Stick Round!

Giorno 119, Anno VIII dello Stato Tirilullino
SFERISTERIO

Bohème, Sferisterio di Macerata, Agosto 2015:

Sinceramente non capisco perché la gente si sia scandalizzata per la morte di Mimì in un ospedale…
Né ho trovato sensate le disquisizioni sull’effettiva mancanza di “politica” nel testo musicale di Puccini…
Il parlare della condizione dell’artista è di per sé un atto politico, così come è un preciso atto politico parlare della giovinezza che sfugge e di un’esistenza che quasi scompare una volta che la giovinezza svanisce…
I personaggi di Bohème vivono felici finché c’è la giovinezza, ma quando la giovinezza non c’è più, allora tutto è triste e depresso (come le note di Puccini, che cambiano radicalmente dopo l’accordone successivo all’esclamazione “Musetta!” subito dopo la danza: prima melodie felici e agili, poi tristezza sconfinate, e perfino assenza di musica nelle battute “Vedi, è tranquilla” e ssgg.)…
Cosa significa?
Che la giovinezza è, leopardianamente, l’unica tappa della vita in cui la vita è vera vita?
O che la società ci rimbecillisce con sogni e chimere finché siamo giovani, e poi, all’improvviso (come l’accordone pucciniano), ci catapulta nella realtà triviale e si incavola pure che a quella realtà ci siano arrivati impreparati…?
Questa seconda interpretazione si accorda molto bene al vivere di oggi in cui ai giovani presenta tronisti e favole, per alimentare l’illusione capitalista, e poi li catapulta, senza istruzione, improvvisamente, in un mondo del lavoro per cui non hanno ricevuto alcuna informazione…
In quest’ottica l’ambientazione di Leo Muscato nel sognato ’68, fatto prima di sogni di liberazione e poi di improvvise e tumultuose guerre civili prima della risacca borghese che rifagocitò tutti gli idealismi e le possibilità, era quanto mai azzeccata…
Quella che è mancata era un po’ di chiarezza nel terzo quadro, in cui la fabbrica occupata non produceva granché senso: non si capiva né cosa fosse né in che modo vi risideressero i personaggi (erano crumiri o attivisti? boh)

Cavalleria e Pagliacci, Sferisterio, Agosto 2015

Alessandro Talevi ha proposto un’ottima soluzione per Cavalleria: scindere Santuzza e la sua tristezza da tutto il resto, confinandola quasi in un soliloquio di dolore, in cui le sue ossessioni si materializzano con visioni allucinate (l’apparizione della madonna sul palco, e le ombre della provocante Lola, dello spaccone Alfio e del terribile duello che si stagliano gigantesche e nere i lati del palco). Il tutto in un’elegante cornice liberty essenziale ed efficacissima.
Nei Pagliacci, Talevi ha avuto l’ottima idea di rendere Canio debole e pazzoide, di illustrare benissimo le sue psicosi, che nascono da paura e ossessione. Finalmente si è visto i Pagliacci come sono, e cioè opera della psicosi gelosa e non la messa in scena di un semplice ed efferato delitto d’onore perpetraro da un eroico tenore furioso. L’eroismo di Canio è un retaggio dei Del Monaco e dei Corelli, pur grandissimi, ma certamente restii nell’ammettere che il loro personaggio, alla fin fine, altro non è che la rappresentazione operistica delle follie di Pirandello, giunta anche prima di Pirandello stesso! Per loro il tenore doveva essere eroe, ed eroe rimane l’Otello di Verdi per Del Monaco, e così doveva rimanere anche Canio, in una sovapposizione di ruoli molto comoda per il sistema di recitazione, ma deleteria per la diegesi di Leonacavallo.
Finalmente, Talevi ha messo in una più stretta connessione Otello e Canio: con la valorizzazione di Tonio (che diventa un vero e proprio Iago, causa di tutto, a cui è perfino affidata l’ultima battuta, che smaschera il fatto che è stato lui a ordire ogni trama), i due personaggi diventano la perfetta maschera del dolore che segue l’ossessione gelosa, dolore e tristezza, e non eroismo e rabbia…
Impareggiabile.

Rigoletto, Sferisterio di Macerata, Agosto 2015

Al contrario di Crescenzi con Bohème e di Franklin con il dittico “Cav Pag”, Lanzillotta non ha optato per la sublimazione emotiva e passionale della musica: non ci ha regalato goduriosi rallentando, maestosi pieni d’orchestra e ardenti slanci musicali. Ha lavorato un Rigoletto che si ispirava nettamente a quelli di Muti e Sinopoli: veloce, scandito, ritmico… Certo è che si è dimenticato che sia Muti sia Sinopoli hanno saputo abbandonarsi al sentimento laddove necessario (mastodontico in Sinopoli, pur ritmico e scattoso, è il “Piangi, fanciulla”, lento e commovente, che giunge anche improvviso in un insieme così veloce).
Ma tutto questo esprime solo il mio gusto personale, poiché la tecnica e la perfezione del gesto, della dizione, dell’andamento complessivo, della cura nella gestione della masse sonore che ha sfoggiato Lanzillotta è stata esemplare, da Maestro Scaligero, coadiuvata dalla presenza di un cast davvero stellare: tutti i protagonisti erano esperti cantanti già ampiamente rodati nei loro ruoli. Spiccano forse Albelo per la presenza scenica e la maestria nello strappare l’applauso e nel rendere il personaggio con lustro (e gli si perdonano certe concessioni a uno stile “liricone” quale la vocalizzazione della n), e la Nuccio per la grande facilità vocale. Stojanov ha quasi imitato il Rigoletto sgraziato, pazzoide, rabbioso e smanettone di Leo Nucci e Roberto Frontali.
La messa in scena di Federico Grazzini poteva scandalizzare solo chi non sa nulla di Rigoletto: chi, ascoltando blasonate registrazioni audio, ha astratto Rigoletto dalla sua trama e vicenda, sia diegetica sia compositiva, facendone un ninnolo da soprammobile, edificante e tranquillizzate.
Le persone normali, che sanno che cosa è il Rigoletto, non possono non apprezzare la chiarezza dell’interpretazione, certo basata sul Rigoletto “mafioso” di Jonathan Miller (di più di 30 anni fa!: ma da non sottovalutare le evidenti derivazioni del Rigoletto horror di Ponnelle), ma con tocchi di dolore completamente autentici, come il fantasma di Gilda, che non solo rendono un gran servizio al Rigoletto, ma lo ricollocano nella sua originaria posizione di maestoso oggetto romantico tratto da Hugo, che nei suoi romanzi non risparmia certo apparizioni fantasmatiche, come la faccia di pagliaccio pauroso che domina la scena (certamente ispirata al clown terrorizzante dei film di Rob Zombie), e come la suddetta candida Gilda-fantasma.

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