Angel of the Waters


Dunque:
da Sud a Nord e da sinistra a destra, come fanno le guide…


STATEN ISLAND
appena svegli,
colazione americana e la nostra prima Metropolitana…

la
fermata di South Ferry è corta, quindi, per uscire bisogna essere sui
primi vagoni del treno… dopo Battery Park, alla penultima fermata,
difatti, sono stati proprio i newyokesi a dirci di arrivare alle prime
carrozze…

poi siamo saliti ad un molo che è bellissimo…
quel South Ferry sembra si chiami anche Whitehall Street Ferry, molto
moderno e funzionale, grandissimo, con dei bagni (che non sono
"bathroom" bensì "restrooms") bellissimi e un’atmosfera di grande
modernità…

il battello per Staten Island è completamente
gratuito, è arancione, e permette di vedere la città dalla prospettiva
dell’acqua, dell’Hudson River, ed è veramente perfetto per ammirare
tutte le isole…

Liberty Island:
piccolissima, la Statua della Libertà è piccina e deludente rispetto a quando la vediamo, nella Working Girl, inquadrata da Nichols e Ballhaus in un aereo piano sequenza…
vi dicevo che fa più effetto il SanCarlone di Arona (Lago Maggiore, provincia di Novara)

Ellis Island:
quasi impossibile accedere al museo, che è costosissimo e di esagerati tempi d’attesa…

Governors Island:
bellina, un sacco di pratini…

la
vista dal Ferry è splendida: vedi bene il ponte di Brooklyn e tutti i
distretti: Coney Island, collegata con la Staten tramite il Ponte di
Verrazzano, che è proprio bello, dalle linee anni ’60 molto
interessanti; Brooklyn e il Queens

Staten Island è signorile:
sembra di essere nel ‘700 appena dopo la Rivoluzione… se avessi visto
camminare George Washington non mi sarei stupito…
somiglia a certe
nostre cittadine in riva ai laghi, tipo anche Gardone Riviera (Lago di
Garda, Brescia) o Lovere (Lago d’Iseo, Bergamo – che, occhio, è molto
più brutta di Saint George, che è il primo posto che si vede scendendo
dal Ferry).
Ho visto una cosa molto curiosa prima di rientrare nel Ferry: una gita scolastica:
c’erano 4 maestre e una classe di tantissimi ragazzini, sui 10 anni…
era fantastica: 2 insegnanti erano nere, 2 bianche, e tra i bambini, che erano proprio tanti, una sola bambina era bianca
e
tutti educati e precisi, con le divisine, attraversavano la strada,
senza però sembrare automi di certe scuole militari, facevano il loro
bel cicaleggio e le maestre le richiamavano all’ordine, però è stata
una visione molto "sana"…

BATTERY PARK E IL FINANCIAL DISTRICT
sono cose che ho visto molto di sfuggita…
usciti
dalla Metro City Hall/Brooklyn Bridge ci ritroviamo nel solito clima
"Washington, Jefferson e Adams", che però via via che si va in giù
scema, verso la più stereotipata atmosfera yuppie, da Oliver Stone a
Easton Ellis…
gli alberghi sono immensi, tutti di corsa…
Ground Zero è ovviamente una tristezza: transenne e teloni ricoprono un immenso cantiere…
il
Chargin Bull è grande e sovraffollato, però la rotonda del Bowling
Green, con la fontana in mezzo è carina e molto ampio è il Battery
Park…

IL COMUNE
immerso, quasi nascosto, da un
carinissimo parco (in cui un cartello dice: "rispetta gli altri"), è
piccolissimo e forse il municipio più bellino che abbia mai visto
(rispetto alla sovradimensione dell’Hotel de Ville parigino — e,
ovvio, considerando Palazzo Vecchio da un’altra parte)…
Certo che
l’amministrazione sera si fa nel suo "gemello" grande, appena
attraversata la strada: grande ma non grandissimo e della stessa
accoglienza carina…
quella intorno al comune, confinante e
confluente al Financial District è una zona impagabile: piazzettine con
i ballerini, fontanine, chiese finto-gotiche (sempre 1880 quando non
sono del 1940) con relativi cimiterini molto pittoreschi… niente a
che vedere con le amenità dei cimiteri mitteleuropei (Salzburg, Wien, o
anche Canazei e Ortisei), però bellini…
[i cimiteri grossi sono nel Queen più profondo]

IL PONTE DI BROOKLYN
nero e gotico, austero e quasi accigliato, non mi ha fatto un effetto così bello…
anche perché più che gotico è "gotichega", dato che è stato fatto nel 1880…
per
farlo a piedi ci vuole due ore, e benché abbia davanti il Comune e
l’atmosfera aristocratica dei Padri Fondatori, le zone immediatamente
precedenti sembrano oscure case popolari…
il Ponte di Verrazzano, fato nel 1964, mi ha fatto più effetto: paradossale!

