici non abituati.

Menzione speciale merita il Nymphenburg, quest’anno esplorato anche in una porzione del grande parco. Neanche a Boboli e a Central Park ho visto vialetti lambiti da così graziosi ruscelli, produttori di giochi di luce così carini sui verdeggianti alberi che ti fanno davvero rammaricare di non vivere lì. I ruscelletti passano sotto ponticelli romantici, scorrono accanto alle stradine, e quasi non riesci a distinguere tra la strada e l’acqua tanta è l’armonia dell’insieme. E nelle fontane trovi cigni vanesi e paperotte capricciose (alcune anche belle grosse) a lavarsi, bere e camminare vicinissimi a te (benché leggermente meno amichevoli dei daini di Miyajima, che proprio si fanno accarezzare e accettano il cibo dalla tua mano: le paperotte sembrano sopportare gli umani con molta meno pazienza). Il termine “favoloso” potrebbe essere stato coniato apposta per il parco del Nymphenburg.

Stupendissimo il viaggio in macchina per raggiungere, almeno secondo i piani, Neuschwanstein, Linderhof e Garmisch.

Non avevo mai preso una macchina a noleggio e quindi ero timoroso di fare qualcosa di sbagliato. Mi hanno dato una macchina piccola, ma con molte cose automatiche: i fari si accendevano da soli, e da soli si azionavano i tergicristalli.

Il clima era impietoso: nuvole e pioggia… ma per questo ancora più romantico!

Lei aveva portato l’mp3, che si collegava benissimo allo stereo dell’auto, e un piccolo tratto della Romantische Straße (la magnifica strada che da Füssen va a Würzburg) l’abbiamo fatto con la Seconda Sinfonia di Schumann, che commentava i nuvolotti abbarbicati sulle rocce, i cieli gremiti dai cumuli grigio-bianchi che formavano colossali figure spumose, la luce del sole che ogni tanto balenava e riempiva di scenografico arancio il biancore dello spazio. Che spettacolo superbo…

Neuschwanstein ha il difetto che tu puoi arrivare quando ti pare, ma se non hai la prenotazione (che devi fare in periodi precisi in un sito ben poco funzionale), ti tocca aspettare minimo 2 ore per entrare. Comunque ce l’abbiamo fatta a vederlo, e vale sempre la pena.

Non siamo riusciti a vedere la Wieskirche, ma la Asamkirche (Johannes Nepomuk) a München ci è bastata, e raggiungere in tempo Linderhof ha prevalso sul suo raggiungimento.

Ho visto Linderhof all’interno finalmente! E siamo riusciti a vedere anche la Venusgrotte e il Maurischer Kiosk. Non abbiamo visto la Marokkanisches Haus né la Hundinghütte, ma non averli visti ci dà un motivo per tornare in questo posto fantastico.

Nonostante la pioggia siamo riusciti a vedere Garmisch, un po’ dell’Ende-Kurpark, Morla e l’anfiteatro di Momo, ma poi la tempesta ci ha raggiunto, e la villa di Strauss l’abbiamo salutata solo da fuori!

Leipzig è meno foriera di parchi e fontane, ma forse c’è molta più “storia” rispetto a München. Ci vedi la DDR quasi più che a Berlino, e ci vedi anche la resistenza alla DDR. La Friedliche Revolution è sentita come un momento centrale della città, e Kurt Masur, il direttore della Gewandhaus Orchester, che riuscì con i suoi discorsi pacifisti e con l’apertura del Neue Gewandhaus ai manifestanti a non far degenerare le cose in violenza e guerra civile (i carri armati russi erano lì pronti ad aprire il fuoco al minimo pretesto), è un eroe cittadino. La Nikolaikirche, dove le prime manifestazioni anti DDR e anti Stasi si fecero sentire, è diventata un luogo simbolo. Il museo N-Ostalgie, pur gestito in maniera orribile e pur essendo piccolissimo e meno accattivante del DDR Museum sulla Sprea a Berlino, è zeppo di cose che a Berlino ci sono in minor quantità: è un paradiso di oggetti della vita quotidiana dello stato socialista: barattoli, poltrone, macchine fotografiche, spremiagrumi, che nel DDR Museum vedi quasi meno, affogati come sono nel ninnolo giocoso.

