Protoattinio

Rigoletto al Maggio:

Capitolo 1 – Maestri
come da precedente post, presi i biglietti quando ancora c’era Friedkin e non si erano scanditi i ritmi tra i cast… per cui mi sono trovato Maestri e non Stojanov…
vabbé… Stojanov l’avevo visto d’estate a Macerata…
Maestri è stato bravissimo: caldo, dolce, imperioso, capace di suoni magnifici, soffusi, morbidi, una gioia immensa… però la sua performance era costellata di tante piccole pecche: nella sua ricerca di poesia cercava gli acutini passionosi che però non gli venivano (soprattutto in “non parlare al misero” e in “veglia o donna”, che, lo vedremo dopo, Mehta ha arbitrariamente tagliato di metà); aveva la tendenza a chiudere un po’ prima degli altri, specie nei finali di pezzo con note lunghe; il suo andamento vocale nobile e regale ha prodotto note stupende ma con nessuna idea del “personaggio”… per quest’ultimo punto, forse la responsabilità non è solo sua, ma anche di Mehta e Brockhaus, che non lo hanno aiutato a delineare un “Rigoletto” vero, che sia persona e non pura musica: io consideravo che Maestri spesso fa Falstaff e infatti il suo Rigoletto sembrava “Falstaff fa Rigoletto”: cantava benissimo, ma mai che si incazzasse, che facesse intuire un lavorio mentale, che esprimesse, pur nella perfezione del canto, un pensiero: “Pari siamo” era cantanto fantasticamente, ma le sfumature per denotare rabbia, o rimpianto, o rasserenamento, non c’erano per nulla…
quindi, ha fatto un egregio lavoro di cantante, e quindi ti faceva stare benissimo e ti rendeva felice (il quartetto, “cortigiani vil razza dannata” e “piangi fanciulla” m’hanno fatto piangere dalla bellezza), ma in quanto a “interpretare” non lo ha fatto… [sarà un problema se mai dovesse affrontare, se non lo ha già fatto, gente come Macbeth, o ruoli russi, o un Simon Boccanegra]

Capitolo 2 – il resto del cast
Gilda (Poulitsi) era perfetta, sembrava registrata;
idem Maddalena (Malavasi) e Sparafucile (Giuseppini), cantanti di esperienza avvezzi a questi ruoli…;
Il Duca (Chacón-Cruz) è stato quello che mi ha incuriosito di più: cantava tutto fortissimo, sembrava cantasse tutto di testa, manco sembrava un cantante lirico: nessun pianissimo (tranne uno durante il quartetto), tutto a gargana massima… però era preciso, intonatissimo, implacabilmente a tempo, e, dal punto di vista del personaggio, coerentissimo: un duca giovane, forzuto, irruento, spaccone: una voce tutta fortissima gli stava benissimo!