LITTLE ITALY
movimentata e italiofona, anche se è tutto una finta: gli italiani, a New York, sono dappertutto, dal Bronx fino a Coney Island.
È
ad esclusivo consumo turistico: ristoranti assoprellati, negozi
italiani assoprellati, specie nella turistissima Mulberry Street…
È
qui che ho notato la sorprendente "oscurità" che avvolge New York: i
lampioni vanno pochissimo, molti angoli sono al buio, il fumo esce
costantemente dai tombini… roba da avere paura…
è per questo che dicono che, forse, i film che si avvicinano di più all’atmosfera newyorkese sono:
Taxi Driver di Scorsese, ’75
The French Connection di Friedkin, ’71
Bringing Out the Dead di Scorsese, ’99
e Conspiracy Theory
di Dick Donner, ’97… specialmente Donner (con John Schwartzman) rende
al meglio le luci che ci sono, ma che non risolvono questa buiaggine…
e, splendido, Donner parla degli elicotteri neri che veramente
sorvolano Manhattan…

c’era un negozio che vendeva il merchandising ufficiale di John Lennon…

TIMES SQUARE E I TEATRI!!!
Times Square non è una piazza, occhio, è un incrocione…
è come la si vede nei film, soprattutto in Phone Booth fotografata da Schumacher e Libatique…
i maxischermi con le pubblicità, la zeppaggine di negozi che boia deh…
c’è
da dire però che io, in quanto a gente assiepata, ne ho vista di più a
Salerno la sera dopo cena, e a Madrid, nella via del Corte Iglès, nel
lembo di strade tra la Gran Via e Plaza Mayor…

tutto intorno: dozzine di teatri!
proprio tanti!
con annesse locandine enormi affisse sopra…

interessante
vedere come, accanto alle pubblicità e ai manifestoni dei film, c’erano
anche i manifestoni delle serie TV: segno che qui in Amerinca le serie
TV battono la stessa cifra pubblicitaria dei film di Hollywood, wow!
nel manifesto della serie c’è scritta la data delle prime puntate e l’emittente…

IL MAJESTIC THEATRE E THE PHANTOM OF THE OPERA
la disavventura occorsa in Il Guardiano del Dungeon del Monte Lima
ha permesso, nella sua tragicità, una delle giornate migliori, quella
del 13 Ottobre 2008, con il Guggenheim, il MoMA e la visione de The Phantom of the Opera al Majestic Theatre…
l’11 Ottobre avevo già avuto un assaggio dello spettacolo anglosassone con le opere, la Salome prima e la Lucia
al Majestic, però, le cose sono state diverse…
il vero spettacolo anglosassone l’ho visto lì…
lo
spettacolo quello vero, senza cazzate e senza madonne… quello che noi
in Italia non abbiamo mai avuto e non avremo mai a causa della Commedia
dell’Arte, e che loro hanno grazie a Shakespeare…
visto?
nel ‘500-‘600 noi avevamo gli Andreini, loro avevano Shakespeare…
loro
se ne sono fregati di Stanislavskij e hanno sviluppato autonomamente
(grazie a Oscar Wilde e Laurence Olivier e anche, diciamolo, a
Zeffirelli dai!) una potenza visiva di spettacolo…
noi siamo stati
salvati da Stanislavskij e sopratutto dai suoi derivati (Mejerchol’d, e
da lì, Barba e Ronconi)… ma sono Strehler e Ronconi ci sono stati da
noi…
la Commedia dell’Arte in noi è rimasta come un cancro…
siamo zoppi…
e gli sforzi di Cocciante e David Zard (Notre Dame de Paris),
spero vi rendiate conto, che sono risibili… e che hanno portato a una
sterminata produzione di roba che hanno chiamato "musical" (la roba di
Zucchero sui 10 comandamenti, gli infiniti Peter Pan dei Pooh, il non
so che di Golzi e Cassano, la Tosca di Dalla, il Romeo e Giulietta
ancora di Cocciante, e, tremendo, il musical di Amici di Maria!!!) ma
che invece infastidisce al pari delle fiction e dei reality…

il The Phantom of the Opera di Harold Prince va avanti dal 1986…
sono 22 anni…
ma io non ho mica mai visto uno spettacolo così vitale ed efficace…
così lussuoso, ma non gratuitamente, lussuoso perché è così che deve essere…

il
film di Schumacher si vedeva che era un’interpretazione, come un
allestimento di un’opera o di una play, come la roba che si fa noi,
bellino esagerato e carino…
ma questo qui al Majestic non era "interpretazione", ma era l’"originale"…

si sentiva come molte musiche di Lloyd Webber c’erano proprio perché le richiedeva la messa in scena di Prince…

è stato come vedere un’opera nelle rappresentazioni contemporanee: come vedere la prima Turandot di Forzano…

con questo mica voglio dire che l’interpretazione non ci fosse: il direttore, David Lai, correva a più non posso…
"All
I Ask of You", invece di avere la lentezza innamorata della
contemplazione estatica dell’amore (come Lloyd Webber l’ha sempre
intesa, avendola scritta in "ossequio" a The Sound of Music e a Richard Rodgers), aveva la vivacità dell’amore giovanile, il movimento inarrestabile della passione dei giovanissimi!
così come The Point of No Return era una litigata molto sospirata e quasi "parlata"…

