Biancalana e i sette gnomi, parte IV

AVE, CESARE!
Si sa che, per i Coen, la rievocazione della Hollywood classica è un must, visto che condiscono tutti i loro film con citazioni continue di Frank Capra e Busby Berkeley…
E si sa è che il soggetto dei film dei Coen è quasi sempre “molto rumore per nulla”, oppure “ufficio complicazioni affari semplici”, altrimenti detto “coglioni che pensano di stare salvando il mondo quando invece si stanno soltanto masturbando mentalmente”…
Da questo soggetto hanno tratto, alternativamente, capolavori e cazzatelle… e finora anche le cazzatelle erano gradevoli perché animate da una garbata ironia e da un impagabile senso comico…
“Ave, Cesare!”, invece, sbraca…
fa acqua…
La denuncia verso un cinema di solo intrattenimento, indifferente ai problemi del mondo, o peggio catalizzante l’annennamento collettivo e propellente l’indifferenza qualunquista, si sente che voleva essere al centro della narrazione, ma invece, a causa di una sceneggiatura troppo affastellata di particolari (è evidente che hanno lavorato al plot in momenti diversi durante un esagerato arco di tempo, trovandosi alla fine con troppo materiale che non hanno saputo né gestire né sintetizzare), si perde, non si registra, tanto è soffocato dalle minchiatelle, dalle tante storielle che dovrebbero essere di contorno e che invece invadono il campo sempre (la doppia Tilda Swinton è pietosa), e dalle troppe velleità di cinema nel cinema, insistite, compiaciute, petulanti e davvero stancanti (Channing Tatum ci sta quasi 20 minuti a ballare senza uno scopo: rievocazione storica riuscita ma altrettanto riuscito è il senso di sfracellamento di coglioni del povero spettatore)…
Inoltre, se il succo doveva essere l’elogio di un cinema impegnato contrario al cinema sfruttamento e al cinema narcotizzante, come mai rendere macchiette gli “ideologi” comunisti? e, soprattutto, come mai, per denunciare il non-senso del cinema degli anni ‘50, si gira proprio un film cretino degno degli anni ‘50???
E l’accenno all’atomica, presente in una scena, cosa era? uno scusarsi? un far vedere che il protagonista non è convinto dell’atomica? ma se era così perché allora quell’accenno dura così poco e non viene più ripreso?
E la satira religiosa come mai si risolve così grossolanamente, come mai si dà per scontata?
L’idea, forse, era di fare davvero un film anni ‘50, in cui sia gli espedienti narrativi (i MacGuffin come la bomba), sia i riferimenti ideologici, sia la voglia di cinema nel cinema, sono tutti frullati in superficie e non sviluppati… però, allora, ripeto: perché denunciare la vuotezza del cinema anni ‘50 girando un film anni ‘50???
Potrà piacere solo ai patiti della storia di Hollywood, che rideranno per le interpretazioni del cowboy scemo (Ehrenreich) e dei registi (Fiennes e Lambert), rideranno per Clooney, riconosceranno gli attori storici che si celano dietro a Scarlett Johansson (Esther Williams), a Veronica Osorio (Carmen Miranda) e si vanteranno di conoscere chi era il vero Eddie Mannix…
Invece, gli appassionati di storia vera lo odieranno perché il suo tono comicarolo tace la terribile repressione maccartista contro gli sceneggiatori di sinistra… e lo odieranno perché, a differenza delle teorie di Schrödinger e di Heisenberg, citate con rispetto dai Coen in precedenti film, le idee di Marcuse vengono totalmente canzonate…
Infine, i comuni mortali, quasi di sicuro, non ci capiranno niente… e, forse come me, a parte due o tre risatine, lo liquideranno come un esercizio di stile vacuo, vuoto, imbellettato e gonfiato per sembrare un film bello…
M’ha fatto proprio schifo…
e la dico grossa, “Rocketeer” di Joe Johnston, in quanto a sintesi tra storia effettiva e diegesi e in quanto ad armonizzazione tra evasione e impegno, è 10 volte meglio!