Per un umanista e un appassionato di musica classica, Leipzig è davvero una tappa obbligata. La Thomaskirche ha dato lavoro per anni a Johann Sebastian Bach, che là è venerato come Lutero, che, peraltro, parlò da un pulpito della stessa chiesa. Il conservatorio, forse il più antico della Germania, è dove hanno insegnato Mendelssohn e Reinecke, e dove hanno studiato Grieg e Janáček. A Leipzig sono nati Wagner, Clara Schumann, Hanns Eisler, Friedrich Schiller. Ci hanno vissuto e lavorato Robert Schumann (è a Leipzig che Robert e Clara hanno vissuto la loro travolgente storia d’amore; è in un sobborgo della città, in una chiesetta sperduta, dove si sposarono contro il consenso del padre di lei, e a Leipzig vissero per i 4 anni riecheggiati nella schumanian Prima Sinfonia), Gustav Mahler, Albert Lortzing, Max Reger, Arthur Nikisch, Heinrich Marschner. Ci hanno studiato Gottfried Wilhelm Leibniz, Johann Wolfgang Goethe, Friedrich Nietzsche e Karl Marx. È certamente un’emozione camminare dove hanno camminato questi personaggi, prendere il caffé dove lo prendevano loro (per esempio nell’Auerbachs Keller, dove c’è ambientata una scena del Faus, o all’Alte Nikolaischule, o nei pressi della Thomaskirche), e respirare quell’aria romantica…

La Gewandhaus Orchester è forse l’orchestra stabile più antica del mondo, la prima legata a una città. Il Gewandhaus è stato il regno di Mendelssohn: è dal Gewandhaus che è cominciata la riscoperta del “repertorio”, di Bach e di Schubert.

Una centralità della musica che si vede e come: la musica è il culmine anche urbanistico. La DDR aveva capito questo, forse grazie all’insistenza di Kurt Masur e grazie al suo essere benvoluto dai capi di stato per via della sua dedizione al comunismo, e plasmò il centro città in modo che la musica fosse il vertice della vita sociale. Ancora oggi, dopo la caduta del muro, il piazzone principale di Leipzig, Augustusplatz, è quello della musica, dove hanno sede il Gewandhaus (nel Neue Gewandhaus del 1981, l’unico edificio non governativo costruito dalla DDR), la Oper Leipzig e la Mitteldeutscher Rundfunk. Il Neue Gewandhaus è un vero simbolo cittadino, quasi più importante della doppia M della fiera commerciale, della Thomaskirche e della Nikolaikirche.

Un connubio così forte tra musica e urbanistica io non l’ho visto né a München né a Berlino, dove le orchestre sono molte di più ma nessuna di esse ha una sala da concerto “centrale” (il Gasteig a München è fuori dal centro storico, e la Philharmonie di Berlino è ancora spostata in un microcosmo a se stante ai margini del Tiergarten e dietro il Sony Center). Il Nationaltheater di München, per capirsi, è al centro, ma non è a Marienplatz. Forse Macerata con lo Sferisterio e l’Arena a Verona raggiungono qualcosa di paragonabile. Alla Hauptbahnhof, il simbolo della Gewandhaus Orchester è quello che troneggia principale sugli altri loghi delle istituzioni turistico-commerciali della città: come se a Roma, il primo cartellone evidente a Termini fosse quello di Santa Cecilia…

Il comitato del turismo ha sfruttato la forza di attrazione musicale creando percorsi a tappe da raggiungere nella città: la Notenspur nel centro storico e a sud, la Notenrad a nord e a ovest, e la Notenbogen a est.