Capitolo 3 – Brockhaus
ha fatto una regia di quelle “simboliche” che aveva tante pecche:
non era una regia “simbolista” (come quella di Poda per Tristano, per capirsi), in cui si cerca l’effetto pittorico e in cui i “simboli” sono in qualche modo parte di un quadro artistico puramente figurativo, ma era proprio «faccio dei simboli che sembrano voler dire qualcosa ma che in realtà vogliono soltanto ribadire un solo concetto non chiaro, e cioè che il Rigoletto è metafora di generale decadenza indeterminata»…
e quindi i drappeggi rossi sembrano polverosi; il letto a baldacchino sembra diroccato; i simboli della festa del duca (diavoletti con le ali, ballerine di burlesque) sembrano simboli “antichi” di un mondo che non c’è più; Sparafucile abita sopra un armadio spaccato adagiato su altri mobili rotti; il rosso (sangue? rosso che denota nobiltà decaduta?) impera da tutte le parti; e l’unica idea “unificante” sembra essere quella che “Rigoletto” altro non è che una “messa in scena” che avviene durante la festa del duca, ma questa è una mia supposizione poiché non c’è niente che la provi, ma solo così sono riuscito a spiegarmi perché tutto si svolga nella sala da ballo del duca; o perché i diavoletti e le ballerine ci siano sempre e siano sempre gli stessi; o perché Rigoletto si faccia distrarre continuamente dalle cosce delle ballerine; o del perché tra padre e figlia non ci sia quasi mai un gesto di affetto vero (perfino in “piangi fanciulla” li fa abbracciare solo per un attimo)…
boh…
secondo me è di quelle regie “sfumate” e “incerte”: a Firenze si è tanto parlato male del Macbeth ambientato nel 2009 (con manifesti di Berlusconi e streghe drogate), ma almeno le regie di “attualizzazione” hanno un’idea e, se fatte bene, aprono magnifiche interpretazioni sulla musica, sul perché la musica sia in quella maniera (nel Macbeth citato erano geniali i gorgheggi di Lady Macbeth durante l’uccisione di Duncan: per Verdi erano grammatica di canto che si rinnovava illustrando pazzie invece che amori, e diventavano fantasticamente deliri lisergici dovuti alla cocaina, e l’effetto era insuperabile, di quelli che se avesse visto, Verdi avrebbe gioito), invece le regie come questa di Brockhaus, mah, secondo me non dicono nulla…
per cui il miglior allestimento fiorentino di Rigoletto che abbia visto rimane quello di Vick del 2003, con i cilindri girevoli, tutto cupo e scurissimo, con i cortigiani stronzissimi…
forse sono cattivo con Brockhaus anche perché non sembra aver lavorato affatto sui movimenti: sembrava una regia “tradizionalista”: perfino in “povero Rigoletto” e in “cortigiani vil razza dannata”, i cortigiani non si muovono, e Rigoletto sta fisso impalato, sul proscenio, a cantare, come si faceva nel 1931, senza gesti, fisso, fermo… tanto valeva fare l’opera in forma di concerto…
Gilda e Rigoletto, nel primo atto, sono anche rinchiusi in una scatolina scenica (una cosa simile tentò Daniele Abbado alla Fenice nel 2010: era l’idea peggiore di un allestimento da rivalutare), che, a parte essere metafora fin troppo facile di “rinchiudimento” e “infantilimento” di Gilda (che dorme perfino in una simil-culla che dondola, come una neonata), ha precluso tutti i movimenti possibili e quindi si è avuto Rigoletto e Gilda che, pur cantando il loro amore reciproco, manco si mettono a sedere vicini, stanno in piedi e cantano a favore di pubblico: manco si guardano!
però, c’è da dire, che la scenografia era sontuosa: i drappeggi erano bellissimi, i ballerini erano splendidi, e i mobili rotti rendevano bene l’idea di decadenza…