WEEKEND
Film eccezionalmente bello, di cui ci si dispera per una distribuzione così ridotta (a oggi, su MyMovies, risultano circa solo 16 cinema che lo proiettano in Italia a causa di un assurdo veto dei vescovi, impauriti di vedere una vicenda con al centro normalissimi omosessuali che costruiscono una storia seria, senza le promiscuità che da immaginario collettivo si appioppano ai gay e che la CEI sfrutta per dimostrare incessantemente l’ormai logora e infondata tesi che il gay sarebbe un malato mentale perché incapace di una relazione seria, ma solo di relazioni sessuali, complicate e complessate)…
La cosa più bella del film è il connubio tra storia e visione: i protagonisti si eplorano e si conoscono sempre di più, si sbriciano dentro timidamente ma progressivamente sempre più profondamente, proprio mentre la macchina da presa guarda, con uno sguardo preciso e appartenente solo a lei, ce li mostra proprio, anche lei, sbirciandoli, in una maniera che in un paio di scene raggiunge il sublime (come quando, sulla metropolitana, i due hanno un quasi litigio, durante il quale, quindi, non riescono a “vedersi dentro”, facendo sì che neanche noi pubblico si riesca più a vederli perché i passeggeri della metropolitana spesso passano davanti all’obiettivo coprendoci la visuale)…
Questa capacità di sguardo della macchina spesso è faticosa da sostenere, perché forza l’occhio dello spettatore in una direzione sola e unica, che non permette vie d’uscita e che l’occhio sente quasi come imposta, ma tale impostazione è così legata alla trama, da risultare, forse, l’unico modo “autentico” di tradurla in immagini… (e comunque il regista ci regala qualche attimo di respiro regalandoci qualche piano fermo e fisso sul paesaggio urbano del condominio e della città, in cui è ambientato il tutto, composto così bene da sembrare un quadro di arte contemporanea)…
Visione e trama, in Weekend, sono come le parole e la musica nei capolavori del teatro musicale: gemelli… in musica capita poco (Puccini, Britten, Debussy, Berg, Rossini) e in cinema capita anche meno…
Godurioso il fatto che, di fondo, Weekend sia un Kemmerspiel moderno: tutto si svolge in tre giorni quasi tutto al chiuso di un appartemento: Pabst e Murnau contemporaneizzati e non imitati…
Questa natura di film di discorso verbale che si accompagna a un eccellente discorso visuale è da confrontare con analoghi film di Linklater (la trilogia Before: Sunrise, Sunset e Midnight, ’95, ’04, ’13) e Kevin Smith (Chasing Amy, ’97), i quali però, se possono competere per quel che riguarda la sceneggiatura (che vede al centro l’introspezione sui sentimenti), sono completamente perdenti dal punto di vista visivo…
PERFETTI SCONOSCIUTI
Innanzi tutto ho individuato le fonti:
“Metti, una sera a cena” di Giuseppe Patroni Griffi (‘69)
“Chi ha paura di Virginia Woolf”, pièce di Edward Albee del 1962, portata sullo schermo da Mike Nichols, nel suo esordio cinematografico, nel 1966…
E per il cinema italiano odierno, che, di solito, punta solo a fare ridere e basta, tali modelli sono davvero da salutare con grande gioia!
E basandosi su tali modelli, il film funziona molto bene!
I difettucci sono quelli di chi, comunque, è alle prime armi e potrà migliorare in seguito:
1) gli attori sono bravissimi, ma molti non sono attori, sono macchiette, mascherine, tipi, caratteristi, che vivono facendo sempre lo stesso ruolo (Mastandrea, Battiston, Leo e la Rohrwacher)
2) la regia: Genovese è bravo, ottimo mestierante, grande tecnico, amministra tutto con pacatezza e misura. Cura molto bene la fotografia (con Fabrizio Lucci: tutta soffusa, con le luci messe benissimo; l’atmosfera “scura” da “tavolo da sera” è ottima, gli attori sono illuminati perfettamente, anche fin troppo bene: una cura formale che, forse, quasi perfettizza troppo una vicenda a cui, magari, un tocco piccolo di “sporcizia” visiva avrebbe un po’ giovato, poiché, davanti a una fotografia così bella, in alcune scene può venire meno il realismo: entrano in bagno e le luci sono splendide, e la cosa ti fa domandare: «Porco boja, o chi hanno chiamato a illuminare il bagno!? Possibile che il cesso di una casa qualsiasi possa essere illuminato così bene!?»), il montaggio è giusto, ma certo il tutto è privo di “guizzo”, di “svegliezza” inventiva: manca quello stacco che catalizzi lo sconcerto, quello sguardo sul particolare non automatico, quell’enfasi su certi punti… Però, vabbé, va bene eh! È un ottimo “teatro filmato” che serve benissimo il pubblico! ed è comunque molto più “lavorato” dei prodotti italiani cinepanettonosi…
3) la sceneggiatura è bellissima, è la cosa più bella del film e ha a) il twist finale meraviglioso, b) le idee sociali (sui gay visti dai piccolo borghesi) geniali, c) il livellamento dei caratteri da sballo… però, a) si immischia troppo nel borghesuccio: i drammi di questi amici si riducono bene o male tutti alle classiche corna multiple: un argomento completamente borghese e che, purtroppo, b) sbraca nel finale, che è parossistico (vorrebbe emulare la Walpurgisnacht di Albee, che, di contro, è molto più atroce), e, tremendo, non è livellato e quindi è sbilanciato rispetto all’inizio, e perciò crea una dissoluzione poco controllata che slitta molto male rispetto all’inizio comicarolo…
In sintesi: una gran bella prova, che meriterà tantissimo! e che ha dei difettucci che non sarà difficile correggere in un lavoro futuro che si spera non cederà ai ricatti del mercato italiota della replicazione e della comicità fine a se stessa!