L’unica curata abbastanza bene è la Notenspur, poiché, per chissà quali ragioni storiche, la città di Leipzig ha deciso di sfruttare turisticamente solo il centro storico, che, come a Firenze, è diventato quasi una Disneyland dell”800: curato, scenografato e bellissimo, a parte due o tre viuzze (il triangolo formato da Kleine Fleischergasse, Barfußgäßchen e Klostergasse) è però poco vivo, con i ristoranti (a parte quelli del triangolo) che chiudono alle 21:30, e che dopo le 22 diventa una città quasi fantasma. Siccome il centro è molto piccolo puoi fare un salto in Klostergasse e rimanere stupito di quanta gente c’è in giro, con ristoranti pieni, ma poi volti l’angolo, o fai 100 metri a piedi, e ti trovi nel piazzone (il Markt) vuoto, nero, buio e spopolato (mentre a München, se le strade possono apparire poco frequentate la sera, si vede che i locali pieni sono dappertutto e a tutte le ore, e alcuni, come gli Pschorr, appartenevano al nonno da parte di madre di Richard Strauss: sono ristoranti storici anche quelli). Di giorno lo struscio e il passeggio del centro è uno spettacolo, e ci sono utili (anche se un po’ diradate tra loro) indicazioni stradali pedonali per raggiungere i punti chiave di interesse culturale (simili a come ci sono a Berlino, ma molto meno ravvicinate tra loro, e senza indicazioni della distanza da percorrere), e quindi seguire la Notenspur è facile, ma spesso un luogo storico non è un vero luogo storico, ma è una targa appiccicata su un centro commerciale che indica che, un tempo, al posto di quel centro commerciale c’era il luogo storico (è così per la casa natale di Clara Schumann, per esempio). Non solo: in teoria la Notenspur è indicata da ulteriori segnali posti a terra sul selciato dei marciapiedi che, con forme che ricordano quelle delle pause e delle legature musicali, dovrebbero agevolare il raggiungimento dei siti musicali. I segnali sono in effetti carini e poetici, ma non sono il massimo dell’oggettività; la mappa sul sito è difficile da consultare perché pone i monumenti non come sono davvero e disegnati grandi, tanto da coprire le strade, e quindi la Notenspur la fai, ma con molti aiuti “esterni” (cartine private, per esempio, che ti sei comprato tu, o Google Maps, di cui però dovremmo riparlare).

Fuori dal centro, dove ti conduce gran parte della Notenrad, i segnali turistici spariscono, Google Maps non segna i posti, le distanze sono più lunghe, e lo struscio, i ristoranti e le persone in giro diminuiscono molto. Per esempio, capire dove è il Richard Wagner Hain è dura (anche se ti consoli vedendo la casa dove Robert Capa risiedeva quando ha scattato la famosa foto del soldato morente appena colpito) , ed è impossibile trovare con esattezza il Karl Marx Relief (lo splendido altorilievo in bronzo espressionista che stava in Augustusplatz e che adesso è nel campus universitario dell’ISEF sul Jahnallee): Google Maps non lo segnala e io, per trovarlo, ho dovuto chiedere al bidello del campus. 

Fuori dal centro vedi cose strane: cantieri enormi e ritmo da paesone. Sembra che dopo la DDR, Leipzig (a differenza di Berlino) non abbia ancora deciso il ridimensionamento urbano. O, se ha deciso, ha scelto di concentrarsi sul centro storico. Finisce che la chiesa dello sposalizio di Schumann e Clara, la Gedächtniskirche di Schönefeld (in un paesino che nell”800 era staccato da Leipzig e ospitava la stazione di posta dei cavalli), è abbandonata a se stessa, senza indicazioni, e da fuori appare quasi abbandonata, in un quartiere che conserva i nomi russi delle strade, e che avrebbe il castello ottocentesco (lo Schloß Schönefeld), ma che lascia anch’esso abbandonato, o ad uso e consumo di enti ricreativi locali che lo usano sporadicamente, in un’aria che sembra il mattatoio del Testaccio a Roma. Un po’ meglio è andata alla casa natale di Schiller, situata ancora in un buon quartiere.