Capitolo 4 – Mehta
In questi anni ho sentito Mehta fare il professionista (vedi l’ultima Turandot), che guidava la sua orchestra in performance che sembravano automatiche, robotiche, computerizzate…
Stavolta ho sentito Mehta ammaestrare la musica in maniera fortissima, partecipatissima, impegnata a fare un eccezionale Rigoletto: un Rigoletto furibondo, potente, vigoroso, stritolante…
Ho sentito un Mehta a suo agio con Verdi, che ritrova lo spirito di quando 45 anni fa riscoprì il Trovatore (prima di Muti, prima di Bonynge, prima di Giulini), o di quando fa Forza del Destino, senza gli sdilinquimenti a cui spesso cede (soprattutto in Aida e in Traviata), ma con la volontà di dare espressione massima all’efficacia drammatica della musica, una musica che Mehta sembrava scoprire gioioso e quindi senza quell’impasse “professionale” che lo penalizza molte volte ultimamente (come quando dirige senza mordente Aida, Falstaff e Otello, per non parlare di Puccini), ma con tanta voglia di far sentire gli snodi della musica, di far assaporare tutti i passaggi, di sottolineare tutti gli stratagemmi drammatico-musicali…
Le conclusioni con le maledizioni (atti I e III) erano esplosioni folgoranti; la triade “povero rigoletto-cortigiani vil razza-ebben piango” erano densi di energia, di entusiasmo (impagabile la ripresina in fortissimo degli archi “cavalcanti” di “cortigiani” a rafforzare l’orchestra in un passaggio senza cantante, e stupendo il “io vo’ mia figlia” che prorompe in orchestra: dal vivo non l’avevo mai sentito così poderoso e spaventoso! bene dé), di accompagnamento del pianto; il quartetto era tesissimo, così come il temporale – supersonico!
Non che anche Mehta abbia fatto tutto alla perfezione: il suo gesto è rimasto quello del vecchio padrone di casa: l’orchestra è 35 anni che gli va dietro e quindi capisce anche i suoi attacchi fatti col mignolo, ma i cantanti no, perciò, in alcuni momenti, i cantanti sono andati fuori tempo, ma Mehta, essendo un professionista e anche i cantanti essendo professionisti, si sono ripresi subito, dando l’impressione di aver fatto dei “rubati” piccolini, spesso anche d’effetto!
Non è stato perfetto neanche nell’adottare tutti gli acuti di tradizione, e nel non essere stato chiaro nella versione da adottare: ci sono gli acuti di tradizione ma ci sono anche i gorgheggi integrali “da edizione critica”, ci sono i gorgheggi integrali ma “veglia o donna” l’ha tagliato… perché? quale versione fai?
Né è stato perfetto per quel che riguarda un taglio chiamiamolo “interpretativo” del testo: non si può dire che il Rigoletto di Mehta sia un Rigoletto “nuovo”, che esprima un concetto sull’opera (come quello di Giulini che esprime dolore e tristezza, quello di Solti che esprime furia e concitazione, quello di Muti e Sinopoli che esprime crudeltà, quello di Kubelik che esprime languida dolcezza), né che offra letture interessanti di singoli passi (come il rallentandino sui violini di contorno in “piangi fanciulla” che fa Sinopoli, o i respironi drammatici in Monterone e nel temporale di Rudel, o le chiusure inusuali, del preludio o di molte arie, di Myung-Whun Chung), ma è un Rigoletto solido da “immaginario collettivo”, paragonabile all’Amleto di Zeffirelli: non nuovo ma fatto davvero con i controcazzi! È stato musicalmente un Rigolettone! [tra l’altro identico a quello che Mehta apparecchiò per Marco Bellocchio nel film con Domingo: un ottimo Rigoletto che dal vivo è stato ancora più bello!]

nota sull’acustica:
tolto il Pelléas di Gatti, che richiede una tessitura tenue, le opere che ho sentito al Nuovo Teatro avevano direttori che castravano di molto l’orchestra per far sentire i cantanti… e l’ultimo Mehta del Comunale, era colui che castrava di più (nel Rosenkavalier, in Frau ohne Schatten, nel Ring e nel Tristan di Wagner, per far sentire i cantanti, Mehta quasi silenziava l’orchestra per farla affiorare solo nei punti strong)…
Nell’ultima Cavalleria che ho visto, di Bisanti, l’orchestra era piccola piccola: lo notai anche nella recensione e detti la colpa all’acustica del Teatro…
Stavolta, vuoi perché i cantanti erano più pronti (ma credo di no), vuoi perché ero seduto più vicino (sicuramente per questo), o perché Mehta, che ha contribuito alla progettazione della sala, ha riscoperto le sue doti di concertatore e ha saputo adattare il volume orchestrale al teatro, boh, non so per quali di questi motivi o per quali altri, stavolta l’orchestra era una goduria sentirla URLARE, strabuzzare, scoppiare, scrosciare, sfolgorare!
e io adoro le orchestra che sfolgorano…
quindi BENE DÉ!!!

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