Die Harmonie der Welt

Tristano e Isotta al Comunale…

Billy Wilder disse: «Sono andato a vedere Tristano e Isotta. È iniziato alle 8. Dopo 3h, ho guardato l’orologio… ed erano le 8.20…»
***
questo è un vecchio aneddoto sulla noia che di solito coglie il pubblico concreto che si approccia a Wagner… e Mehta lo racconta nella sua autobiografia: Mehta è stato per 16 anni direttore della Los Angeles Philharmonic e ha fatto amicizia con molte personalità di Hollywood, tra cui il vecchio Wilder, che gli riferì la storiella…
Da allora sono passati tanti anni, e Mehta, come dico sempre, da impetuoso innovatore energico, si è trasformato in un grande professionista, che si affida alla sua enorme esperienza, risultando, forse, un po’ privo di emozione quando si mette a dirigere cose che dirige da 40 anni (vedi Turandot, Aida, i poemi sinfonici di Strauss, Bruckner, Beethoven, La Sagra della Primavera ecc. ecc.). Solo nei pezzi che dirigeva per la prima volta (Der Rosenkavalier, Die Frau ohne Schatten, Makropulos) io ho sentito che l’emotività supportava il professionismo.
Per Tristano e Isotta, suo vecchio cavallo di battaglia, mi aspettavo che facesse come la Turandot di pochi anni fa: che dirigesse a occhi chiusi, con cenni simili a quelli di un vigile urbano…
Invece, evidentemente Wagner lo appassiona molto di più di Puccini (cosa che, in effetti, dichiara sempre), perciò la sua gestione non è stata semplicemente quella di fare da metronomo (come fece con Turandot), ma, pur rimanendo il grande tecnico che è sempre, ha dato vita a una efficace forza drammatica.
***
Il taglio che Mehta ha dato è quello che dà sempre alle opere che dirige negli ultimi anni: l’opera, per lui, è un’azione teatrale, una narrazione, non dissimile da un film (ecco perché cerca spesso registi di cinema che facciano gli allestimenti, vedi Ozpetek, Herzog e l’amico Friedkin).
Wagner, però, pur chiamando l’opera “azione”, ha azzeppato i dialoghi di disquisizioni filosofico-letterarie sull’amore, l’essere, il non-essere, con citazioni più o meno derivate da Schopenhauer, in un consuntivo mirabile di tutto il pensiero Romantico, insieme idealista e nichilista, da Novalis in avanti. Il secondo atto ha ben poca “azione” come la si intende normalmente. Infatti, i direttori sottolineano il valore mistico, ascetico, contemplativo e filosofico della musica: Böhm come Bernstein, Solti come Karajan, nelle loro registrazioni più famose, allestiscono un grande poema sinfonico con parole. Mehta va in controtendenza rispetto a loro, in accordo alle idee di altri direttori “giovani” rispetto ai precedenti, per esempio Barenboim (amico intimo di Mehta) e Pappano.
Perciò la dimensione narrativa, serrata, ritmica (in senso drammaturgico) è centrale nel suo taglio interpretativo. Non ci sono troppi sospironi estatici, si va direttamente al sodo, i tempi sono stretti, la pienezza del suono è asservita di più per sottolineare la trama che per accompagnare il pensare dei protagonisti.
Queste cose rendono un servizio ottimo ai momenti di pura vicenda (il filtro che viene bevuto, Tristan contro Melot, gli scontri con Kurwenal e i racconti tragici), ma, nel secondo atto, il duettone di solo amore e filosofia risulta un po’ sbrigativo e perfino il finale “Mild und leise” di Isotta rischiava di essere molto stringato.
I cantanti però erano molto bravi, e il fatto che a Mehta piaccia molto Wagner, garantisce una solida resa e un ottimo effetto.
Parlando per gusto personale, io preferisco l’equilibrio che ottenne Carlos Kleiber nel 1982, che riuscì a essere sia narrativamente serratissimo, sia poeticamente slanciatissimo e emozionatissimo, però, la virata totalmente diretta e attenta precisamente a rendere il racconto è perseguita da Mehta con molta coerenza, e il risultato lo raggiunge pienamente.
***
La regia di Stefano Poda è quella che Poda fa sempre… la sua idea è di “opera-quadro”…
È, in un certo senso, simile a Hugo De Ana, che però è molto più attento al movimento, mentre Poda è assolutamente pittorico: i cantanti stanno fermi in un ambiente perfettamente curato, zeppo di simbolismi arcani.
Lo scorrere del riso che crea una sorta di montagna come se fosse una clessidra (e io l’avevo preso il riso per sabbia, in effetti: ho appreso che era riso grazie alle note di scena), a segnare l’inesorabile incedere del tempo; il luogo scuro, metallico, con la pedana quadrata che va e viene; le due porte da cui escono allegorie varie incarnate in personaggi metaforici (per esempio sacerdoti che procedono lentamente da un’apertura, recando piantine via via sempre più fiorite; madri e figlie che mimano la vita, prima con movenze che indicano l’infanzia, camminando gattoni, per poi imitare fattezze allusive alla vecchiaia); le luci che si animavano in accordo all’intensità della musica, provenienti da ogni angolo del palco.
Una scenografia inconscia, mentale, simbolista al massimo. E, in questo, non proprio nuova. Certamente suggestiva (le luci erano ottime), e a me piacciono gli allestimenti onirici e simbolisti, però zeppa di suggestioni quasi antiche: lo spazio in tutto simile ai lavori di Appia e Craig (che la fanno da padrone nelle scenografie wagneriane da Wieland Wagner in poi), le luci e la pedana che sembravano simili alle strutture di Copeau o Fuchs.
Molto bello da vedere, ma molto già visto, forse… e le ambizioni di artisticità erano davvero smisurate, e, quindi, un po’ illustrative: per esempio caratteristica di Poda è quella delle luci, spesso dorate, di taglio che fanno sembrare i cantanti figure sbalzate, come dei bassorilievi alla Ghiberti, privilegiando la staticità e il senso di tableau, ma questa caratteristica, ripeto, è perseguita anche da gente come Pier’Alli o De Ana ma in maniera molto più compiuta e interiorizzata, così come l’inconscio mentale, a Firenze, era stato indagato con maggiore emozione da Robert Carsen nell’Elektra; e in Tristano e Isotta cose simili a quelle di Poda le volle fare Jean Pierre Ponnelle con la sua scenografia fatta semplcemente di un albero luminoso a Bayreuth nel ’92, a mio avviso un risultato più carino di questo fiorentino.
Nonostante tutto, però, l’effetto c’era ed era comunque bellissimo, ed era anche un allestimento potentissimo e costruttivamente impegnativo (anche per le comparse allegoriche che dovevano muoversi lentissimamente in accordo con la musica). Alla fine tutto si tingeva di bianco, a sottolineare bene il passaggio tra l’essere e il non essere: speravo che anche lo scorrere del tempo, simboleggiato dal riso, si fermasse, ma invece no…
***
Riassumendo: in scena un Tristano e Isotta molto suggestivo, e in musica una densa scansione narrativa – che queste cose vi piacciano o no, beh, dipende da voi.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Crea un sito o un blog gratuito su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: