Die Frau wirft keinen Schatten, der Kaiser muß versteinen!


Giorno 365, l’ultimo dell’Anno II dello Stato Tirilullino

insomma:
questa Frau ohne Schatten al Maggio Musicale a Firenze!

i retroscena che io desumo dal troppissimo tempo che ho aspettato quest’opera, verificando la sua effettiva rappresentazione sul blog e sul sito del Maggio (vi ricordo che vi parlo di quest’opera dal lontano Heil! Il Palazzo!, quasi un anno fa; cfr. anche il calendario di Kentucky
Harvester
), vociferavano di
1) registi che rinunciavano – Mario Martone che se ne andava, sostituito quasi subito da Yannis Kokkos, che è una leggenda, anche per me: era suo l’allestimento del Pelléas et Mélisande a Vienna, da cui Abbado fece la registrazione da me saccheggiata per Camille, Closer e WH

2) soprani che rinunciavano – Jeanne Michel Charbonnet, da me adorata nella Katerina Izmailova di S^sotakovic^ (in cui era matericamente bellona e simpaticona), se ne andava, e arrivava Elena Pankratova

3) Bondi, al Ministero, che minacciava di chiudere tutto, continuando ad insistere che il Maggio Fiorentino è di Serie B

alla presentazione del Congressone su Strauss, nel Salone dei Cinquecento, Zubin, dopo l’accorata pena del vicesindaco (molto politico), e della praticità del sovrintendente Giambrone (che, senza andare nella propaganda politica, semplicemente registrava le difficoltà di non sapere come sarà il futuro, dicendo chiaramente quanto sia frustrante cercare di lavorare al massimo, ma non avere neanche la sicurezza di poter assumere un flauto!), ha fatto un intervento dei suoi: commovente e disarmante nella sua logica speciale:
“io sono stato qui nel Salone dei Cinquecento, per la prima volta, nel Dicembre del 1966, e il Teatro era sotto l’acqua per l’alluvione… e adesso, dopo quasi 50 anni, ritrovo il teatro sotto l’acqua dell’incertezza politica: provo un grande dispiacere a vedere che l’Italia sta scacciando via i suoi talenti: trovo italiani dappertutto nel mondo, e fanno ricerca, musica, medicina, ma non stanno qui perché vengono cacciati”
tutto questo detto con la sua voce “bonacciona” ma quasi “lamentosa”

si diceva che la prima era passibile di sciopero
ma Zubin ha detto che c’era una gioia e un interesse per quest’opera, nell’orchestra e in tutti i lavoratori del Maggio, che lo rendeva fiero e sicuro che la prima si sarebbe fatta…

e difatti la prima s’è fatta

al Falstaff del
2006 c’era la Regina di Danimarca, con io e Anya increduli (vedi il
vecchio Going
Through the Motions
)…
a questa Frau c’erano
Giuliano Ferrara, proprio vicinissimo a me
Piero Gelli, che però era lontano, l’ho solo visto entrare (l’avevo già visto e gli avevo stretto la mano addirittura al self-service dell’Autogrill di Serravalle sulla Firenze-Mare! un paio d’anni fa!)
Sofia Loren (sul palcone, povera donna, molto bella, ma da lontano sembrava quasi finta, insieme a Nancy, cioè la moglie di Zubin e a tante altre “Principesse di Torlonia” che non ho identificato)…

così tanta gente l’ho vista solo al Festival del Cinema a Venezia!

ho immediatamente pianificato di presentare il mio “disappunto per le sue idee” a Ferrara (vedi anche Lachian Dance), alla fine dell’opera…
ho avuto l’occasione di farlo al bar, tra il primo e il secondo atto…
io, trafelato, perché stava per ricominciare, avevo appena comprato la bottiglina d’acqua e le cingomme, ho incrociato Ferrara e gli ho urlato, senza fermarmi: “le piace?”
e lui: “sì, molto!”
ma io ero già lontano!

il casino è che, nel terzo atto, Ferrara non c’era!
quindi non ho potuto fare azioni dimostrarive… tipo: Sputargli e poi cercare di scappare fuggendo dai gendarmi!