la nostra Christine era Elizabeth Loyacano, che aveva un vocione!
proprio grosso!
non è affatto arrivata al gravissimo "us" di "consume us" di The Point of No Return,
però recitava bene (l’ha risolta con un sospirone e un movimento
bellino, proprio uguale a quello che faceva la Brightman; e Lai, con la
sua corsa, l’ha aiutata non poco, facendo un "insieme" efficacissimo) e
il suo timbro era unico: pesante e da scaricatrice, quasi indelicato,
però proprio per questo vivo e sincero, naturalissimo (da far paura) e
reattivo, veritiero e salutare!
ti faceva stare benissimo e dava davvero un’idea di happening e di immediatezza!
proprio
boia deh! [nessuna parentela con la vocina della filmica Emmy Rossum:
la Rossum è un sopranino, la Loyacano è uno sopranone: Gilda del
Rigoletto contro i soprani wagneriano-straussiani!: Liù contro
Brunnhilde!]
roba simile l’avevo vista nella Tiziana Fabbricini della Traviata di
Riccardo Muti e Liliana Cavani alla Scala nel ’92: potenzialità vocali
feroci ed incontrollate, quasi spiacevoli, ma compensate da una
vivacità vivida che davano corpo scenico alle esagerazioni vocali…

il
Phantom era Howard McGillin, gigione e luciferino, niente a che vedere
con il "melodico" Michael Crawford (l’originale), e molto più vicino al
Butler del film…

il teatro era uno spettacolo nello spettacolo:
antico e raffinato, dove Gershwin debuttò con Porgy and Bess nel 1935…
anche gli edifici teatrali sono diversi: sviluppati per altezza…


andare a Broadway è un’esperienza quasi "sociologica": è un’idea di teatro come dovrebbe essere, ma che da noi non è…
anche se hai il biglietto c’hai comunque da fare la fila:
una fila immensa anche dopo 20 anni di repliche!
la fila arrivava fino all’entrata del Broadhurst, dove facevano Equus
la
gente era felice e contenta di essere riuscita ad entrare, affascinata
e conquistata dall’unicità del Majestic, che è tappezzato di velluto
verde, di antichità signorile, simile ai teatri di corte: a Firenze il
corrispettivo è il Cinema Odeon…


indescrivibile…

una di quelle cose che è stata il non plus ultra di questo viaggio alle volte irritante per la compagnia…








IL ROCKFELLER CENTER, ST PATRICK, LA PISTA DI PROMETEO E IL TOP OF THE ROCK
La
pista di Prometeo si vede in tantissimi film, ci pattinano sul ghiaccio
felici e contenti tutti quanti. La statua di Prometeo, dorata e
pacchiana, non è però bruttissima, anche se è illuminata dalla luci di
tutti i colori stile la fontana del Ghirigono a San Vincenzo nel 1988…

la
chiesa di St Patrick è austera e bruttoccia… il solito gotichega
(gotico una sega) simile a molte smaronate 800entesche viennesi…

il
Top of the Rock, la cima del Rockfeller Center offre un’ottima
alternativa all’affollatissimo Empire State Building per vedere a città
dall’alto: l’Empire ha un difetto: da sopra l’Empire, ovviamente, non
si vede l’Empire!
il Top of the Rock risolve il problema!
per farti entrare ti fanno un po’ dannare eh (gli ascensori sono riempiti con poca accortezza), però ne vale la pena a bestia!

PARK AVENUE, LEXINGTON E MADISON
le vie oltremodo pottine…
la Park ha le aiuoline come divisori di carreggiata stradale…
la Lexington Avenue ha una stazione di cui vi parlerò alla voce della Metropolitana…

IL WALDORF ASTORIA
l’albergo de Il Principe Cerca Moglie non è principesco, è quasi nascosto, arroccato nel suo orgoglio patrizio…
sembra una cosa normale…
invece è il vero numero uno del lusso e si vede proprio per la sua "schiva" facciata…
il lusso vero è quello che non si vede!

GRAND CENTRAL TERMINAL
Bellissima!
il
tetto verde dello zodiaco sovrasta una elegantissima e patrizia
stazionciona, che più che una stazione sembra un club inglese
vittoriano…
pulitissima, con i cessi di extralusso, zeppa di piani stracolmi di ristoranti e di cioccolaterie!
la facciata è splendida e accanto ha il Chrysler Building
non
ha nulla a che vedere con le altre stazioni della Metro, oscure,
anguste e per nulla chiare, lei è la Regina dei Terminal metropolitani
newyorkesi…
come una stazione dovrebbe essere

CHRYSLER BUILDING
senza dubbio il "più bello"… già ve lo dicevo…
è stato fatto nel ’30, ma le sue idee visive sembrano arrivare dirette dal 2000…
i
suoi triangolini sovrastati dall’antennone e i gargoyle acquilosi che
spunzonano dagli angoli… il suo colore grigio ma quasi blu…
la sua forma quasi ad H…
ma
soprattutto quel qualcosa che non si rende con le parole… la sua
"unicità" sicura ed indescrivibile, come se si fosse al cospetto di
un’impresa, un’enterprise, che non di dice, la si fa e basta…
il suo interno quasi dorato e inaccessibile lo rendono ancora più leggenda…

FORD BUILDING
bello!
davanti alle Nazioni Unite…
tutto reso con "squadri" triangolari che rompono il suo innalzarsi…