BATMAN V SUPERMAN
PARTE PRIMA: PRODROMI
CAPITOLO PRIMO: MAN OF STEEL
Per prepararmi, ho rivisto Man of Steel
E, incredibile, mi è piaciuto di più di quando lo vidi la prima volta (e non mi dispiacque per niente), perché
1) in inglese migliora
2) finalmente sono riuscito a comprendere come mai è costituito da “zoomini” a caso: forse, invece di essere “a caso”, sono lì per far vedere che il film è “ripreso” dallo sguardo attonito di operatori curiosi che inquadrano Superman che vola o Zod che arriva o le astronavi… Sguardi curiosi che si alternano a piani “oggettivi” naturalistici e alla Malick per rendere meglio il contatto con la natura e il “panismo” che un dio-supermanoso deve comunque avere… Non so quanto Snyder abbia voluto fare tutto questo, se l’abbia fatto scientemente o se sia tutto solo un puro caso (oltreché solo una mia pura suggestione)… Fatto sta, che anche solo “interpretarlo” da parte mia in tale maniera me lo ha fatto piacere! Rimanendo ovviamente nell’ottica che si tratta di un film di supereroi la cui unica occupazione è quella di scazzottarsi e impegnarsi in poche parole epiche e contrite…
3) Amy Adams è splendida!
CAPITOLO SECONDO: SNYDER
Il mio rapporto con Snyder è pessimo.
A mio avviso 300 è una merda, una delle rovine visive del cinema; Watchmen fa stronzolare; e sono riuscito a sopportare Il regno di Gahoole (o come cazzo si scrive, quello con i gufi) solo grazie alla metafora anti-nazista…
Perciò, già nel 2013, quando vidi per la prima volta Man of Steel, mi stupii che potesse anche solo non dispiacermi un suo film… e figuratevi l’altra sera, quando riguardando Man of Steel per preparmi scoprivo che addirittura non solo non mi dispiaceva, ma proprio mi piaceva!
Inoltre, in Watchmen, mi accorsi che aveva inventato una battuta anticapitalista per Veidt (l’unico momento carino del film), e quindi: antinazismo (in Gahoole) e anticapitalismo (in Watchmen), pur blandi e pur presentati in battute microscopiche, beh, forse c’era qualcosa nella sua persona meno sgradevole dei suoi film…
PARTE SECONDA: BATMAN V SUPERMAN
La mia opinione su Batman v Superman è, sorprendentemente, che è un film molto godibile, carino e perfino nutriente dal punto di vista ideologico…
Paradossale! Comincia a piacermi Snyder! Sto davvero invecchiando e rincoglionendo…
CAPITOLO PRIMO: I PUNTI FORTI
1) Io l’ho interpretato come un film “ateo”: benché si ammetta la presenza di superpotenze oltreumane, si chiarifica che, all’interno di un equilibrio cosmico, se si fa del bene a qualcuno ci sta che si faccia del male a un altro, e quindi si deve solo cercare di essere gentili con tutti seguendo il motto “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri”, un assunto che nessuna esistenza oltreumana inficia in alcun modo (tradotto: la presunta esistenza di dio non autorizzerebbe affatto la disobbedienza al quel “comandamento” civile di convivenza)… Apprezzabile!