i Principi di Torlonia, anche accanto a me, devono essere stati tanti…
e so per certo, anche dalla prova aperta fatta il 20 Aprile, che quasi nessuno conosceva l’opera: almeno in tre m’hanno chiesto la trama alla prova aperta, e ho sentito molti commenti proprio sulla trama, chiaramente appena desunta dalla sinossi sul libretto di sala…
quello accanto a me però era un grande, l’ha “diretta” con la manina, quasi tutta!
quello davanti a me s’è entusiasmato allo strombattuto finale; quello accanto a me di là ha addirittura dimostrato a parole il suo piacere (ha tipo “urlato”: “ahhhh!”)

dunque:
l’allestimento:
Kokkos è bravo e ha fatto una cosa complessa tecnicamente, ma molto “rassicurante”: niente a che vedere con la tecnologia della Fura del Ring wagneriano o ai ballerini infantili-animaleschi di Pelly con la Volpe Astuta…
e neanche con l'”anti-storia” di Nekrosius del Boris Godunov del 2005
né, tanto meno, con l’astrettezza di Ronconi e il Lohengrin del ’99, e di Carsen dell’Elektra del 2008…

era una cosa “leggibilissima”, dai colori primari (blu e rosso in primis) tenui, certamente oscuri (tutto sembra svolgersi nell’oscurità, benché, in quanto a buio, il Carsen dell’Elektra davvero non lo batte nessuno), ma che mettevano “serenità”…

le “verwandlung” e gli interludi erano garantiti dalle solite proiezioni, che però non erano filmati digitali stile Fura, erano più delle tenui ombre…
il mondo “normale” era en plein air, con le scene con i praticabili, con tanto di “casina” di Barak…
il mondo “magico” era più “zeppo di roba” (alberini stilizzati, colorini rossi, lance da caccia stilizzate, scaloni magici, passerelle illuminate) ed aveva davanti il telone da proiezione, e quindi sembrava davvero immerso nelle nuvole, nelle nebbie, nelle ombre, con un’efficacia facile ma sicura…

Kokkos, poi, è stato bravissimo nella narrazione, con gli espedienti giusti (lampi e lamponi) nei momenti clou (specie alla fine del secondo atto e nelle mirabilie del terzo: acqua che scroscia, gente che diventa pietra; e carino anche il falco rosso che vola nel primo atto)

su tutto si vedeva un magnifico “tondo”, una luna, che serviva da schermone per alcune proiezioni importanti, e che, con i suoi cambi di colore e di immagine, scandiva i momenti narrativi (simile, a Firenze, ho visto la luna piena biancona, che si stagliava in un cielo nerissimo su un prato di petali di rose, allestita da Vick per la Lucia di Lammermoor, sempre con Zubin, nel 1996)

parlando col violoncellista è venuto fuori: “beh, Zubin è la prima volta che dirige quest’opera…”
e il violoncellista mi ha risosto: “mmm, sì, almeno così dice…”

la cosa è interessante, poiché nella sua autobiografia, Zubin ha detto che gli italiani sono bravi in Wagner, ma lo sono pochissimo in Strauss!

di sicuro Zubin ha trovato la quadratura del cerchio (sia che fosse la prima volta che la dirigeva, sia che la dirigesse con italiani) per quest’opera

molto matericamente “fisso” e materico (mentre magari Ozawa quasi “danza”), ha reso “materica” anche la sua lettura…
moooooolto lenta
e molto “staccata”

in linea di massima Zubin, come spessissimo negli ultimi anni, si è entusiasmato molto di più nei momenti amoroso-emozionali che in quelli di grand-guignol spettacolarone…
per esempio: la prima grande verwandlung dell’Erdenflug l’ha resa potente, ma non potentissima, senza virtuosismi, ma tutta a servizio della stringenza della narrazione (per capirsi: non c’ha buttato di tutto di più, come ha fatto Solti e come avrebbe fatto magari un Conlon)…
il coro dei fratelli all’inizio del secondo atto (il massimo del grand-guignol bavarese straussiano) l’ha addirittura tagliato, seguendo i tagli che fece anche Sinopoli per la registrazione del ’96…
invece ha dato la via a tutta manetta nei momenti più emozionosi, quando i personaggi “soffrivano” davvero (impareggiabile, quindi, tutto il terzo atto, con la cacciata della Amme e la pietrificazione)… lasciandosi per il finalone amoroso tutta l’enegia (la reunion, che ha reso ancora più “strombazzante” di
Solti)