PUBLIC LIBRARY
è quella con i leoni dell’inizio di Ghostbusters
dramma:
è una di quella cose a cui Laszlo Kovacs e Ivan Reitman hanno dato una vita che non ha…
è
piccola (niente a che vedere con la Nazionale a Firenze) e poco
accogliente e non ha nessun piazzone antistante, come invece Kovacs fa
sembrare…
è anche la casa di Mente in John Carpenter’s Escape from New York… anche lì Carpenter e Dean Cundey le hanno dato un fascino notturno che non ha, dato che di notte è tutta spenta…
però i leoni sono simpatici e belloni…

EMPIRE STATE BUILDING
rispetto
alla futuribilità di Van Alen e del Chrysler, l’Empire State è possente
e geometrico, materiale e razionale… bello, sicuro, ma non ha nulla
di "artistico"…

UNITED NATIONS
discorso simile alla Public Library: Sydney Pollack e Darius Khondji, in The Interpreter, hanno fatto apparire il suo blu come chissà che…
ma è vecchio, e si vede…
le bandiere fanno sicuramente impressione, però deh…

TIFFANY & CO.
Edwards e Franz Planer, invece, sono stati molto onesti nel ritrarre la magia di Tiffany…
Holly Golightly ha davvero ragione nel descrivere quel posto…
un surrogato di felicità…
le cose vanno bene da Tiffany…
concorrono all’amonia le sue minuscole vetrinette, mai esagerate…

MoMA
The Museum of Modern Art…
cazzarola ragazzi!
è tra i musei più supersonici che abbia mai visto, quelli che hanno una loro "aria", una loro "identità"…
Yoshio Taniguchi, l’architetto, ha fatto veramente un capolavoro!
entri ed hai tutto a portata di mano, ordinato e sempre raggiungibile…
come al Prado e gli Uffizi, tutto il contrario del Louvre e del Metropolitan…
ma il museo che gli somiglia di più è senz’altro il d’Orsay di Gae Aulenti…
i piani sono raggiungibilissimi da facili scale mobili…
non hai bisogno della cartina (che invece è indispensabile anche al Prado e agli Uffizi)
il giardino delle statue è similissimo al Mezzanino della Gare d’Orsay…
lì respiri e ti prepari al meglio…
perché s’ha voglia di dire "l’arte moderna fa schifo e olè e olà"…
e per noi che viviamo in eXperimenta e in Extempore purtroppo è vero…
ma quella non è Arte moderna, è merda…
io sono stato quasi 40 minuti in estasi davanti ai Jackson Pollock, al bellissimo Vir Heroicus Sublimis
di Barnett Newman (1951, che altro non è che un rettangolone rosso
percorso da casuali linee verticali di colore diverso, ma è così grosso
ed imperioso che fa davvero impressione), ai quadratoni assoprellati di
Mark Rothko…
e poi la roba seria:
i riflessi delle nuvole sullo stagno di ninfee di Monet (tre quadroni uno accanto all’altro, che, ovviamente non sono la fantasmagoria dell’Orangerie di Parigi [che ancora non ho visto, uffa], ma che ti lasciano "astonished!");
Boccioni (c’è la famosa statua dorata: Forme uniche di continuità nello spazio, 1913 – e anche, splendido, il Dinamismo di un giocatore di calcio
— come al solito gli assunti futuristi sono banali e schifevoli, ma
hanno portato a roba straordinaria: i quadri di Boccioni sono enormi e
hanno un uso del colore che porta via)
Dalì (ci sono gli orologi flosci! ovverosia La Persistenza della Memoria, 1931, che è piccolissimo! lillipuziano! non credevo!)
Balla (il dinasmismo delle rondini)
Lichtenstein (la donna che affoga)
non si contano i Picasso e i Braque (Les Demoiselles d’Avignon,
1907 sono lì), i Cezanne, i Seurat, i Gauguin, gli Henri Rousseau, i
Matisse, gli Chagall, tantissimi i Lèger e i Mondrian, molti Mirò e
Magritte, mi è piaciuta molto perfino la Stack di Donald Judd (1967)…


e, soprattutto…
la mostra:
Van Gogh e i Colori della Notte!!!

dove c’era tutto il tuttibile!

sono stato un’ora davanti alla Notte Stellata

e c’erano un sacco di opere di Van Gogh provenienti da tutti i musei del mondo…

e il ristorante non è neanche male! (anche se il museo in cui ho mangiato meglio è stato il Prado)
boia deh!

tra i luoghi più belli e "superoni" di questo viaggio…

LO SHERATON NEW YORK
lussuoso, sicuro…
ma rispetto a quello che la Famiglia Bianchi ha visto in passato nei suoi viaggi alla volé, era abbastanza nella norma:
il Victoria Jungfrau, a Interlaken, Bern, Schweiz
il Mohrenwirt (o come cazzo si scriveva), a Fuschl am See, Salzkammergut, Österreich
l’Hotel AdHoc, Valencia, España
reggevano bene lo scozzo…
l’eccellenza
del servizio era ottima: in un secondo ho avuto l’adattatore per la
presa del portatile, dopo il pessimo acquisto di una fetenzìa spacciata
per adattatore all’aeroporto di Pisa…

