Mehta al Maggio (Stravinskij & Prokof’ev): la meccanica del professionista

Il Nuovo Teatro cambia tantissimo quando c’è Mehta…

Quando ci sono altri direttori arrivi in Teatro e l’atmosfera è tersa, felice, ci sono persone tranquille; certo, sì, ci sono persone anziane, ma il clima è placido e organizzato, le maschere e le maestranze sono a loro agio, sanno tutto, offrono un ottimo servizio, ti sorridono e tutti sono al settimo cielo…

Quando dirige Mehta impera il nervosismo:
1) il Teatro è quasi sempre sold-out (a meno che Mehta non faccia uno di quei suoi programmi arzigogolati, con 12 brani presentati; o non faccia roba che ha già fatto pochi mesi prima, cosa che ultimamente avviene assai spesso: mi ricordo che, un anno, si presentò con Zarathustra di Strauss sia a ottobre sia a marzo, o una roba del genere);
2) la ressa rende le maschere tese e frettolose, e tendono, quindi, a dare la colpa a te, povero spettatore, per ogni cosa;
3) la tensione delle maschere è dovuta anche al fatto che, quando dirige Mehta, non sai mai chi potrebbe essere tra il pubblico, poiché quando dirige lui gli avventori cambiano completamente: a vederlo giungono quelli che sembrano essere gli esponenti di un’antica e spocchiosa altissima borghesia, così alta che quasi coincide con l’aristocrazia, da cui ha mutuato tutti i tic, i comportamenti strafottenti e prepotenti, quelli che sottindendono la teoria del Marchese del Grillo, che “loro sono loro e gli altri non sono un cazzo”, che le maschere si trovano a sopportare loro malgrado, per poi vendicarsi con le persone comuni, facendo loro pesare ogni pieguzza sul biglietto, ogni occhiata diretta (e anche indiretta) non coincidente in quel momento con il loro gusto;
4) tra questi borghesoni vige l’assoluto disprezzo per ogni cosa che non abbiano comprato loro, e pertanto si muovono insultando chiunque e dando per scontato che qualsiasi cosa possa essere dominata da loro in quanto inferiore a loro;
5) va a finire che anche tu ti senti coinvolto nel nervosismo e avverti il Teatro pieno come un luogo di minaccia e di inospitalità!

Quando dirige Mehta c’è anche uno stuolo di fan che lo adorano e che sono pronti ad applaudirlo in qualsiasi maniera…





Nel nervosismo su citato, io vado ad assistere (con mirabolanti avventure riguardanti il posto che non vi starò a raccontare: basti sapere che il piano di sopra del nuovo teatro è un posto assai disgraziato per la visione e quindi ognuno fa quel che può per intromettersi nei posti vicini all’interno dei palchi, che hanno lo sguardo quasi coincidente con la platea o ne sono di poco superiori in altezza, in modo da poter almeno sbirciare qualcosa: un comportamento che quando non dirige Mehta è normale ma che sul pubblico aristocratico che viene a vederlo suscita una reazione che vi lascio solo immaginare) a PETRUŠKA e ad ALEKSANDR NEVSKIJ

PETRUŠKA è una di quelle cose che Mehta conosce bene (è ancora disponibile la sua versione con la Los Angeles Philharmonic del 1967: uno dei suoi primi contratti discografici) e che vanta immediati precedenti al Maggio:
alcuni anni fa (non mi ricordo quando, ma non prima del 2008), la MaggioDanza diretta da Vladimir Derevianko mise in scena una splendida “Serata Fokine” con le originali coreografie di “Petruška” e “L’uccello di fuoco” ricostruite per l’occasione, con l’orchestra guidata in maniera precisa e dettagliata da Giuseppe Mega;
inoltre, neanche un anno fa, l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, ospite del Maggio, eseguì “Petruška” nella versione “concerto” del 1911, sotto la direzione fiammeggiante e passionale di un ispiratissimo Jurij Temirkanov;
nel pubblico discofilo e amante dei DVD musicali, che purtroppo spesso affolla il Teatro del Maggio, è probabilmente rimasta nella memoria l’esecuzione che Mehta dette a Firenze con i Berliner Philharmoniker al Salone dei Cinquecento, filmata da Brian Large durante l’Europakonzert del 1995, ed edita da EuroArts e da altri “label” in altre ristampe…

un titolo, quindi, che Mehta conosce alla perfezione e che Firenze ha ascoltato molte e molte volte…
ed è qui che si insinua il problema fondante di questa serata, che è anche quello che riguarda il “macro-oggetto: Mehta a Firenze”, il problema della PROFESSIONALITÀ…

«Come può la professionalità essere un problema?»
Beh, certamente che non lo è; è solo che il professionismo, a questi livelli, e quando un brano viene ascoltato e riascoltato sempre, finisce irrimediabilmente per diventare routine…
il professionismo esasperato e compiaciuto, che è quello che il Maggio ha quando diretto da Mehta, ha il risultato, a mio avviso sgradevole, che il pubblico pensa di non stare osservando il lavoro di un artista, di non stare cioè assistendo a un’opera d’arte, ma, al contrario, di stare guardando l’allenamento di un atleta, o, ancora più terribilmente, un commercialista intento a usare la sua calcolatrice…