ha reso molto “granitiche” le parti centrali
del primo e del secondo atto…

ma si abbandonava a una appassionanta e tenera dolcezza nei momenti “teneroni” e disperatoni dell’opera:
nella grande aria del Kaiser nel secondo atto, per esempio, si è sciolto al massimo
e, ovvio, nel superbo duettone d’amore tra Barak e la moglie all’inizio del terzo
e poi nel finalone…
in questi momenti la “lentezza granitica” rendeva un servizio eccellente, perché diventava calda passione amorevole, tutta sentita e emozionale, emozionante e avvolgente…

molto belli i momenti in cui la narrazione incombeva seria:
la prima verwandlung, s’è detto, tutta concepita come “partecipata azione” e non come “esercizio” di potenza orchestrale (anche qui si avvicinava a Sinopoli);
poi, faceva un effetto strano vedere come la lentezza granitica, che così tanto “premeva” nei momenti centrali del primo e del secondo atto, era invece un punto di forza nella narrazione strong, tipo nel finale del secondo atto…
un Finale II molto lento e “staccato”, che però nella lentezza e nello stacco diventava ancora più stringente e avvincente! – anche in questo finale sembrava Sinopoli, ma Zubin ha dalla sua un senso dell’attesa e della suspence che Sinopoli (in quella registrazione del ’96) mi sembra non abbia dimostrato… quella di Zubin si rivelava una “lentezza” che accellerava la tensione invece di sminuirla…

in Solti il Finale II era pauroso, sembra adombrare spettri di guerra e perfino di “nazismo”, con gli ultimi suoni degli ottoni presentati a mille…
Zubin li ha stemperati in un momento, sì terribile, ma più “naturale”: precisissimo e quindi incombente, ma anche “ineluttabile” e quindi più pieno di pietà per i personaggi…



grandissimo poi Zubin a far arrivare sul palco, per gli applausi finali, tutta l’orchestra, cosa ormai tradizionale dopo il Ring… come il cantare il “tanti auguri” per Zubin, nato il 29 Aprile, e quindi è il suo compleanno a tutte le prime del Maggio!




i cantanti sono stati tutti grandissimi ed è un’opera che ti sfonda, ma proprio taaaaaanto…
la Kaiserin è uno dei miei personaggi preferiti: eterea e dolce, impalpabile e “bionda”: ti va acutissima (quasi come Astrifiammante, la Königin der Nacht dello Zauberflöte) e poi bassissima… – la Pieczonka ci credeva, l’ha fatta parecchio bene, tutta appassionata nel monologone del “sacrificio” (ich will nicht) tutto parlato del terzo atto, anche se non aveva proprio il fisique du role, ma deh!

la Frau è sensuale e febbrile, mossa e mobile, grezza e “mora”: fa delle sfuriate quasi urlate, quasi sempre lassù in cima, ma spessissimo “mormorante” di incazzatura – mi sarebbe tanto piaciuto vedere la Charbonnet, che nella Katerina Izmailova era davvero mobile “stroiosa” quanto ci voleva, ma la Pankratova era altrettanto simpatica (e quella più entusiasticamente saltellante durante gli applausi), bella piena eh (forse troppo, ma, si sa, con le cantanti è così – benché non arrivasse alla “mole” di Alessandra Marc, o Jennifer Wilson), e un’attrice molto volenterosa e appassionata…

il Kaiser è una parte di tenore eroico, e Kerl invece ce l’aveva bene il fisique du role

Barak era Dohmen, davvero molto bravo

eccellente la Braun nella Amme, che è un mezzosoprano veramente “cavernoso”…






alla fine della serata ho avuto vicissitudini poco piacevoli che vi racconterò a voce (ho perso i biglietti dei prossimi spettacoli nel calpestio della platea… li ho cercati insieme alla maschera, ma senza successo!, domattina torno in biglietteria a vedere o se li hanno ritrovati o se posso ristamparli: bella rottura di coglioni!)




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