IL COLUMBUS CIRCLE E IL TIME WARNER CENTER
Bello
esagerato, grosso ma per nulla pacchiano, con una linea modernissima ma
non fantascientifica: il meglio dell’architettura moderna… a mio
avviso…

IL PLAZA
grande ed esattamente come lo si vede nei film: da Big Business a Mamma ho riperso l’aereo

LA PIAZZA DELLA GENERAL MOTORS CON LA APPLE
è bella grossa, c’è le fontane, il palazzo è bello ingegneristico anni ’30…

FAO SCHWARTZ
boia cane che roba!!!
se Tiffany ti fa il surrogato della felicità, FAO Schwartz è l’infanzia suprema!
tutti ti trattano bene qui nel Museo del Giocattolo…
ci sono stato lo stesso giorno del Phantom e del MoMA, una giornata campale!
i giocattoli più giocattoli!
e ci puoi giocare!
un parco giochi e negozio spettacolare, con scale mobili e tutto quanto!
ma soprattutto il Big Piano suonato da Tom Hanks in Big!
ci monti sopra con il piede e suona! e i tasti si illuminano di colori diversi!
come non amarlo!
i commessi che ci ho trovato sono stati quasi tutti degli europei, perfino un’armena!

IL LINCOLN CENTER
ve
lo dico subito: la fontana in cui Bill Murray fa la giravolta dopo che
la Weaver gli ha detto di sì all’appuntamento non c’è… la stanno
smantellando (brutti bastardi) così come la piazza ispirata a quella
michelangiolesca del Campidoglio romano…
rispetto a Kovacs e a Norman Jewison e David Watkin (che lo hanno inquadrato in Stregata dalla Luna),
la piazza sembra più piccola… e tutto è lì… la Juilliard come il
New York City Ballet (quello dei miei adorati Balanchine e Jerome
Robbins)
la Metropolitan Opera House, invece, rispetto a Jewison/Watkin e alla Florian Ballhaus (che la inquadra in una puntata di Sex and the City), è più grande, enorme e grandissima…
un po’ usurata (le ringhierine non hanno più il velluto rosso, e presentano seri segni di invecchiamento)… e, cosa stranissima per noi, sviluppata in altezza…
invece di essere lontano dal palco, come da noi in galleria,
da loro la galleria è "alta sul palco"…
c’ha
credo ben sei ordini di palchi, e vorrebbe scimmiottare un teatro
all’italiana, ma ovviamente non lo è, data la presenza delle
Balconies…
l’arcoscenico, come la Majestic, è altissimo…

è tutta dorata e rossa… forse un pochino pacchiana…

la scalinata d’entrata, però, è di grande effetto, così come i lampadari che salgono in su…

il ristorante è enorme, la biglietteria efficentissima…
e c’è un pacchianissimo ritratto di Domingo fatto da Julian Schnabel…
i
quadratoni di Chagall però sono belli, e sono alle finestre ad arco e
le rendono ancora più suggestive, anche se di giorno sono ovviamente
coperti a causa del sole che battendo li danneggia…


la Salome
la Mattila ormai ha quasi 50 anni, ma continua a fare la spaccata e a spogliarsi del tutto nella Danza dei Sette Veli…
la direzione di Patrick Summers sembrava aver in qualche modo paura… boh…
la regia era carina ma niente di che…
però,
nella sua "mediocrità", questa versione ce l’ha fatta ad essere
"aurea", e mi ha aperto ancora di più il cuore verso quest’opera e mi
ha dato nuove idee di interpretazione!

la Lucia di Lammermoor
regia di Mary Zimmerman
soprano Diana Damrau
tenore Piotr Beczala
direttore Marco Armiliato, genovese…

io ne avevo già vista una seria di Lucie… allestita da Graham Vick e diretta da Zubin Mehta a Firenze, nel 1996… Lucia era Mariella Devia… poi lo stesso allestimento l’ho sentito diretto da Roberto Abbado con la splendida Andrea Rost…

quella di Vick era la più bella Lucia che vedevo, molto più bella di quella pur dignitosa di Pier’Alli che vidi in TV con Bruson…
aveva la Luna bellissima alle spalle, i petali di rosa sul palco… le spadate…
e Zubin era molto "classico" e belcantistico…



però non c’è verso: questa della Zimmerman batte quella seppur bellissima di Vick quasi 10 a zero, diventando, forse, l’allestimento d’opera da me più gradito in assoluto (insieme, certo, a molto altri…)


vi ricordo:
il Lohengrin di Ronconi, Firenze, con Julia Jones, 1999
il Boris Godunov di Nekrosius, Firenze, 2005
l’Aida di Pier’Alli, Genova, con Patrick Fournillier, 2002
l’Aida di Zeffirelli, Verona, con Daniel Oren, 2006 (forse)
l’Elektra di Carsen, con Ozawa, a Firenze, 2008
il Barbiere di Siviglia di De Ana, Genova, con Yoram David, 1998 (forse)
il Falstaff di Del Monaco, Genova, con boh, non mi ricordo quando
il Nabucco di Filippo Sanjust e Mauro Carosi, con Daniel Oren, Genova, 1994
l’Italiana in Algeri di Jean Pierre Ponnelle, 1995 (forse)
le bellezze della Fura dels Baus, a Firenze, con l’Anello di Wagner, con Mehta, che c’ha sempre da finire…