Una delle cose migliori, comunque, evidente nel piazzone di Augstusplatz, è l’ibridazione tra ottocento e duemila che dopo la DDR Leipzig ha impresso nei suoi luoghi simbolo. Richard Wagner Platz, con le sue fontane e i centri commerciali nuovissimi è un gran bel posto, ma, ripeto, è in Augustusplatz che l’ottocentesca Oper Leipzig, il Neue Gewandhaus del 1981 in stile DDR e il Paulinum che incorpora in maniera fantastica e immaginosa la gotica Paulinenkirche nella nuova università centrale (quella che, un tempo, fu frequentata da Leibniz, Nietzsche e Marx) in un edificio di specchi celesti ultimato nel 2012, si combinano in un tutto davvero suggestivo.

I difetti di München e Leipzig sono un po’ quelli di Firenze: i musei chiudono alle 17, al massimo alle 18, questo accorcia di molto il tempo “utile” di visione. A München i musei nel 2009 non arrivavano a 3 euro, adesso alcuni sono aumentati a 6 (la Pinakothek der Moderne addirittura a 10). A Leipzig funzionano benissimo il Bach-Museum, la Thomaskirche e la Mendelssohn Haus, ricche (specie il primo e l’ultimo) di apparati interattivi, di giochini e di postazioni multimediali goduriose. Non ho visto il Grassi Museum (ma ci tornerò), ma posso dire che la Schumann Haus è abbandonata a se stessa in mezzo a una scuola elementare ed è gestita da un’arzilla e preparatissima vecchietta che però è da sola e quindi dirige tutto in modo un po’ farraginoso; i siti degli antichi editori di Leipzig sono quasi inesistenti (ci sono rimaste le targhe) e la casa dove abitò Grieg è visitabile solo su appuntamento. L’edificio che ospitava il Primo Gewandhaus settecentesco (quello di Mendelssohn e Schumann) e il Conservatorio (quello di Grieg e Janáček) adesso ospitano i resti della Camera di Commercio (la Städtliches Kaufhaus), bar e ristoranti (l’entrata del conservatorio, in un chiostro dell’edificio, adesso ospita i tavoli di un ristorante): come al solito, solo le targhe informano sulla loro splendida vita passata (del Primo Gewandhaus, comunque, è visibile la facciata, subito dietro al Paulinum). Il secondo Gewandhaus (quello dove lavorò Reinecke e dove ascoltarono concerti Grieg e Janáček) fu bombardato completamente nel 1945 (da allora fino al 1981 l’orchestra ha suonato nel palazzo dei congressi dello zoo).

È inutile che parli dei musei di München, sono tutti straordinari, perfino il museo dei giocattoli; a me umanista è rimasto più antipatico il Deutsches Museum, ma riconoscono che è uno spettacolo scientifico. Uno dei monumenti più famosi di Leipzig, il Völkerschlachtdenkmal è un obbrobrio pre-nazista, e i siti delle fiere con le doppie M, non li ho visti neanche una (davanti all’Altes Messegelände ci sono passato con il tram, e ho ammirato la doppia M enorme e girevole, ma non sono sceso).

L’albergo di Leipzig era così moderno da essere avvenierista: le prese di corrente avevano anche le porte USB per attaccarsi direttamente i cellulari.

Leipzig si vanta di avere molti primati mondiali: la stazione centrale più grande per estensione terreste (più di 25 binari), l’affresco del Neue Gewandhaus dicono sia il più grande del mondo, l’Alte Rathaus ospita sul cornicione una scritta che gira tutto intorno all’edificio e che dicono essere la scritta sul cornicione più lunga del mondo, e altre cose simili.

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