2) Carino che si accenni ai terrorismi internazionali: velatamente, ma vi si accenna…
3) Il cattivone, Luthor: nel suo anticomunismo e nella sua refratterietà a una qualsiasi autorità statale incarna il più bieco capitalismo spietato. Non solo: le sue fumisterie sull’esistenza ingiusta di dio, che secondo lui non ci deve essere, lo portano a voler per forza distruggere qualsiasi dio pur di dimostrare di avere ragione e controllo assoluto. In questo modo diventa un “ateista” forzoso, uno che forza tutti a essere atei affermando che solo la sua visione del mondo è giusta: diventa, quindi, un vero “fondamentalista” che per imporre al mondo la sua visione (di un universo senza dèi) fa proprio scoppiare le cose. E subito, comunque, dimostra che il suo “ateismo” è presunto, perché, come i nazisti, deriva non dall’assenza del bisogno spirituale, ma da un senso di superiorità nei confronti dei miti che ha tanto studiato (male): tradotto: non vuole dio non perché non ci crede, ma perché crede di essere lui un “dio-uomo” che unico possa governare e farsi i cazzi propri. E in questo è davvero Hitler, o Matteo Salvini (come Salvini, ascoltando De André, è diventato razzista e anti-relativista, così Luthor deve aver letto Campbell e Frye ed è diventato Hitler: è il franitendimento della cultura, quando la cultura viene fagocitata non per saggezza ma per volontà di potenza). Da osservare anche come nel suo farsi “dio-uomo”, paradossalmente, non fa che creare e incarnare quei miti che lui dice di odiare: con Zod fa quello che è quasi un Gesù kryptoniano (fatto col DNA dell’uomo e col DNA di dio) che, opponendosi al Gesù vero, che secondo lui è Superman, diventa un vero e proprio anticristo, che infatti appella proprio “diavolo”… – La sua rappresentazione, comunque, non è affatto nuova: tutti i cattivi dei film di Batman hanno lo stesso narcisismo e il loro unico scopo è di trasformare Gotham City in una gigantesca versione di loro stessi grande quanto una città (Freezer vuole ghiacciare tutta Gotham, Joker vuole fare di tutti gli abitanti di Gotham un Joker, Ivy vuole trasformare Gotham in un’immensa serra e così via)
4) Mi hanno fatto ridere le cretinate innocenti di spezzamento di epicità: Diane Lane, mamma di Superman, che dice a Batman: «sei amico di mio figlio, l’ho capito dal mantello»; e anche l’espediente di far rinsavire Batman dall’uccidere Superman facendogli rimembrare la mamma che ha lo stesso nome di quella di Superman. La scena è un po’ ridicoletta (con tanto di Lois che, come Fiordiligi dell’Orlando Furioso, arriva, proprio da ultimo, a dire a Batman: «ma Martha è sua mamma!»… era da risponderle: «sì, e Marisa è mi’ zia!»), ma invece è meno scema di quanto si pensi: comprendendo che la mamma di Superman è in pericolo, Batman si ricorda del lutto per la sua di mamma e capisce che dal suo lutto (dal trauma per la sua mamma morta) non può nascere un altro lutto (un’altra mamma morta), capisce che è bene finirla di ammazzare le mamme, di chiunque esse siano, e che chiunque tema per (e agisca per proteggere) la sua famiglia non è un nemico ma un fratello… A me è piaciuto!
5) Il discorso finale di Batman, che dice a Wonder Woman: «combattiamo!» A mio avviso non è per nulla una chiamata alle armi guerrafondaia e nazista (come erano quelle di 300), ma, nell’epica del monumento ai caduti e delle processioni pacifiste, e, soprattutto, con il commento fuori campo, si dimostra essere la chiamata a un “combattimento” non contro un nemico (a cui non ci sono cenni), ma contro la nostra cattiveria, un combattimento quindi atto a fare del mondo un posto sempre migliore… Dai! È carino!
6) I tanti discorsoni sulla natura divina di Superman e sulla sua effettiva “possibilità” di esistere in un contratto sociale e in un sistema universale sono nutrientissimi, e contribuiscono all’idea secondo me “atea” che ha il film: sono discorsi dotti come quelli degli accademici fiorentini nel Galileo di Brecht: o come le disquisizioni sugli indios dopo la scoperta dell’America… e il bello è che concludono che dio non dovrebbe esistere, ma c’è nella persona di Superman che non è dio, è un soggetto come tutti gli altri che come tutti gli altri deve rientrare in un equilibrio (vedi il punto uno del capitolo) anche giuridico, giurisprundenziale, civico, comunitario e legale!
7) Il senso del film è la dimostrazione che la personificazione della necessità spirituale genera solo fraintendimenti (quelli di Luthor), tristezze e capriole nel circolo vizioso della follia personificante: se dio è personalizzato in una “persona” allora ci devono anche essere persone per il male, la rabbia e tutto il resto: una de-umanizzazione (poiché trasferisce la “persona” dall’uomo, dove dovrebbe stare, allo spirito) che rovina il senso razionale a cui l’umanità deve giungere per vivere insieme… Una razionalità che il film ribadisce sempre, anche legata all’emotività giusta che ne costituisce l’essenza (il raziocinio umano non può essere senza l’affettività che innesca il pensiero e lo rende necessario, anche nelle sue ovvie implicazioni di armonizzazione di diversi pensieri)
8) Amy Adams continua a essere splendida!