ma questa Lucia della Zimmerman è stata unica…
tutta recitata e viva, con i cambi scena che sembravano fatti da noi FOB in WH (il sestetto realizzato come la messa in posa di una foto con tanto di scatto-flash finale)…
Armiliato ha sposato perfettamente le intezioni della Zimmerman e ha concorso ad una Lucia vitale, viva e giovane, palpitante e pulsante di sangue e tremori anche sessuali! rabbiosi e veri: si picchiavano e baciavano per davvero!
tutto molto lontano dalle Lucie svenevoli e già vecchie (come erano le pur ottime Lucie della Sutherland con Bonynge)…
Armiliato sembrava rifarsi all’edizione di Schippers, sicuro: Schippers, con la Lucia, fece faville al MET negli anni ’60…
ma la Zimmerman ha inteso proprio il personaggio di Lucia diversamente da tutti quanti: una Lucia giovane e spasmodica, energica e a strombattuto, senza svenimenti e smelensate!… come la nostra Catherine!

l’allestimento debuttò un po’ di anni fa con la Dessay e Levine…

stavolta c’era Diana Damrau:
giovanissima (nata nel ’71, forse tra le più giovani Lucie di tutti i tempi)
bellissima… biondona ma nascosta in una parruccona nera nera…
era la prima volta che cantava Lucia, lei tedesca abituata alle tedescate e a Verdi…
ne è nata una Lucia fortissima, aiutata dall’allestimento e da Armiliato che hanno proprio reso di nuovo rigoglioso Donizetti, hanno dato a Donizetti, finalmente, quello che gli compete: ossia la vita, e l’estrema modernità, la "selvaggieria" e "salvatochezza"…
hanno reso Lucia come un Cinghiale, sospirante e vibrante, vero e toccante, tangibile e veritiero!

molte altre cantanti sono state belle (Anna Moffo, soprattutto, 1932-2006; o Grace Bumbry, 1937; Edita Gruberova, 1946; Andrea Rost, 1962) o affascinanti (Leontyne Price, Jessye Norman, Ileana Cotrubas, Teresa Stratas), la Damrau, giovanissima, è senz’altro la loro erede…
andate sul sito del MET e guardate la sua possanza…

l’eleganze e le veridicità della Zimmerman era incarnata nella Damrau, che ricorre l’anello gettato, che strappa di mano il mantello a Edgardo, lo prende e se lo abbraccia e se lo sbaciucchia! bene deh!
si pipa finalmente!

Henry (Vladimir Stoyanov) la picchia e la butta in terra!

così deve essere!

tutto nelle scene elegantissime e ‘800entesche, simili all’Hamlet di Branagh, attenti alle luci (le albe che arrivano) e agli alberi spettrali delle brughiere scozzesi…

idea geniale, mutuata da noi in WH, il fantasma che ogni tanto arriva e il sangue nella pazzia…
una pazzia tutta vera e sospirosa, recitata dalla Damrau, con Armiliato che le va dietro, con un flauto perfetto, concorrente a questa vitalità che non è perfetta ma vera! piena di sospiri e di vita vera!
evviva!

grandissimo Edgardo, potente, lontanissimo dai birisegoli della tradizione (i vecchi Renato Cioni e Ferruccio Tagliavini, che scomparivano davanti ai sopranoni Callas e Sutherland): un vero erede Pavarottiano in quando a forza e presenza scenica…

unica pecca: l’esperimento dell’armonica a vetro, purtroppo presente anche in Schippers e Levine… frascica: bisogna che se ne accorgano, e il MET è l’unico che ancora ci mette questa armonica al posto del flauto…



CENTRAL PARK
è difficile parlare di Central Park…
dal punto di vista della viabilità della città è un oceano insormontabile di scomodità:
non si attraversa Central Park…
la Metropolitana non lo spoggetta, quindi per andare dal West all’East Side devi fare giri pesca all’estremo nord o all’estremo sud…
solo 3 autobus (di cui parleremo), lo spoggettano (il 62, il 79, mi sembra)…
l’Upper West Side più normale è in guerra con l’Upper East Side tutto pottino (quello dove sta la Gellar in Cruel Intentions, di Kumble, fotografato da Van De Sande)…
ma il Parco… boia…
in Europa non c’è un corrispettivo, così come per Broadway e il West End londinese: nel resto del mondo non ci sono (così come Bollywood)

Boboli? no, è una montagna
Versailles e Fauntainbleau? no, prevedono un palazzo
Schoenbrunn? già di più… ma deh, le dimensioni…