Quanto detto non inficia il fatto che, a parte i difettucci (anche ridanciani) che dirò, l’esecuzione sia stata somma: tutto era al punto giusto, Mehta ha diretto a memoria un’orchestra completamente ai suoi ordini, che, con forza, sfoggiava tutte le sue capacità muscolari e flessive nei pezzi solistici della parte centrale e nei vigorosi fortissimi della parte finale…
cosa mancava, però…
mancava proprio L’INTERPRETAZIONE, il guizzo, il “taglio”, lo “sguardo” che rendesse quel concerto non solo l’esecuzione cristallina e sbalorditiva di quanto scritto, ma anche un fatto “unico”, un happening irripetibile, un “discorso artistico” che trovasse nella partitura quella cosa che solo durante quel concerto poteva venire fuori…

non so se mi sono spiegato, ma, in quest’ottica, Mehta è stato più un orologiaio, un meccanico, che un direttore d’orchestra: i suoi gesti parchi e quasi invisibili (segno del suo totale dominio sull’orchestra che guida da 30 anni) erano quelli di un artigiano che ha messo tutto al punto giusto, che ha costruito la sua “macchinetta” e si compiace di vederla funzionare senza intoppi… ma il tutto, ripeto, era “automatico”, meccanico, di routine, uguale alla sua esecuzione del 1967 e uguale a quella del 1995: un’esecuzione quasi robotica…


È probabile che Mehta faccia così “Petruška” in ossequio alla poetica di Stravinskij dell’oggettività e della chiarezza, priva di sentimenti e anti-umana, ma il dramma è che esegue così anche brani di Strauss, Puccini e Verdi (quelli che dirige da sempre, come “Salome”, “Turandot” o “Trovatore”)…

Chi ha nelle orecchie i tuoni e i fulmini imbastiti da Temirkanov un anno fa non avrà non potuto considerare che quella “Petruška” non era forse quella di Stravinskij, oggettiva e inumana, ma sicuramente era qualcosa di “unico”, che l’Orchestra di San Pietroburgo stava eseguendo solo per Firenze in quel momento: non era uno “stampo” da ricalcolare e rifare a mitraglietta…


la gestione da orologiaio di Mehta ha fatto ancora più risaltare la sfortunata serata che aveva il trombettista, coinvolto in numerosi assoli, che ha, molto spesso, intonato in modo insicuro… un fatto che mi ha fatto assai ridere poiché, in tutto questo sfoggio compiaciuto di perfezione, arrivava il momento clou della tromba (che ha un importante ruolo “caratteriale” all’interno di “Petruška”) che stonava!
mi ha fatto l’effetto come se fossi alla guida di un super-macchinone, di quelli che sembrano dirti “sono Kitt di Supercar”, verso cui hai anche timore reverenziale, che però ha il difetto di avere la manopola dello stereo che ti rimane in mano!





ALEKSANDR NEVSKIJ, invece, è una di quelle cose che Mehta non dirige spesso…
A Firenze era stato fatto da Michail Jurovskij nel 2007, in un’esecuzione condotta anch’essa da gesti minimi (mi sembra di ricordare Jurovskij gigantesco, che dirigesse forse da seduto, con pochissimi gesti che quasi non vedevo dalla lontanissima seconda galleria del Comunale) ma con una forza sorprendente, con molte paure e angosce espresse in una “Battaglia sul Ghiaccio” espressionista e disperata, e con un finale tra i più fragorosi che il Maggio abbia mai visto…

Mehta stavolta ha diretto con la partitura… una partitura NON rilegata che, nel secondo movimento, ha portato a una sovrapposizione di pagine che Mehta, con movimenti lenti e molto più impacciati rispetto a quelli sfoggiati in “Petruška”, ha gestito con un attimo di ritardo senza riuscire quindi a rimediare a un attacco completamente sballato dei mezzosoprani del coro, che si sono trovati a cantare la battuta 15 quando ancora il resto della formazione cantava la battuta 8…

Di solito, quando dirige cose che non dirige tutti i giorni, Mehta è più attento, intraprende un non banale scavo interpretativo (molto buoni i suoi Strauss degli ultimi anni, il “Rosenkavalier” [con Gramms] e “Die Frau ohne Schatten” [con l’amico Kokkos], che non aveva mai diretto e che ha riletto in chiave nostalgicamente mitteleuropea senza però negare né il gioioso lieto fine né senza venir meno all’ironia necessaria a quel repertorio; anche il suo “Makropulos”, creato di concerto con l’amico Friedkin, risultò molto calibrato nella tensione) e porta a casa un buon risultato, da interprete e non da meccanico…
in questo “Aleksandr Nevskij”, però, sembrava poco coivolto: i suoi gesti, oltre a essere impacciati, sembravano svogliati, soprattutto nei primi movimenti…
per la “Battaglia sul Ghiaccio” si è limitato a “dirigere il traffico”, dando sì una certa organizzazione a ogni cosa, ma senza alcun guizzo che rendesse la tensione della vicenda narrata…
per fortuna, qualcosa è cambiato nell’ultimo movimento, a cui Mehta ha inferto un deciso taglio interpretativo (finalmente): il trionfale ingresso di Nevskij a Pskov non ha ispirato gioiosi festeggiamenti, ma ha innescato ascetiche preghiere… il movimento è stato, quindi, lentissimo, ieratico, sacrale, e io non ho potuto che rallegrarmi di questa scelta in quanto scelta, segno di umanità e non di meccanicismo, per cui, finalmente, mi sono emozionato all’ultimo fortissimo, gridato da un coro in estatica emozione di preghiera, anch’esso felice di essere guidato in una interpretazione “unica” e non in uno “stampo”…

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