9) Il finalino con sentori di resurrezione è ganzissimo!
CAPITOLO SECONDO: I PUNTI DEBOLI
In tutto questo Snyder continua a fare volontariamente schifo:
1) Il film è girato con troppa concessione al joystick degli effetti speciali, che sono bruttissimi (Doomsday ha la stessa “consistenza” visiva delle formiche di A Bug’s Life; e poi si dice che Rapunzel è fatto male), e tutti impegnati in scazzottate troppo lunghe (due palle), noiose e ovviamente assurde, come in tutti i film dei supereroi, della serie: sai che non c’è modo di ammazzarlo, però lo devi comunque tenere impegnato con cose che sai che non gli fanno una sega: lo strusci sull’asfalto, gli pianti il calcestruzzo nel culo, lo schiaffeggi con i copertoni del TIR: lo sai che non gli fai nulla, come mai la scena deve durare 40 minuti e sembrare un cartone animato fintissimo?
2) Il personaggio di Luthor è affascinante, ma è merito di Goyer e Terrio, poiché la rappresentazione di Snyder è orripilante: caricaturale, iperbolica, gigionesca, farsesca, accompagnata da musiche di merda (i violini striduli per rendere la schizofrenia, idea nuova non c’è che dire, vecchia solo un paio di centinaia di anni). Nonostante il tanto dire, anche il Joker di Heath Ledger era clownesco in modo ridicolo (molto più di Nicholson, che aveva dalla sua il suo essere maschera irreale): segno che nessuno, a parte Burton, è stato in grado di gestire, a livello visivo, un cattivo della DC…
3) La prima parte è troppo lunga: per arrivare al dunque ci si mette delle ore…
4) Fotografia e scenografia sono molto peggiori di quelle di Man of Steel. Patrick Tatopoulos è un eccellente artista, ma è manierato (le solite mattonelline dei pavimenti, le solite finestre incrostate, le solite ambientazioni art nouveau che strizzano l’occhio a un ellenismo sporco), e non ha nulla dell’inventiva di Alex McDowell. Larry Fong non è epico, vuole che tutto sia in qualche modo dark e sporco ma dimentica l’idea di epos naturalistico che Amir Mokri (dop con tanta più esperienza artistica) aveva genialmente trovato per Man of Steel… Molto peggiore anche la musica di Hans Zimmer, che invece aveva scovato un temettino carino per Man of Steel
5) Almeno nella prima visione non mi è sembrato che sussistesse niente del metodo di ripresa espresso nella parte prima (lo zoomino): c’è solo voglia di joystick e di paccottiglia montaggiosa… forse anche quello zoomino era opera di Mokri?
6) L’orribile trapuntatura seriale: nei primi capitoli delle saghe supereroistiche c’è qualcosa da dire, poiché c’è da dimostrare una motivazione precisa per la decisione di essere supereroe: nei capitoli successivi, di solito, non si fa altro che picchiarsi, e anche qui le scene di pura scazzottata sono davvero troppe, e i personaggi presentati sono in un numero al di là dell’esagerato, che preannunciano tanti film probabilmente pessimi… I metaumani, con Flash e Aquaman che sembra il tritone dei carri di carnevale di Viareggio, fanno già ridere adesso (Wonder Woman altro non è che un cosplay di Xena, nonostante ci regali una splendida visione delle sue chiappe in costume), figuriamoci in film tutti loro!
PARTE TERZA: PAIDEIA
Nizzole e nazzole, comunque, professare che il mondo deve essere un posto migliore e che dio è simbolo di equilibri cosmici e sociali da rispettare all’interno di un film di Hollywood, riuscendo a scrivere cose decenti insieme a tante scazzottate idiote, beh, non è affatto una cosa brutta: forse qualche cretino brufoloso, insieme ai cazzotti, riesce a capire almeno un’anticchia dei messaggi proposti… e se anche un solo brufoloso viene colpito dai messaggi, beh, allora il film sarà riuscito a essere “paideia”… e che Snyder riesca a fare paideia è davvero sorprendente e mi rende felice!
(controlla cosa pensa EvilAle di questo film qui: Batman; e controlla anche la strepitosa analisi, minuziosa e appassionata, di Celia)

Una risposta a "Biancalana e i sette gnomi, parte IV"

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  1. Ho adorato TUTTO ciò che hai scritto su BvS.
    Mo’ vado ad aggiungere questo link alla mia listina nel post, subito.
    E sì, è un film decisamente “ateo” come l’hai descritto, nonostante il buon Jack nel grattacielo (perché non è scappato con gli altri?) invochi Dio prima di crollare con l’edificio.

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