è facilissimo entrarci…
è impossibile uscirci…
è un labirinto di boschi e di laghi, di statue e di scoiattoli, di playgrounds e di rocce, di biciclette e ponticelli, di cavalcavia e di terrazze, di alberi e di "pace", una pace infinita, completamente altra rispetto all’onnipresente traffico newyorkese…
ci si sperde nelle favole…
un paragone, forse, è con EuroDisney…
un EuroDisney, senza Disney, nel mezzo alla città…

il trionfo di colori dell’autunno incorniciano in una cartolina fatata e C^ajkovskiana questa utopia beata e tranquilla…

il Bow Bridge in mezzo al Lake è proprio da "principessa"

la Bethesda Terrace è una meraviglia… ci si respira il "magico"…
fotografata da Stephen Goldblatt e Mike Nichols in Angels in America e da Oliver Stapleton e Michael Hoffman in One Fine Day
l’Angel of the Waters che sovrasta la fontana, ti guarda… rassicurante e angelico… dai suoi piedi sgorga l’acqua…
e le barche partono all’esplorazione del Lake, inoltrandosi nel bosco:
dove ci sono draghi, castelli fatati e spade incantate, cani eroici (la statua di Balto), e eroi nazionali e non (che forse dànno anche un po’ noia nell’atmosfera fuori dal tempo)


è una delle cose che mi manca di più…

METROPOLITAN MUSEUM OF ART
grosso opinato…
è fatto per far girare le palle…
nessun percorso e nessun criterio segue questa sconfinata presentazione di opere, capitali e non (nell’altezza di una singola parete stanno assiepati 4 quadri e fors’anche 12 in lunghezza), in cui vedi un Van Dyke, giri l’angolo, e sei tra gli Assiri… in corridoi che non vanno in nessun posto, e con uscite che non ci sono, e in cui la parole d’ordine è "vicolo cieco"…

non so chi l’abbia costruito, ma, in confronto a Taniguchi è senz’altro uno scriteriato con 18 in museologia… o forse le ristrutturazioni e le "redazioni" sono state talmente tante che il risultato è un "palinsesto"…

la roba va cercata con la cartina e la bussola, e rischi anche di non vederla, ma se la trovi… è libidine…
i Renoir, le tante nebbie di Monet, i Degas, i Modigliani, così come i Greci e i templi egizi…
il ponte sullo stagno di ninfee (la "prova generale" per quello che è alla National Gallery di London) di Monet porta via (quando le nuvole riflesse, capolavoro al MoMA), così come una Cattedrale di Rouen (le altre sono al d’Orsay), i tanti studi di Seurat (diversi Seurat anche al MoMA e al Guggenheim)… i moltissimi Van Gogh (l’autoritratto è lì…);
il dramma è la dispersione e la "troppezza", che appare quasi priva di criterio e la sensazione di navigare in un mare con il costante pericolo di perdersi e di non vedere il meglio… dato che tantissime cose (tipo la American Wig) sono scrause…

FRICK COLLECTION
tutto il contrario…
come nel Central Park, alla Frick si respira la magia…
tutto è ordinato e curato, cesellato nella perfezione…
una casa signorilissima, proprio ci respiri la nobilità dei ricchissimissimi, quelli proprio che nella vita non hanno mai fatto un cazzo se non accumulare tesori…
Le Stimmate di San Francesco di Giovanni Bellini, gli Ingres (un ritratto di una nobilina francese bellissimissimo) e i Renoir, i Fragonard, la roba italiana: Cimabue, la tentazione di Gesù di Duccio…
e gli Whistler, pittore amico di Oscar Wilde, davvero meraviglioso…
il tutto servito in un percorso semplice, quasi aereo, subliminale, che culmina nella bellissima vasca con fontana, un "atrium", un giardino da alta società quasi "alla Cluedo"…


un gioiello della pottineria dell’Upper East Side e un capolavoro immane di museologia:
io ci starei di casa…

uno delle 5 stelle di questo viaggio…

SOLOMON R. GUGGENHEIM MUSEUM
Frank Lloyd Wright ci capiva come pochi…
la Rotunda, fatta quasi a occhio (anche se da fuori sembra davvero un water), è una sensation…
la bianchezza assoluta lo rende unico…
dentro, nonostante tutto sia al chiuso, tutto sembra en plain air, per via delle candide pareti curve…
i giri dei quadri ti portano sempre lì alla Rotunda…
e sei a casa…

è la casa di Kandinsky: ce ne sarà 3000…

è molto piccolo…
si gira in pochissimo…

forse è per questo che mi aspettavo un pochino di più… però la grandezza dell’edificio sovrasta davvero…

AMERICAN MUSEUM OF NATURAL HISTORY
certamente bellino, antico e assolutamente d’effetto anche didattico…
Una Notte al Museo è ambientato lì tra i dinosauri…
ma le affinità con la Cité des Sciences e de l’Industrie parigina
e con il Deutsches Museum di München (i soliti planetari, i soliti giochini interattivi costruiti nei ’60s e quasi tutti rotti, i soliti animali impagliati), me lo hanno reso, sicuramente interessante, ma boh… lo richiedevo poco…

HARLEM
il quartiere di Frank in American Gangster
c’è stata Anya mentre io ero a vedere la Salome…

LONG ISLAND
ci siamo andati con Anya nella speranza di vedere il Museum of Moving Image…
siamo usciti dalla Metro a Steinway Street…
carino ma fortemente residenziale e trascurato, tanto che la Metro ci passa rarissime volte e perfino la linea sbagliata…
e il museo era anche chiuso!

CONEY ISLAND
interessantissimo il viaggio sulla Metro Q per andarci…
passi per tutto Brooklyn e vedi l’America vera: quella degli School Bus gialli, e vedi quartierini bellini, verdissimi e accoglienti, anche se spesso un po’ inframezzati da surrogati di Via Vasco De Gama a Rifredi…
ma, vi dicevo, l’America vera è quella…
la fermata di Stillwell Avenue è quella degli Warriors…
e la spiaggia è quella con la montagna russa (il Cyclone) degli Warriors…
e sulla spiaggia si consuma l’ultimo "duello" degli Warriors…
c’è la Wonder Wheel di Remo Williams (dove Chun vince la Pantera Rosa)…
la spiaggia è carina, così come autentico è il sudiciume che vi si respira, con i baracconi dell’Astropark chiusi per l’autunno…
alle 14:00 di pomeriggio abbiamo anche visto un paio di vecchiette alla David Lynch (una con il deambulatore e la gonna verde, e con la retina in testa con i bigodini)…
ma andarci è stato per me fonte di puro divertimento!
anche perché s’è mangiato ad un ristorante, Totonno’s, che la guida descriveva bellissimo, ma che invece era una merda e ti trattavano anche male!

BRIGHTON BEACH
c’è le scritte in cirillico, è Little Odessa…
è bene starci poco…

METROPOLITANA
io ero abituato a Parigi, che esci dal Metro, e olé, proprio davanti all’uscita c’è la tua meta, sia essa il Pantheon, NotreDame, il Louvre, ecc ecc.
a New York è facilissimo non capirci nulla:
nonostante alcuni mosaici carini (quello con Alice e il Bianconiglio nella stazione della 49th, mi sembra…), le ringhiere sono tubi brutti…
le scale mobili non vanno…
e la segnaletica fa acqua…
non ci sono le frecce, ma c’è le scritte… (non c’è la freccia a destra: c’è scritto Keep Right – non c’è la freccia, c’è scritto: for 6 go ahead, o Stairway to 6 on the right…)
le variazioni, davvero tantissime, sono affidate (come a Lettere a Firenze), a foglietti appiccicati con lo scotch…
la versione più veritiera della Metro ce l’hanno data William Friedkin e Owen Roizman in The French Connection, con l’inseguimento a piedi tra Gene Hackman e Fernando Rey…

c’è il Downtown, l’Uptown e la direzione verso il Queens e Coney Island…

ci sono i treni espressi (che fermano solo alle stazioni espresse) e i treni locali (che fermano in tutte)…
distinguerli? impossibile…
i treni vanno veloci, e se non ti arreggi, alla partenza gropponi…

le variazioni sono tantissime: io, a Long Island, sono sceso in una stazione dove fermavano solo la N e la V, ed è arrivata la E! che, in teoria, avrebbe dovuto fare tutt’altra strada… e la E è stata l’unica che è passata in 20’… dato che anche al E andava a Manhattan, l’ho presa, ma invece di essere sulla Lexington, mi sono trovato alla Grand Central… (!?)

le fermate fermano a isolati ed isolati dalla meta…
il Museum Mile (la 5th dell’Upper East Side) non è percorso dalla Metro… ti tocca scendere sulla Lexington e andare a gambini…

a South Ferry (capolinea della 1) scendi solo se sei nelle prime due carrozze, sennò rimani lì…

due stazioni sono ancora chiuse per l’11 Settembre, e sono passati 7 anni…

alcune stazioni chiudono alle 19:00!

e ci sono un mucchio di variazioni per la Late Night…

comincio a capire come gli Warriors non ci capiscano una sega!

L’INGLESE
per me è stato un casino…
come mi disse a suo tempo (ai tempi di Rusi Bols^oj) la Giacomet su London, noi abituati a sentire i film ci s’ammazza, perché i film sono comunque robe che prevedono una dizione…
per fortuna che trovare un americano a New York è un’impresa…
i tassisti e i commessi che ho trovato io erano tutti non anglofoni, o parlavano spagnolo, o erano europei: armeni e francesi soprattutto…
a Brighton Beach, v’ho detto, i cartelli stradali sono in cirillico…
gli addetti alla Metro che ho trovato sono stati tutti (tranne uno) gentilissimi, però…
ma l’inglese è stato veramente un dramma nella Metro, in cui magari annunciavano una variazione con l’interfono… e già ci capivi poco nell’interfono, e poi parlato tutto velocemente americano, boia!
anche sulla Delta era un problema…
 

DUNKIN DONUTS
c’è n’è uno ad ogni angolo…
sono così dolci che non riesci a sostenerli…

STARBUCK
c’è n’è uno ad ogni angolo…
e sono talmente sbroscie che sembrano acqua del Mugnone…

TAXI
sono veramente avanti:
c’hanno la televisioncina in cui vedi che strada stai facendo in tempo reale! e ci puoi usare la carta di credito…

AUTOBUS
se non hai un cazzo da fare sono l’ideale…
una fermata ogni 15 metri e si fermano anche ai semafori…
sono semivuoti…
però sono gli unici che spoggettano Central Park…
però deh: abbi tanta pazienza, perché se hai un orario non lo rispettano:
ne passano sì tantissimi (uno ogni 7-8 minuti), ma deh… le fermate sono tantissime, proprio vai con calma eh!
però sono davvero capillari, battono tutta la città…
…con somma calma, ma a destinazione ci arrivi!

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